Metodo Merkel

Libri, articoli, analisi fotografiche, saggi. Tutti a cercare il segreto (del successo) della cancelliera. Eppure, è tutto scritto in una bozza

Paola Peduzzi

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Metodo Merkel

Emmanuel Macron e Angela Merkel (foto LaPresse)

Il segreto di Angela Merkel è la resistenza, lo dice lei, con un’esclamazione, quando ancora una volta le chiedono: come hai fatto a diventare la donna più potente d’Europa, dell’occidente? La tigna, che benedizione. Resistere quando ti mettono in difficoltà; restare in piedi quando tutto attorno a te crolla, la terra in cui sei cresciuta, il partito che ti ha accolta senza amarti a sufficienza; ammalarti quando l’emergenza è finita, non nel momento in cui lo stress è alto e tutti sono lì ad aspettare, a sperare: dai che adesso crolla. La tigna ha tenuto su Merkel per tutta la sua vita politica, la tiene su anche ora che, dopo dodici anni di mandato ne va cercandone altri quattro, l’incoronazione, alle elezioni del prossimo settembre.

 

La resistenza è sì necessaria, ma non basta: anche Hillary Clinton è celebre per la sua determinazione indefessa, eppure ora sta per pubblicare un libro in cui è costretta a spiegare – e se la prende tantissimo con gli altri, e con il tempo sprecato a giustificare il proprio taglio dei capelli e il tono di voce, come fa da quando era first lady – come è riuscita a perdere contro Donald Trump. Anche Theresa May, premier inglese, è celebre per il suo rigore e per la sua preparazione, eppure ha sfasciato la propria leadership con un azzardo, unico e fatale: un calcolo sbagliato. La resistenza è il segreto che Merkel dichiara in pubblico, ma non spiega tutto. La forza della cancelliera tedesca è il suo metodo.

 

Com'è che sei diventata la donna più importante d'Europa, dell'occidente? Lei risponde con un'esclamazione: la resistenza!

Negli anni la Merkel è stata osservata, studiata, interpretata migliaia di volte, ci sono libri, saggi, analisi fotografiche, anche alcuni termini derivati dal suo nome, come “merkln”, che vuol dire “rimandare” e che a lungo è stato utilizzato per sottolineare la “cautela olimpica”, come la definisce Kati Marton in un ritratto su Vogue, della cancelliera. Troppo fredda, troppo calcolatrice, troppo riservata ma brutale: si è scritto e detto di tutto della Merkel, filtrandola di volta in volta attraverso gli occhi dei suoi interlocutori, che sono stati tanti, perché molti suoi colleghi sono arrivati e sono partiti – in molti paesi quattro mandati sono incostituzionali – e lei è ancora lì, sopravvissuta. Nemmeno l’odio più becero è riuscito a piegarla, nemmeno quei fotomontaggi durante la crisi greca che le piazzavano i baffetti à la Hitler sopra il labbro – a lei che si è presa sulle spalle il dolore storico della Germania, e al Congresso americano, nel 2009, disse: “La dignità dell’essere umano deve essere inviolabile. Questa è stata la risposta all’uccisione di sei milioni di ebrei, all’odio, alla distruzione, all’annichilimento che la Germania ha portato in Europa e nel mondo”. Nemmeno la crisi dei migranti, la storica apertura della Germania a un milione e passa di immigrati, in contrasto con gli alleati interni e con gran parte degli europei, è riuscita a scalfire la Merkel, anzi, l’ha resa più convinta, più agguerrita, le ha fatto ricordare il passato a Berlino est, sotto il regime sovietico, il suo riscatto, la necessità di avere un’opportunità, anche una soltanto, per potersi infine trasformare: “Sono cresciuta fissando un muro davanti alla faccia – ha detto la cancelliera al premier ungherese Orban – Sono decisa a far sì che non ne vengano costruiti altri, finché sono viva”. Questa svolta sui migranti, che a lungo è stata considerata la mossa fatale che avrebbe annientato la “padrona dell’Europa”, ha trasformato la cancelliera nel baricentro morale del continente, custode dei suoi ideali fondanti, ancor più rilevanti in un momento in cui parecchie forze esterne hanno provato, provano ancora, a sradicare il progetto comunitario. La libertà, soprattutto, che durante la crisi dei migranti è tornata ad avere un significato grandioso, con quelle migliaia di persone in cammino che s’avvolgevano nella bandiera europea e ripetevano: vorremmo anche noi la vostra libertà. Poi la bandiera europea è diventata improvvisamente di moda, si sono riempite le piazze, s’è ricostituito uno spirito europeo mai visto prima, ma allora, prima della Brexit, prima di Donald Trump, quel blu con le stelle dorate a rappresentare la libertà era quasi sorprendente.

