Tutto qua?

L’orrida noia che assale e uccide. Solo le donne possono salvare gli artisti, soprattutto quelle brutte

Tutto qua?

La locandina di Il Rosso e il Nero, film del 1954 tratto dal romanzo di Stendhal

È appena trascorsa la Festa della Donna, la vera politica, la regina della Polis, e colei che per l’occasione è venuta a trovarmi è la signora di Rênal, immortale per la sua passione amorosa verso il rossonero Julien e, soprattutto, per la celebre frase che il mascalzoncello in cuor suo macina uscendo dalla di lei profanata stanza: “Dio mio, essere felice, essere amato, non è dunque altro che questo?”. Julien si lascia sfuggire questa bestemmia dopo ore e ore di eros consumate nel letto nuziale. È già qualcosa per un ragazzetto senza arte né parte, allora Julien, dopo che hai assaggiato tanta gloria, perché sprezzante ti dici “tutto qua?”. Sciagurato ragazzo, come puoi disprezzare una notte con una donna, una che te la sogni, una che adora i suoi cari figlioli e per amor tuo li trascura, una che è pronta a darti la vita e tutto il resto? Vergognati, non meriti niente, niente meritate, stronzetti di ogni epoca. “Tutto qua?”. Sì, se l’unica cosa che ti attrae è la morte, e l’avrai, anche se neppure la morte sembrerà piacerti più di tanto, insaziabile ragazzo.

 

Julien cerca la morte e la trova, ma subito si stanca anche di lei, della morte; morirà anche la signora di Rênal, ma una morte assai meno triste, una morte da cattolica che abbraccia i figli e va diritta a farsi benedire. Beato chi crede nell’Aldilà, beato chi non ci crede, poveraccio chi non sa che fine farà e s’arrovella, facendo così una pessima fine, o meglio, un pessimo finale, uno di quelli che non finiscono mai. La noia cattura anche Stendhal, che, astuto, ha l’accortezza di chiudere la letteraria partita in quattro e quattr’otto. La noia, la maledetta, sempre vigila, e quando ci trova sfiniti zac la lama, paff la corda sul nulla dei pantaloni penzolanti. Tutti i giovanotti di Stendhal crepano di noia, per trovare qualcosa di attraente l’altro eroe, Fabrizio, si fa vicario di Cristo, e peccatore; ma morta la sua Clelia, velocissimo a sua volta si consuma, di noia naturalmente. Brutta storia, la conosco. Le notti in cui non so che fare, spalanco la finestra al gelo purché appaia qualche criminale o qualche bestia feroce o qualche satanica signora… Nessuno arriva, ma la fervida attesa è già qualcosa, e mai noiosa. Noiosa è quando è esaudita, è quando si pensa: tutto qua? Insomma Julien è un imbecille, gli piace fare la morale ai moralisti, ai borghesi, crede che possano spaventarsi davanti a qualcosa, loro, gli spaventosi? Pensare che un tempo Julien era il mio eroe, come Napoleone lo era per lui e per Fabrizio, abbagli, falsità. Stendhal se ne fotte dei suoi eroi, li liquida per cimentarsi con donne impossibili, passibili, passabili. Le donne salvano gli artisti dal dovere di esserlo in quel modo lì. La bellezza delle donne brutte, il glamour delle sdentate, il genio delle dementi… tutte hanno in sé una divina luce che i santi se la sognano, anche i migliori, perché appunto sono santi, e certe cose non le fanno: occorrono le donne, solo loro possono regalarci il paradiso, anche quello dell’inferno. “Ma quella è un cesso!”, urlano gli annoiati; poveri fessi, ciechi, castrati e sordi, nella sua pazzia Lo Squartatore aveva maggiore attenzione.

 

Per festeggiare la donna, ecco una poesiola dedicata a due cari, leggendari artisti, Ilaria e Raffaele. “Quel che ti cade dalle mani / lei con grazia raccoglie. / Dalle mani ti cadono i fogli / dai fogli le parole / delle parole il canto. / Tutto l’amore ti è restituito. / Nobili conoscenti del mondo / vi guardate attorno, / dall’angolo da cui vi osservo / ammiro l’attimo di silenzio. / Volano le mani sulla terrazza in fiore / odo il tintinnio di cucchiai e coltelli / cavalieri tra gli uccelli e le nubi. / Sereni gli occhi sul tuo volto / scrivono l’ora che da sempre è scritta, / la parola che ti donò l’infanzia / perché la regalassi alla tua bella”.

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