FUOCOAMMARE

FUOCOAMMARE

In un anno e mezzo si possono fare tante cose, stazionando sull’isola di Lampedusa per girare un documentario. Per esempio, raccontare le storie di chi arriva e di chi riparte verso altri luoghi (una cosa risulta chiara, leggendo le cronache: in Italia non vuole stare nessuno, la terra promessa sta più a nord). Lo fa – con maggiore attenzione alla forma, che parlando di cinema una certa importanza ce l’ha – il regista tedesco Philip Scheffner in “Havarie” (sta per “avaria”). Inquadra fisso un gommone, per un’ora e mezza, e nella colonna sonora ascoltiamo telefonate, comunicazioni radio, chiacchiere dalle navi accanto, di camerieri o di turisti. Poco adatto al sabato sera, ma certo più interessante di “Fuocoammare”, era alla Berlinale nella sezione Forum. Se non si vogliono raccontare le storie di chi arriva e chi riparte – sempre meno perché le rotte cambiano, ora i territori da attraversare sono Grecia e Turchia – restano da raccontare le storie di chi sull’isola risiede. Gli abitanti sono qualche migliaio, possibile che non si siano trovate – in un anno e mezzo, ripetiamo, d’accordo la riflessione sulla tragedia e il modo di rappresentarla, ma i risultati si giudicano anche in base al tempo, che al cinema è più che mai denaro – altre persone, oltre al petulante Samuele Puccillo, ragazzino con l’occhio pigro e l’affanno senza causa? Non c’erano altre famiglie e altre pastasciutte con i calamari per variare il menu? Viene fuori poi che l’occhio pigro e l’affanno sono metafore. Non vediamo i migranti, spiega soccorrevole e didattico il regista, e purtuttavia abbiamo il respiro mozzato dalla tragedia. Sospettiamo che nella realtà un medico che ne ha viste tante come Pietro Bartolo – è lui a firmare i certificati di morte – liquidi un ragazzino tanto impreciso nel descrivere i sintomi dell’affanno e la loro durata più sbrigativamente di quanto accada in “Fuocoammare”. Ma qui siamo – citiamo dalla motivazione del Nastro d’argento speciale già assegnato, in attesa dell’Orso d’oro berlinese – di fronte a “Un grande cinema che richiama il mondo alle sue responsabilità”. Alla Berlinale, perdipiù: quasi un attacco sferrato al cuore della strega Angela Merkel. Non eravamo fan di “Sacro GRA”, quando vinse il Leone d’oro a Venezia. Qui, sotto ogni immagine, scorre la scritta: “E adesso criticami, se hai il coraggio”.

 

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