Tra Israele, Iran, Turchia e Georgia, c'è di che gonfiarsi il petto per i progressisti

La protesta contro il capo del governo eletto più volgarmente reazionario e incattivito della storia d’Israele, e poi quella delle ragazze e donne intrepide contro gli ayatollah. In Georgia si dimostra che le Maidan non sono affare di soldi americani. Anche in Italia qualcosa si muove
11 MAR 23
Ultimo aggiornamento: 05:04
Immagine di Tra Israele, Iran, Turchia e Georgia, c'è di che gonfiarsi il petto per i progressisti

Ansa 

Che singolare piega psicologica hanno preso le cose per le persone progressiste: una rianimazione brusca e fiduciosamente internazionalista. Singolare, dico, perché vittorie non se ne vedono, ma d’un tratto si rivedono opposizioni ai vincitori dove sembravano esserci solo depressione lunga e catalogo di sconfitte. Bibi Netanyahu, a capo del governo eletto più volgarmente reazionario e incattivito della storia d’Israele, arriva in visita ufficiale a Roma grazie a una specie di corridoio umanitario. Dichiara, e Molinari trascrive: “L’Iran deve sapere che faremo ogni cosa in nostro possesso per evitare che diventi una nazione sulla soglia della potenza nucleare. Non c’è alcuna maniera di impedire a un regime canaglia di ottenere armi nucleari senza la credibile minaccia militare”. La credibile minaccia militare passa per le mani dei piloti riservisti che a casa, in Israele, minacciano la disobbedienza, insieme agli ex comandanti militari e agli ex capi del Mossad e al presidente Yitzhak Herzog e a una moltitudine travolgente di cittadini israeliani che si dava per sommersa sine die.
Nell’Iran, autentico regime canaglia alla vigilia della potenza nucleare, la ribellione intrepida delle ragazze e delle donne e di tanta parte della società civile ha appena spazzato via le illusioni di compromessi riformisti e con loro l’idea che il piccolo e inaridito occidente sia circondato da un grande universo in cui i suoi stili di vita siano rifiutati e disprezzati. In Georgia è bastata una donna con una bandiera europea a radunarsi alle spalle un drappello di aiutanti e a far sorgere un monumento al coraggio, e a mostrare che le Maidan non sono affare di soldi americani. In Turchia, con le galere piene di cittadini liberi e i 45 mila morti ammazzati dal terremoto e dai suoi complici, una costellazione inaudita di oppositori ha concordato di sostenere, dall’interno o dall’esterno, Kemal Kiliçdaroglu, uomo “dall’apparenza mite” (Mariano Giustino), curdo e alevita, cioè non turco e non sunnita, per contendere a Erdogan la presidenza il prossimo 14 maggio. Perfino l’Italia, a suo modo – l’Italia che non era riuscita a mettere insieme uno straccio di alleanza in elezioni condannate dunque a mettere l’estrema destra al governo – si rianima afferrando l’occasione fortunosa dell’investitura di una nuova leader del partito che, già solo perciò, è ritornato a essere il maggior partito d’opposizione. E così via.
Esempi del fatto, si può obiettare, che “ce le danno, però gliene diciamo”. Non è così, o almeno non è solo così. Certo non in Iran né a Tel Aviv né a Tbilisi, e vedremo nel resto. Comunque, eravamo così abbacchiati, mentre ce le davano e nemmeno gliene dicevamo più, che un po’ di orgoglio è tornato a gonfiarci i petti. Siamo quelli che regalano i peluche ai bambini e tirano i peluche ai ministri: non è come sciogliere i capelli a Teheran, ma è già qualcosa.