Davanti alla diga di Mosul, penultimo avamposto prima del Califfato

"Tutto da qui è vicino: Siria, Turchia, Iran, Kurdistan, Isis"
Davanti alla diga di Mosul, penultimo avamposto prima del Califfato

Ecco il racconto, senza epopea, di una visita alla diga di Mosul. Com’è comprensibile, le regole per l’accesso sono rigide. Non sono riuscito ad andarci coi militari italiani, ho ottenuto in cambio il permesso attraverso il consolato. L’Italia ha infatti finalmente un consolato ufficiale a Erbil, tenuto da una giovane signora. Mi hanno accompagnato due sperimentati peshmerga. Da Erbil occorrono tre ore almeno, la strada, spesso dissestata e sempre trafficata, passa per Khabat e Shekhan, e prima di arrivare a Dohuk e Zakho a nord ridiscende a est, toccando villaggi per lo più yazidi, fino a Mastalat, Khetare (Hatare) e Krap Ghê. Superati gli ultimi check-point c’è un tratto ancora segnato dalle macerie di due estati fa. Una volta dentro, è come fare una scampagnata in un posto pittoresco e deserto. Prima si costeggiano le caserme, la case per i dipendenti, un villaggio arabo con la moschea e la scuola per le famiglie di altri lavoratori. C’è la ruota panoramica, naturalmente: non sono sicuro che si chiami così, la ruota del luna park insomma. I curdi ne vanno pazzi: non c’è villaggio che non abbia la sua ruota di luna park, e ogni tanto se ne vede qualcuna già pronta, in attesa che le costruiscano un villaggio attorno.

 

Poi si arriva alla grande barriera, e non c’è più nessuno. Ci ho camminato su avanti e indietro per tutta la lunghezza, come in una camera del vento. L’acqua è azzurra nel grande lago, verde finché è ancora fiume: il Tigri. Il livello del bacino è molto basso, parecchio al disotto delle prime barre di misurazione. Basterebbe del resto il segno di colore impresso sulle rocce degli argini e sulla massicciata, come nei posti in cui le maree sono forti, al punto di bassa. Le colline attorno sono brulle di stoppie bionde, qua e là rianimate di eucalipti, pini e cipressi, e anche oleandri fioriti. Isolotti di roccia tirati a galla dalla bassa marea sono rossi di papaveri. Appena più in là della risacca, dove si accumula la monnezza, l’acqua sembra pulita, è mossa dal vento e da grosse carpe. Un ragazzo sta pescando con la canna, proprio sotto la muraglia accreditata di sommergere – se cedesse – un milione e mezzo di persone, da qui a Mosul e fino a Baghdad. A camminarci su così oggi sembra la più placida passeggiata sui bastioni, come a Lucca, o a Ferrara. C’è, sotto l’acqua, un’intera archeologia perduta. Sopra ci sono i gabbiani, le rondini di mare e le rondinelle minuscole senza la macchi rossa, e bande di cormorani. Uomini niente, vado a cercarli a una delle centrali, sono cordiali, uno è un tecnico e parla inglese, abbastanza per dirmi di non essere autorizzato a parlare. Nemmeno del Real Madrid e del Barcellona?, chiedo. Ah, allora… E ne parliamo, senza arrivare a conclusioni. Potrei chiedere come si fa a tenere basso il livello del bacino nella stagione dello scioglimento delle nevi e dopo una primavera particolarmente piovosa per il Kurdistan. Anche oggi c’è una pioggerellina, benedetta perché il caldo è già arrivato. Italiani non ne trovo, né i tecnici della Trevi né i militari, che in parte sono arrivati, gli uni e gli altri. Del resto avranno poco da raccontare, per ora. Devono insediarsi, e fare penitenza. Naturalmente mi guardo attorno anche per farmi un’idea del pericolo che correranno. C’è un villaggio ben visibile alle spalle della diga, nella direzione di Mosul: saranno cinque o sei chilometri in linea d’aria. E’ l’ultimo in mano ai peshmerga, dopo comandano i Daesh.

 

I 450, o 500, militari italiani incaricati di proteggere il lavoro della Trevi sono troppo pochi se dovessero davvero farlo, troppi se, com’è del tutto ragionevole, si faccia affidamento sulle forze Asaysh, la Sicurezza curda, che presidiano la diga ritolta all’Isis nell’agosto 2014. Li ho incontrati, il piccolo corteo del generale a capo della forza Asaysh e la sua scorta: difficile essere più efficienti, e oltretutto sono a casa loro. Dunque si può pensare che le truppe scelte italiane e gli strumenti con cui arrivano, compresi gli elicotteri d’attacco, mettano in conto compiti più vasti che quelli della tutela delle attività di riparazione e manutenzione della diga. Compiti più vasti hanno a che fare naturalmente con la controffensiva su Mosul, la grande città che è a una quarantina di chilometri da qui, e che aspetta da due anni di essere liberata, e insieme teme dei suoi aspiranti liberatori. La controversia su quanto sia reale la minaccia del cedimento della diga (che sia avventuriera fin dalla costruzione è sicuro) è complicata dal fatto che non si contrappongono solo pareri di esperti geo-idraulici, ma interessi politico-militari. Gli americani hanno voluto fortemente un impegno italiano, e l’allarme colossale sulla diga è l’occasione – o lo schermo – migliore per farlo passare più o meno inosservato. Baghdad, dopo aver sostenuto a lungo che la diga aveva solo bisogno di qualche rattoppo e storto la bocca di fronte all’appalto italiano, l’ha firmato – con uno sconto madornale: i due miliardi di dollari ridotti per ora a 300 milioni – ma di fatto non ha alcun controllo sull’area della diga, saldamente in mano ai curdi. In questa zona, di Dohuk e Zakho, i curdi sono quelli del Pdk del presidente Barzani. Come il sud di Kirkuk, questa area, e l’adiacente monte Shingal-Sinjar, vorrà restare curda una volta sbrigata la praticaccia di al Bagdadi. Il quale quando ebbe (per settimane) in mano la diga nell’estate del 2014, mostrò che anche le smanie apocalittiche hanno i loro limiti. Del resto, se avesse sommerso la piana di Ninive, avrebbe spacciato i sunniti di cui si proclamava califfo, e al califfo la terra, acqua inclusa, sta più a cuore del cielo del profeta. Tutto da qui è vicino, a portata di piedi quasi: il confine turco, quello siriano, l’Isis, anche l’Iran, e il Kurdistan che aspetta di dichiararsi indipendente. Oggi, visitatore sfaccendato come sono, più della vicinanza di Daesh, solo disgustosa, è la vicinanza di quella Ninive a farsi più sentire. Lo so che fu tanto più grande quanto più feroce anche lei, ma è passato tanto tempo, e la sua ferocia si specchiò dentro sculture e costruzioni e scritture bellissime: dee dell’amore e della guerra, leoni magnifici e sovrani anche quando le frecce li ebbero trafitti, e messi per fortuna in salvo al British Museum. Ninive passò, passerà anche il Califfato coi suoi ripugnanti video, e passerà tutto, anche la nostra viltà, e l’impresa di iniezioni di cemento, e l’Unesco che vola al tramonto, basso.

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