Infaticabile Amalfi

Da Repubblica marinara non smise mai di commerciare,  pacifica, addomesticando gli islamici in armi e irritando il Papa
Infaticabile Amalfi

Giacinto Gigante, “Il mercato di Amalfi”, 1845

La notte del 18 luglio 1708 “due legni di Corsari Nemici” doppiarono Punta Campanella, il capo della penisola sorrentina di fronte ai faraglioni di Capri, e “verso tre hore di notte di detta questa mattina” sbucarono da dietro le isole de Li Galli, ma furono avvistati dalle torri della costa amalfitana, anche da quella di Positano, e tutte “sonarono trombe e spararono botte”. Tutte, tranne le quattro di Praiano e in particolare quella di “Grado” e la torre “A mare”, che non fecero “li soliti segni di fuoco” nonostante fossero dotate di “due famosi Pezzi d’Artegliaria ciascuna”. Queste due torri non si difesero per la semplice ragione che i rispettivi torrieri e soldati erano assenti.

 

Come spiegava lo storico amalfitano Matteo Camera, ogni abitante di Praiano faceva tre mestieri: il coltivatore di orti terrazzati, il marinaio, il pescatore, “con un piede nella barca e uno nella vigna”. Dunque quella notte torrieri e soldati delle torri di Praiano probabilmente erano a pesca. (Per inciso in questi giorni, 9 e 10 ottobre, si tiene a Maiori e ad Amalfi il terzo incontro mondiale sui paesaggi terrazzati). A “uno miglio dalla costa, da fuori lo scoglio dell’Isca” i legni corsari diedero la caccia e catturarono due tartane di Procida (due pescherecci). Solo quando i corsari erano ormai tornati al largo, fuori tiro, le sorelle del torriero assenteista di Grado spararono, tanto per far vedere, “per dare colore al mondo”, per timbrare il cartellino degli assenteisti, e “non essendo prattici” spararono anche male, al punto che danneggiarono la “capria”, strumento dell’artiglieria. Su incarico del sindaco Giovanni Irace e dei consiglieri comunali Pietro Palma e Costantino Merolla, il notaio Carlo Gallo ricostruì la vicenda, con mente attenta all’interesse pubblico (“più tosto apportano danno alla Corte, et al pubblico, che Utile mentre consumano il Peculio Reale”), auspicò che i colpevoli fossero condannati, trascrisse il verbale sul registro vidimato con il suo logo, una rosa dei venti disegnata a mano. Il notaio rogava a Praiano e ad Amalfi. Il suo registro è ben conservato, a cura dell’Archivio di Stato di Salerno.

 

Prima morale della favola, anzi della storia: il governo Renzi fa bene a sdemanializzare torri, tanto sono sempre servite a poco; ogni dipendente della Pubblica amministrazione ha sempre fatto più lavori, accrescendo l’economia sommersa; questa a Praiano trecento anni fa riguardava la pesca, così come oggi secondo l’Istat riguarda in primo luogo la produzione di beni alimentari e di consumo; il ministro Madia farebbe bene a tener conto che la pratica italica di timbrare il cartellino per gli assenteisti è inveterata.

 

Nel secolo precedente, cioè nel Milleseicento, il vicereame di Spagna aveva realizzato quattrocento torri simili a queste, da San Benedetto del Tronto fino a sud e lungo la costa tirrenica fino a Gaeta, distanti l’una dall’altra appena due-trecento metri per assicurare una copertura completa di avvistamento. Le torri dovevano contrastare le invasioni di corsari islamici che si erano accentuate da quando, con la tregua tra Spagna e Turchia dopo la battaglia di Lepanto del 1571, una guerra di corsa incontrollata aveva preso il posto di quella precedente, che era stata governativa nel senso che veniva autorizzata dal sultano ottomano. Gli schiavi cristiani ad Algeri salirono a 35 mila nel 1580.

 

Seconda morale della storia: quando un paese europeo firma una tregua con la Turchia o altera l’equilibrio interno a un paese islamico, gli sbarchi diventano incontrollati; contro gli sbarchi non ci sono baluardi fisici che tengano.