 

Mantenere, coltivare, nutrire lo spirito europeo non è affare semplice, nessuno lo sa quanto la Merkel. In uno dei libri usciti sulla cancelliera tedesca – “The chancellor and her world”, biografia autorizzata – Steven Kornelius ricorda come il concetto di libertà associato all’Europa abbia scandito la politica merkeliana. Cita il discorso del 2003 alla conferenza della Cdu: “Senza libertà non c’è niente – disse la Merkel, allora leader del partito – La libertà è la gioia di raggiungere un risultato, è il fiorire di una persona, è la celebrazione della differenza, è il rifiuto della mediocrità, è la responsabilità personale”. Poi ancora nel 2010: “Da una parte c’è la libertà da qualcosa; dall’altra la libertà di fare qualcosa – disse la Merkel, ormai cancelliera da cinque anni – Quando parliamo di libertà, stiamo sempre parlando della libertà di qualcun altro”. E ancora nel 2007, quando un giornalista le chiese qual è il collante culturale che tiene insieme l’Europa, la cancelliera rispose: “La libertà in tutte le sue forme. Libertà di esprimere la propria opinione, libertà di credere o non credere, libertà di commerciare e fare business, libertà di un artista di modellare il proprio lavoro sulle proprie idee”. Per Kornelius questa conferma costante della Merkel – siamo europei perché siamo liberi, e viceversa – rappresenta una delle sue caratteristiche fondanti, uno dei tanti segreti-del-successo che molti vanno cercando nella speranza di poter in qualche modo imitare la leadership della cancelliera. Ma gli ideali, anche quelli, non bastano.

 

Bisogna fare attenzione, ché gli europei sono volubili, e il brand Europa non è facile da posizionare e rivendere. In una ricerca pubblicata questa settimana, si vede quanto è complicato restare a lungo affezionati all'Europa – l’Italia è al penultimo posto, per dire, appena dopo al Regno Unito della Brexit – e in questo la Germania costituisce un’eccezione straordinaria: la corsa elettorale per le legislative del 24 settembre è una gara – tra Merkel e lo sfidante socialdemocratico Martin Schulz – a chi è più europeista. Ma il prezzo di questa stabilità è stato pagato dalla cancelliera, che viene accusata di continuo di non essere affatto interessata ai destini europei, e anzi di aver piegato tali destini a seconda dei propri interessi. Merkel ci vuole tutti più tedeschi che europei, si sente dire spesso – le polemiche contro la cancelliera, contro il diktat di Berlino, sono sguaiate e volgari. Ma se un ideale europeo ancora esiste, molto è dipeso da lei. E dal suo metodo.

 

Come Blair negli anni Novanta, la cancelliera ha creato una "big tent", partendo da destra, con lo stesso riformismo

Per la Merkel non esistono problemi, esistono processi. La cancelliera scompone ogni guaio, problematica, capriccio in tante parti, e poi ne affronta una alla volta. Chi l’ha vista all’opera nei tanti vertici europei e mondiali, dice che l’arte della Merkel, questa sua capacità di scomporre e riassemblare, si vede chiaramente nella stesura dei comunicati ufficiali. Laddove c’era uno strappo, alla fine c’è l’aggettivo giusto, quello che mette una parte d’accordo e non scontenta l’altra, c’è la frase precisa, forgiata sul clima dell’incontro, in cui ognuno può riconoscersi, o magari scontentarsi un poco, ma senza sentirsi non considerato, o peggio escluso. Laddove ci sono spigoli, prese di posizione ostili, preludi di guerriglia, la Merkel offre la sua diplomazia rotonda, accogliente, alternando la preparazione (che tutti le riconoscono: sa tutto, non dimentica nulla, né dei dossier né delle persone, ricorda anche dettagli di conversazioni leggere, e poi ti chiede: guarito tuo figlio, sta bene?) a una forma di seduzione che non ha che fare con la vanità, ma con la forza di persuasione. Basta chiedere al premier greco, Alexis Tsipras, per convincersene: lui sì che sa bene che cos’è il potere di seduzione della Merkel. O ai rivali della Merkel in Germania, che oggi si ritrovano così scomodi nel contesto politico tedesco, non sanno più dove mettersi, dove sistemarsi, ché la Merkel ha rubato spazi, idee, guizzi – successo.

 

Mentre vanno di moda le formule post partitiche, né di destra né di sinistra, la Merkel ha realizzato in Germania una “big tent” come quella blairiana degli anni Novanta, partendo da destra invece che da sinistra, rifondando il conservatorismo tedesco. La definizione “terza via” è ampiamente abusata e bistrattata – si cerca una quarta, forse c’è pure, è parla sempre di Merkel – ed è ancorata al riformismo progressista, ma come processo ha molto a che fare con l’ascesa e la costanza della cancelliera. La recente manovra sul matrimonio omosessuale in Germania ne è la sintesi esatta.

