Il nuovo disco di Sufjan Stevens discende dalla meraviglia

Ascoltare per intero un disco che parla del sistema solare sdraiati in un planetario può sembrare un’esperienza didascalica, e lo è

Il nuovo disco di Sufjan Stevens discende dalla meraviglia

LaPresse/XinHua

New York. “Quanti di voi vivono in questo quartiere?”. Si alzano timidamente due mani dal fondo dell’anticamera. “Gli altri sono di Brooklyn, ovviamente”. Tutti annuiscono, sentendosi un po’ colpevoli di conformismo. Si alza un’altra mano. “Anche tu sei del Lower East Side?”. “Mi stavo solo grattando a schiena”. Il Lower East Side Girls Club è un centro sociale nato per alleviare il ciclo di povertà ed emarginazione in cui molte ragazze nella zona vivono. L’edificio è nella parte orientale del quartiere, ad Alphabet City, precisamente sulla Avenue D. Negli anni Ottanta circolava una filastrocca che giocava sulle iniziali delle vie per descrivere quello che poteva capitare agli sconsiderati che si avventuravano in questo quadrilatero. La “D” stava per “dead”. Dove una volta era tutto punk e criminalità oggi c’è hipsteria e gentrificazione, ma le case popolari sono ancora lì, per chi le vuole vedere. Dentro il Girls Club ci sono aule multimediali, laboratori, studi di registrazione, atelier. Soprattutto c’è un planetario. Dentro al planetario c’è un signore con i capelli brizzolati che dice occhio ai gradini a noi che siamo imbambolati con il naso all’insù. Dalla sua postazione vola fra le galassie e gli spazi siderali, sbugiarda le costellazioni, percorre le orbite, esplora i pianeti, saluta le comete. Questa sera fa le stesse cose che fa sempre, ma il suo girovagare per l’universo accompagna Planetarium, la visione musicale di Sufjan Stevens, Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister in uscita domani per l’etichetta 4ad.

   

Si tratta di una sinfonia digitale cosmogonica e mitologica, qualunque cosa voglia dire, nata alcuni anni fa e ora estesa e perfezionata da questi quattro pilastri del mondo indie. A luglio il quartetto porterà il disco in un mini tour orchestrale che inizia da Parigi, e nel frattempo hanno organizzato alcuni listening events in giro per l’America all’interno di planetari. Ascoltare per intero un disco che parla del sistema solare sdraiati in un planetario può sembrare un’esperienza didascalica, e lo è, perché quando suona Venus il vj-esploratore ci porta su Venere, quando parte Mars su Marte e così via (da notare che Plutone, silly goose, non è stato declassato: in questo concept album ha ancora la dignità di pianeta). Ma è innanzitutto un’esperienza bella, perché girovagare per un’ora abbondante negli spazi incommensurabili aiuta a restituire il senso delle proporzioni e forse anche il senso della creaturalità. Stevens, che ha scritto i testi, dialoga con gli dei spesso crudeli e incomprensibili del pantheon, ma in filigrana si scorge l’ambientazione cristiana che di recente il cantautore di Brooklyn tende a mettere sempre più in evidenza. Ha accolto con un afflato quasi mistico perfino l’elezione di Donald Trump, evitando di cedere al paradigma della resistenza in trincea che accomuna molti suoi colleghi per offrire considerazioni più alte. Così la gita scolastica al planetario si trasforma in una specie di preghiera che discende dalla meraviglia. Non siamo lontani dall’estetica religiosa di Terrence Malick. Contemplando la terra, Sufjan loda il suo Autore e chiede perdono per i suoi abitanti persi nei loro calcoli: There are no more accidents / Living things refuse to offer / Explanations of their worth / We in turn avenge the Author / With paranoia and prediction / Exploration, competition / Ceremony, inner anguish / Lord I pray for us, hallelujah.

   

Il cielo di Sufjan è pieno, e al planetario lo si capisce visivamente, senza bisogno di aggrapparsi alle cinque vie di Tommaso. Qualche tempo fa un dipendente della casa discografica è venuto qui per valutare se l’idea di portare Planetarium in un planetario aveva senso. Dopo un minuto e mezzo che la musica andava e l’esploratore viaggiava fra le galassie ha detto facciamolo. Ha capito subito che avrebbe funzionato perché è bello guardare l’immensità di ciò che esiste là fuori mentre si ascolta l’immensità di ciò che esiste là dentro. Lo hanno capito anche gli spettatori rapiti, pervasi da un certo silenzio. Il signore con i capelli brizzolati dice è finita, buon ritorno a Brooklyn, e tutti se ne vanno quasi scordandosi di salutare.

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