Addio Carla Fendi, mecenate del bello

È morta all'età di 80 anni la quarta delle cinque sorelle della celebre maison di moda. Dopo la cessione ad Arnault si era dedicata al sostegno dell'arte con la Fondazione che portava il suo nome 

Addio Carla Fendi, mecenate del bello

E adesso chi sosterrà il Festival di Spoleto. Adesso che Carla Fendi ha “raggiunto il suo amato Candido”, come è stato subito scritto e come è assolutamente vero perché era difficile immaginare una coppia più unita e non ci sono dubbi che il declino della volitiva, cattolicissima signora fosse iniziato nel 2013, al momento della scomparsa del marito. E adesso chi manterrà il Teatrino Caio Melisso. Chi allestirà le mostre di costumi e le opere di Cimarosa vestite dall’amatissimo Piero Tosi, conosciuto negli anni di Visconti e di Silvana Mangano e mai abbandonato. Chi metterà mano al portafoglio per le installazioni alla Chiesa degli artisti di piazza del Popolo dove, più di Carla Fendi, certamente prima di lei che era generosa ma schiva, prendeva la parola innanzitutto il bel don Walter Insero, fra i sospiri delle signore e degli artisti stessi che lei generosamente, anche fin troppo, sosteneva tutti, ricca da sempre ma favolosamente munifica da quando, nel 1999, aveva ceduto con le altre quattro sorelle la maison Fendi a Bernard Arnault per 850 milioni di dollari.

 

Li aveva investiti in piccola parte in operazioni immobiliari e molto nella Fondazione che portava il suo nome e di cui il Festival dei Due Mondi si giovava parecchio. L’invito per i due eventi di quest’anno era arrivato due mattine fa: il weekend di apertura del festival e soprattutto quello di chiusura, il 15 e il 16 luglio, dove avrebbe premiato il vincitore del premio annuale della fondazione (lo scorso anno era stato Antonio Pappano), mentre il 16 sarebbe stata in prima fila per applaudire Riccardo Muti, convinto con molto impegno a dirigere per la prima volta della sua vita en plein air. Spoleto, la Chiesa degli Artisti: la scorsa Pasqua aveva sostenuto l’onore di esporre la testa-autoritratto di Gianni Dessì, opera del 2015 selezionata e appesa un po’ così, senza un vero giustificabile perché; a Natale aveva sovvenzionato un presepe in declinazione fotografica di Fiorenzo Niccoli, con attori riprodotti in scala 1:1, grandezza naturale, invece magnifico.

 

Il suo circolo, vasto ma selezionato, era oggetto di continue attenzioni: cioccolata a Pasqua e dolci squisiti delle migliori pasticcerie romane negli altri momenti dell’anno, e bei cataloghi rivestiti di tessuto in carta grammatura 120 minimo perché per Carla Fendi gli Anni Ottanta non erano mai finiti, dopotutto, ma forse anche i Settanta e i Sessanta, quando aveva iniziato a far circolare quei suoi bigliettini di ringraziamento vergati a mano, nello stesso stile di Karl Lagerfeld, amico e direttore creativo della maison Fendi da cinquant’anni esatti. Scritti con un pennarello nero a punta grossa, in una curiosa calligrafia dove le lettere assumevano una forma quadrata, rigida e morbida come lei. Nel mondo della moda che usa le sponsorizzazioni come strumento di comunicazione, Carla Fendi si definiva “mecenate”. Il “ritorno commerciale”, degli “eventi”, a lei cresciuta dopotutto in una famiglia di geniali commercianti di pellicce, faceva discretamente orrore. Era convinta che “il bello” fosse “cultura e la cultura linfa vitale”, anzi felicità, perché solleva lo spirito, “è ossigeno in un mondo che ci travolge quotidianamente”.

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