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A cosa (non) serve il viaggio di Renzi in California

L'ex premier dalla Silicon Valley parla di sviluppo, progresso e automazione. Ma sono nodi economici e sociali talmente complessi che non si risolvono con una scissione, un congresso e un viaggio negli States

A cosa (non) serve il viaggio di Renzi in California

Matteo Renzi (foto LaPresse)

 

Cattedra di san Pietro Apostolo.

 

La scissione in California. Renzi è nella Silicon Valley e da lì ha cominciato a spiegare alle masse come funziona il mondo. “Green economy, auto elettrica, città intelligenti. La rivoluzione tecnologica nel lavoro crea opportunità, non solo problemi”, dice al Corriere della Sera. E chi lo nega? Sarebbe come dire che l’aratro e il cavallo sono più efficienti del trattore. Solo che i problemi della contemporaneità sono diversi, espansi e accelerati e guarda caso sono sempre degli altri, gli ultimi, i perdenti. Quali problemi? In un vecchio taccuino di appunti del titolare di List c’è per esempio questo istruttivo grafico pubblicato tempo fa dal Wall Street Journal, un quotidiano non proprio ostile all’innovazione:

 

 

Occhio all’esito, una palla da biliardo che viaggia a velocità supersonica sul tappeto verde: l’automazione prodotta dall’automazione produce più automazione, dunque meno posti di lavoro. Chiaro? Mal di testa? Aspirina e andiamo avanti. Non sono temi che all’improvviso escono oggi dal magazzino della storia. Il segretario del Pd ha certamente letto il libro pubblicato dal futurologo Alvin Toffler per Random House nel luglio del 1970, il titolo è Future Shock:

 

 

Toffler anticipa il futuro, cioè il nostro presente. Non è un problema che si risolve adorando il totem tecnologico, rendendo omaggio ai titani esentasse della Silicon Valley, ma cercando di capire il senso di spaesamento e smarrimento che provoca l’innovazione nell’uomo. Non a caso il libro di Toffler comincia proprio con la descrizione del soggetto in tumulto del nostro tempo, quello che viene chiamato “the unprepared visitor”, un uomo che si ritrova immerso in un paesaggio che non riconosce e ne viene respinto fino ad essere messo ai margini. Ricorda qualcosa? Dovrebbe essere familiare a chi fa politica e la racconta. Se il libro di Toffler vi sembra troppo datato, no problem, nella libreria del titolare di List c’è qualcosa di contemporaneo.

 

 

Eccolo, si intitola Superintelligence, è stato pubblicato nel 2014 da Oxford University Press, l’autore è Nick Bostrom, e lo scenario che viene dipinto non è quello dell’apoteosi della crescita, ma di un mondo dove l’umano rischia l’irrilevanza con l’esplosione dell’intelligenza artificiale. Sono temi che meriterebbero riflessione, partecipazione e azione della politica, ma tutto si risolve in slogan e in tavoli governativi dove i tassisti vincono la partita proprio per l’assenza di una visione del legislatore. L’automazione procede a tappe serrate, è certamente inarrestabile, ma non tutto ciò che costituisce innovazione è buono e meritevole di essere diffuso nell’uso quotidiano se prima non si valutano i pro e i contro e si trova una risposta. Molti anni fa uno studio del think tank della difesa del Regno Unito predisse lo scenario di una rivoluzione che avrebbe colpito le grandi aree urbanizzate della terra, la rinascita degli -ismi, il tumulto sociale per assenza di lavoro, paghe basse, disoccupazione crescente. Siamo lontani da quel mondo? Date un’occhiata al quadro politico europeo, alla sua governance balbettante e alla rinascita dei nazionalismi e elaborate una risposta. Sono temi che non si risolvono con una direzione del Pd, una scissione e un viaggio in California. La realtà avanza a passo di carica. Tanti auguri.

  

Trump, l’immigrazione e la credibilità dei giornali. A leggere le prime pagine del New York Times e del Washington Post sembra che l’America sia tutta contro la politica sull’immigrazione di Trump e sia pronto un assalto alla Casa Bianca. Il problema è che l’America è leggermente più ampia della Quinta Strada e di Capitol Hill. Qual è il consenso popolare al muro, al divieto di ingresso dai sette paesi, al rafforzamento dei controlli di frontiera? Cari rivoluzionari da tastiera, mettetevi comodi, il golpe democratico è rimandato. The Hill ha pubblicato un sondaggio molto chiaro:

 

 

Il 75% degli americani vuole più controlli alle frontiere, il muro (che già c’è) ha il supporto del 47% contro un no del 53%, il 53% sostiene la necessità del bando sui sette paesi per 120 giorni. L’America è divisa? Sì, ma se andiamo a fondo, scopriamo che le politiche della nuova amministrazione hanno il supporto popolare. C’è da meditare non solo su Trump, ma anche su come i media lo stanno raccontando. D’altronde, un altro sondaggio di FoxNews dei giorni scorsi ha messo il dito sulla piaga. Chi è più credibile tra Trump e i cronisti che lo seguono? Ecco il risultato:

 

 

E come trattano i giornalisti Trump rispetto a Obama? Così:

 

 

Altra domanda, sull’atteggiamento dei giornalisti. Ecco il risultato:

 

 

Il pubblico percepisce una copertura delle news sulla Casa Bianca aggressiva, mai con il beneficio del dubbio. Fake news? Se il dibattito per voi è questo, allora state sereni, il gran bel mondo dei giornali sarà sepolto dalla sua hybris, tracotanza.

 

Inflazione al massimo da tre anni. Preparatevi a uno scenario economico molto diverso da quello dei tassi a zero e del quantitative easing. Il fenomeno è globale, l’Istat lo ha certificato oggi anche per l’Italia dove carburanti e carrello della spesa stanno facendo volare i prezzi. Tutto bene, si dirà. Non proprio, perché la crescita in Europa è consolidata a macchia di leopardo, l’Italia è all’ultimo posto (+0,9% nel 2016) e cresce la metà rispetto alla media dell’Eurozona (+1,9% nel 2016) e il rischio di un fenomeno di stagflazione è in agguato a causa delle incertezze legate al commercio mondiale. Trump potrebbe incrociare un periodo di crescita bassa e inflazione alta, è già successo all’amministrazione Nixon:

 

 

Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve, qualche giorno fa ha lanciato l’allarme in un discorso tenuto all’Economic Club di New York parlando di “una falsa sensazione di ripresa” dell’economia americana. Problemi di Trump? No, anche nostri, la locomotiva degli Stati Uniti è essenziale per la crescita mondiale, se si ferma, ne subiamo le conseguenze anche noi.

 

22 febbraio. Nel 1931 a Castellammare di Stabia viene varata la Amerigo Vespucci.

 

 

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    22 Febbraio 2017 - 16:04

    FAR WEST " Mi si nota di più se resto al OK Corral coi sinistri o se vado in California?": Fuga di mezzanote.

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  • m.lunardelli

    22 Febbraio 2017 - 15:03

    A chi è sempre pronto a criticare Renzi ( o chiunque prenda iniziative di qualunque partito sia , ora non va bene nemmeno un viaggio a spese sue in California per capire quel contesto innovativo che quantomeno qualche idea per il futuro potrà aiutare a tirarla fuori ) rispondo : Ma fate voi politica , tirate fuori delle idee , smettetela di non guardare un metro più in la del vostro ombelico .

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  • Alessandra

    22 Febbraio 2017 - 14:02

    Più che in usa , il fanfarone dovrebbe andare ad Ottawa a trovare il suo gemellino terzomondista

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