 

L’invasione islamica era cominciata molti secoli prima, dopo la morte di Maometto nel 632 e dopo la chiamata al jihad nel 792, e fino alle prime crociate aveva toccato tutte le coste tranne quella amalfitana. Questa incredibile eccezione era dovuta al fatto che Amalfi praticava una politica mercantile rispettosa verso gli arabi e da essi rispettata. Per esempio, aveva ottimi rapporti commerciali con i Fatimiti. Questi appartenevano alla dinastia sciita ismailita più importante nella storia dell’islam, erano originari di Salamiyya in Siria e tra il 905 e il 910 guidati da Abu Abd Allah al-Shi’i conquistarono l’Egitto. Si diceva che discendessero da Fatima bint Muhammad, figlia del profeta Maometto, la quale aveva sposato Ali b. Abi Talib e aveva garantito così una discendenza al Profeta. Nel 996, 160 mercanti amalfitani furono accusati di aver aiutato i Fatimiti nella conquista dell’Egitto e perciò furono derubati dei loro beni presso al-Fustat, piccola località che in seguito diede origine al Cairo. Ma il califfo al-Aziz, rispettoso verso Amalfi, reagì, restituì il maltolto e punì i predatori.

 

Sia chiaro, non è che Amalfi si comportasse così per una sorta di prudente e lungimirante visione di politica estera, piuttosto le veniva spontaneo mercanteggiare e ciò portava un utilitaristico equilibrio di scambi fruttuosi esenti da contrasti, quindi produceva un anticorpo avverso le guerre. Alcuni storici hanno ipotizzato un vero e proprio commercio triangolare tra il Mezzogiorno d’Italia, l’Africa del nord, l’Egitto, la Siria-Palestina e Costantinopoli. Fatto sta che tra il 900 e il 1050 Amalfi esportava grano, legna, vino, frutta oltre ad attrezzature navali in Egitto e in Nordafrica, terre che intorno al Mille soffrirono molte carestie. Da Alessandria e dal Cairo, Amalfi importava olio, cera, spezie e oro, e poi con l’oro comprava a Bisanzio oggetti d’arte, abiti da cerimonia e merci orientali, che poi rivendeva in Italia o scambiava nella Spagna musulmana. Da là venivano i “pallia spanesca vetusta” e la “flecta spanesca” (cintura femminile di oro e argento). Nella Spagna musulmana gli amalfitani approdarono per la prima volta nel 942, a Madînat al-Zahra. Sulla base di alcune recenti scoperte, gli storici hanno dimostrato che le relazioni economiche di Amalfi con il mondo musulmano prevalevano su quelle intrattenute con Costantinopoli. Gli amalfitani restarono estranei alla Prima Crociata del 1096. La loro riluttanza non fu dovuta a una mancanza di forze navali, perché anzi erano ben attrezzati, piuttosto fu motivata dal non voler guastare i loro interessi commerciali con l’Egitto. Naturalmente, non parteciparono alla successiva distribuzione di privilegi da parte dei principi latini in favore delle repubbliche marinare che invece avevano aderito.

 

Per maggior precisione, paradossalmente, ad Amalfi fino a tutto il Milleduecento non esisteva la figura dei mercanti come categoria distinguibile dalle altre. Molti amalfitani erano apprezzati in tutto il mondo come mercatores pur non essendo riconosciuti e classificati come tali a casa loro. La mercatura e il commercio erano praticati un po’ da tutti, e magari più dai patrizi che da mercanti di professione. Questi ultimi emersero come categoria vera e propria solo alle soglie del Millecinquecento, quando le famiglie per così dire professionalizzarono la loro attività mercantile. Ciò significa che nell’Amalfi della Repubblica marinara fare i mercanti era un comportamento assolutamente comune, orizzontale e trasversale, non ancora un mestiere organizzato in corporazione. I mezzi navali utilizzati erano costruiti nei cantieri della costa, che in pratica erano spiagge cementate disposte in declivio ed erano chiamate scaria, dal bizantino eskàrion. Il progetto dei mezzi navali (il nabidium, la navis, la navetta, la terida, il lignum, la barcha, la cocca, il buctius, la caravella) era ricalcato per lo più su modelli arabi e bizantini.

 

Terza morale: finché non ci sono crociate si vive meglio; un commercio sostenibile (legna da costruzione in cambio di olio e spezie) è più sano dell’odierno saccheggio di risorse non rinnovabili (danaro per greggio); una civiltà mercantile ferma e rispettosa è virtuosa; mercante è chiunque scambi merci, così come imprenditore è chiunque intraprenda; scambiare e intraprendere sono attività essenziali della vita, non categorie sociali.