 

La cancelliera non è mai stata a favore del matrimonio gay – e infatti al voto parlamentare ha votato contro, e molti a dire: lo vedete? E’ tutta una bufala, la cancelliera non è liberale, è conservatrice e basta. Spesso i tifosi non riconoscono le magie nemmeno quando indossano un visibile tailleur color pastello – ma ha, nel corso di un’informale conversazione pubblica in un teatro berlinese, cambiato con una frase la posizione della Cdu. Ha sottolineato che molti hanno “qualche difficoltà” sulla questione, ma ha aggiunto che “in qualche modo” sarebbe stato utile modificare l’approccio “in una qualche direzione che vada verso la coscienza dei singoli”. L’Spd ha pensato che l’apertura merkeliana dimostrasse una sua debolezza, gli elettori conservatori non la seguiranno mai su questo, si sono già presi i migranti ora basta, e i parlamentari poi non ne parliamo: credendo di vedere una ferita, i socialdemocratici si sono illusi di azzannare. Se la Merkel dice il vero, andiamo in Parlamento e votiamola, questa legge sul matrimonio gay, hanno annunciato. Qualche ora dopo, la cancelliera ha detto: benissimo, si vada in Parlamento. In pochi giorni s’è votato, il matrimonio gay ha vinto, ma alla festa della maggioranza dei parlamentari a favore s’è presto capito che sì, nel merito c’era di che celebrare, ma sul resto no, l’azzanno era un buffetto, altro che sangue, altro che ferite: Merkel aveva vinto di nuovo.

 

La costanza nel difendere la libertà ha scandito la vita della Merkel. Poi c'è la sua capacità di trasformare i problemi in processi

Come spiega Jeremy Cliffe, a capo dell’ufficio berlinese dell’Economist, la leadership della cancelliera, il suo metodo, non si nutre soltanto di pazienza e di diplomatica seduzione, ci sono anche delle regole. Tre per la precisione. Uno: non anticipare l’opinione pubblica, ma al momento giusto assecondarla. Le politiche più rischiose della Merkel, come la chiusura delle centrali nucleari nel 2011 o l’accoglienza ai migranti, rispondevano a un cambiamento tra i tedeschi, così come ora il 66 per cento è favorevole al matrimonio gay – le percentuali si sono ribaltate, anche sull’adozione per le coppie omossessuali, ora approvata dal 57 per cento dei tedeschi. Due: cerca di essere strategicamente inoffensiva. Schulz si è lamentato pubblicamente di quella che lui chiama “la demobilitazione asimmetrica”, cioè il fatto che la Merkel non vuole piacere a tutti i costi, semmai vuole diminuire il numero di coloro che non la amano, che magari poi al giorno del voto decidono di non presentarsi alle urne. Vuole risultare “tollerabile” anche per chi non è naturalmente il suo elettore – l’esito finale assomiglia alla “big tent” dell’ex premier inglese Tony Blair, il quale però pretendeva amore sconfinato, non si accontentava di contenere il disamore. Terzo: triangolare con abilità, e poi muoversi rapida, facendo credere di aver accontentato tutti, come accade con le bozze dei vertici europei. L’Spd, assieme ai liberali e ai Verdi, aveva messo come pre condizione di un’eventuale coalizione il fatto che il partner di governo non fosse contrario al matrimonio omosessuale: era una linea rossa (sciagurate linee rosse) della sua offerta politica. Con un’unica frase detta quasi come fosse una gaffe, la Merkel ha cancellato quella linea, e i socialdemocratici si sono trovati a festeggiare pochissimo. Che poi è un dato costante: i sondaggi danno la Merkel molto avanti, al 40 per cento, a Berlino non si parla più delle chances di Schulz, semmai del fatto che alla cancelliera possano bastare i voti dei liberali o dei verdi per governare – con i socialdemocratici all’opposizione.

 

Il metodo Merkel è celebrato dai suoi sostenitori come una dimostrazione di leadership innovativa, democratica, aperta, ma per i suoi detrattori è soltanto la dimostrazione di una cancelliera che calcola, calcola, calcola e alla fine sceglie il risultato che fa il suo interesse, e quello della Germania. Altro che europeismo democratico, insomma. Eppure, nelle bozze dei vertici, nelle chiacchiere informali cui la riservatissima Merkel non si sottrae mai, nella determinazione a non creare squarci nella sua tessitura, forse c’è il segreto del suo successo. Che è anche nella frase che ha detto sui migranti – “Wir Schaffen Das”, ce la faremo – in questa promessa di farsi carico di un problema, di assumersi delle responsabilità, di occuparsene, senza distrarsi, come un amministratore meticoloso, attento, partecipe, come una “mutti”. Che poi è la promessa che tutti vorremmo sentire, sempre, dai nostri mariti, dai nostri figli, dalle nostre madri, dai nostri politici. Avrò cura di te.

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