Anche nella moda ci sono marchi più uguali degli altri

Le presentazioni sono il vero banco di prova di chi conta davvero e del potere del suo ufficio stampa, a prescindere dalla spettacolarità dell’allestimento

Anche nella moda ci sono marchi più uguali degli altri

Un'immagine della sfilata di Etro

Milano. Milano Fashion Week collezioni donna inverno 2017-2018, giorno 3. Si avvicina il week end, e insieme con lui le prime presentazioni importanti. In ordine alfabetico Bianchi e Nardi (storiche e pregevoli borse), Borbonese (basta la parola, anche se la sua nuova proprietaria, Francesca Mambrini, disegna scarpe e borsine ancora più fascinose); Loro Piana (dopo tre anni di immobilismo totali, Bernard Arnault che l’ha comprata ne ha cambiato i vertici, si spera in un recupero di appeal); Bvlgari (borse e accessori, in questo caso, più il profumo con la solita Bella Hadid testimonial: quando la moda si fissa su uno o due volti, in genere si infischia della sovraesposizione dello stesso); Gianvito Rossi (figlio di Sergio, creatore di scarpe ipersexy prive di quel tocco di volgarità in cui invece scivolano tanti altri; le donne spesso non si accorgono che nella scarpa basta una punta più lunga di un millimetro o una scollatura più profonda di un tot per passare dalla categoria signora che sa il fatto suo a quella di zoccolante e non nel senso fratesco); Herno (tenete d’occhio il proprietario, Claudio Marenzi, che è anche presidente di Smi e di Emi-Ente Moda Italia, ed è molto vicino al ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, perché la sua ascesa non è finita qui) e appunto Sergio Rossi, da due anni entrato a far parte del fondo di Andrea Bonomi Investindustrial dopo un faticoso decennio sotto le insegne di Kering.

 

Le presentazioni, che alcuni immaginano come la versione ridotta e meno importante delle sfilate, sono invece il vero banco di prova di chi conta davvero e del potere del suo ufficio stampa, a prescindere dalla spettacolarità dell’allestimento, in alcuni casi davvero interessante. Oltre al potere e alla rilevanza pubblicitaria del brand che è, come facile immaginare, un fattore piuttosto significativo nella sua copertura sui media (è inutile girarci attorno: l’editoria di moda si è sviluppata solo nel secolo dell’aspirazione borghese allo sfoggio, cioè dall’Ottocento, collocandosi all’incrocio fra industria e consumo, dunque vive da sempre del gradimento dell’inserzionista), una delle variabili fondamentali è infatti l’ufficio di pubbliche relazioni (nessuno dice di no a Karla Otto perché è troppo potente; nessuno dice di no a Silvia Negri Firman perché è troppo capillare; nessuno dice di no a Emanuela Barbieri perché è troppo simpatica) e naturalmente il tono del brand e il suo appeal.

 

Anche nella moda di primissimo livello, ci sono marchi più uguali degli altri. E questo si capisce solo dal parterre. Le sfilate dei marchi internazionali e molto modaioli come Gucci o Vuitton sono affollate di celebrities di rango mondiale, di solito i protagonisti delle campagne pubblicitarie, talvolta scelti per area geografica, spesso ignoti in questa parte del mondo. Ne abbiamo avuto prova ulteriore questo pomeriggio. Mentre uscivamo dal Pac, dove si erano appena tenute la performance di Thomas De Falco, starring Naomi Campbell nella stessa posizione di un’immagine del Calendario Pirelli di secoli fa e forse più bella di allora, e la sfilata di Tod’s, una serie di creazioni molto sofisticate in cui dominavano la pelle trattata come tessuto ma soprattutto un’aria di solidità imprenditoriale che faceva bene al cuore, ci siamo trovati di fronte l’intera comunità coreana di Milano con il cellulare sguainato: aspettavano tutti un certo rapper seduto in prima fila di cui non conoscevamo nemmeno il nome. 

 

Quindi, ci sono i brand dell’intelligentsja come Bottega Veneta e come Prada che però, appartenendo Miuccia Prada all’alta borghesia milanese, ospita in prima fila non solo stampa assatanata di tendenze, ma anche clienti che fanno parte della stessa élite, ovviamente sconosciuti ai più. Ci sono brand come Etro che incarnano il boho chic nazionale e che dunque accolgono le socialite più giovani e più internazionali, sulle quali un mantello ispirato alle manifatture tibetane diventa principesco e non apparentabile a un repechage di qualche viaggio in comitiva; e ci sono marchi come Luisa Beccaria che ospita un numero limitato di giornalisti, ma tutte le infinite clienti blasonate d’Europa, figlie e nipoti comprese e tutte altissime, biondissime, bellissime, cioè le uniche a poter sfoggiare con grazia quegli abiti fiorati e quegli chiffon trasparenti del tutto impietosi per chi non è nato con le ginocchia ossute e il collo lungo. C’è la fashion royalty, cioè Ferragamo e Giorgio Armani, dove ci si reca a prescindere, perché incarnano non solo la storia della moda, ma la storia dell’Italia nel mondo. C’è il fashion rock, impersonato da Donatella Versace, dove fa allegria andare, perché un guizzo si trova sempre. Ci sono i giovani bravissimi che invecchiano e diventano quarantenni sperando sempre di sfondare e che tutti continuano a definire emergenti, come i Leit Motiv o Alberto Zambelli. E poi ci sono i casi a parte, come Vionnet, che da quando è stato acquistato dalla ricca imprenditrice russa Goga Ashkenazi, per qualche tempo fidanzata di Lapo Elkann e mamma di due ragazzini avuti dal genero del dittatore kazako, Timur Kulibayev, cerca invece il proprio posto in questo mondo durissimo. Vionnet conserva ancora un po’ della sua storia ormai centenaria, a partire dagli abiti di taglio sbieco, molto donanti, inventati dal genio di Madeleine Vionnet. E forse per questo, mrs Ashkenazi ha deciso di presentarli in una delle residenze più antiche di Milano, la Casa degli Atellani, legata a Leonardo da Vinci, ora di proprietà delle famiglie Maranghi e Castellini. Solo centoquaranta invitati, seduti fra i salotti e i divani. Sperando di fare (nuovamente) storia.

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