 

In occidente, tuttavia, questa pratica mercantile amalfitana sorda alle guerre non attirò grandi simpatie. Anzi, tra l’877 e l’880 Papa Giovanni VIII bersagliò lo “strenuisissimum prefecturium” di Amalfi, tale Pulcari, affinché con le sue galee custodisse il litorale da San Pietro di Trajecto (Minturno) fino a Centumcellas (Civitavecchia) e impedisse lo sbarco dei Saraceni. A questo scopo ma invano, lo blandì con “diecimila mancosi d’argento”, gli inviò epistole, gli spedì minacce di anatemi, lo definì “contumace della Chiesa cattolica”, fece su di lui pressioni indicibili tramite Guaiferio principe di Salerno e suocero dello stesso Pulcari, nonché tramite Landolfo conte di Capua prima e vescovo di Napoli poi, e tramite Docibile duca di Gaeta.

 

Quarta morale: chissà se in futuro un papa chiederà perdono per l’ostracismo esacerbato di Giovanni VIII verso i saraceni o, al contrario, per l’accoglienza senza limiti predicata da Francesco.

 

Duecentocinquant’anni dopo, la caduta della Repubblica marinara nel 1135, le crociate, la scoperta dell’America nel 1492, il conseguente allontanamento dal Mediterraneo del commercio mondiale svuotarono il ruolo di Amalfi e alimentarono le irruzioni islamiche. E si costruirono le torri di avvistamento, da cui siamo partiti in questo racconto.

 

Abbiamo visto che la gente di Praiano faceva tre mestieri, vignaiolo, marinaio, pescatore. Potremmo dire che ne faceva un quarto: il filatore-tessitore di seta. In realtà, sulla costa amalfitana così come essere mercante non era un mestiere, bensì era una componente della vita, analogamente fino al Millecento la filatura e la tessitura si facevano solo nelle case ed erano attività affidate alle donne. I filatoi ad Amalfi non stavano in edifici dedicati (antenati delle fabbriche), né in botteghe artigiane, peraltro largamente diffuse a quell’epoca; erano semplicemente parte delle abitazioni, che venivano affittate “cum filatoriis suis” e con il diritto di accedere al solaio “pro spandere panni et grano et filato”. Il filatoio insomma era come la cucina, il granaio, la mola per macinare il grano. Il bagno non c’era, il filatoio sì. La seta richiedeva più lavoro che capitali; perciò, il patriziato facoltoso non era indispensabile, semmai c’era bisogno di tecnica e cultura del mercato. L’attività della seta fu introdotta prima del Mille da una comunità ebraica che passò per la costa, che aprì fondachi e prese a fornire la materia prima nelle case, a commissionare la fabbricazione e la calandratura di stoffe e panni serici di diversi colori, la tintura della porpora e a controllare la produzione. Ad Agerola si allevava un baco da seta speciale che consentiva di produrre sulla costa un filo di seta molto sottile. I re angioini assoggettarono queste attività a gabelle attraverso “maestri credenzieri”. Quando il reddito generato dalla seta diventò cospicuo, ad Amalfi i diritti doganali furono assegnati “alla mensa arcivescovile”. Quando il reddito calò e con esso il gettito tributario, l’arcivescovo Andrea d’Alagno (1309) protestò e re Roberto aumentò la pressione fiscale sui tessitori.

 

A metà del Millequattrocento, i filati di seta prodotti nel Regno di Napoli erano meno omogenei e soprattutto meno sottili di quelli di altre città e consentivano di produrre damaschi, broccati, velluti e altre stoffe di minor pregio. A Ravello, l’allevamento di bachi e la produzione di seta erano la principale fonte di reddito locale. A Conca l’attività più diffusa era quella delle “calzette di seta”, con una produzione di duemila paia l’anno. Poco meno ne lavorava a sua volta Furore, dove con una coltivazione a terrazze si producevano anche settecento libbre di seta grezza. Da metà Millequattrocento, Cava aveva sviluppato una florida attività di produzione di tessuti ottenuti intrecciando fili d’oro, d’argento, velluti e damaschi.

 

Tornando al Millesettecento, Carlo di Borbone re di Napoli sollecitò la produzione di filo sottile, tipica della costa amalfitana, in luogo della tradizionale seta grezza napoletana di minor pregio e così sfidò i velluti francesi, aprì i mercati del Regno e la concorrenza divampò. Le feste a corte con abiti di seta, ricamati con fili di oro e argento, costituivano la domanda pubblica qualificata per i tessuti dell’artigianato privato. Certo non solo per questo, ma seguirono nel Regno anni di grande sviluppo mercantile, sociale, di progresso culturale, artistico, anni di pace.

 

Conclusione: il commercio è laico, non distingue tra religioni (cristiana, musulmana, ebraica); il motto “Dove non passano le merci passano gli eserciti”, che il Manifesto per la difesa della società aperta e del libero commercio ha rilanciato il 3 settembre scorso sul Foglio, ha una solidità ultramillenaria.

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