Foto EPA/ROMAN PILIPEY 

Due attacchi missilistici cambiano lo schema della guerra

Daniele Raineri

I russi bombardano la rotta delle armi e dei volontari. Spara anche l’Iran: missili balistici contro Erbil e verso la zona del consolato americano

Ieri ci sono stati due attacchi missilistici importanti, uno nel nord-ovest dell’Ucraina da parte della Russia e il secondo nel nord dell’Iraq da parte dell’Iran. Sono importanti perché annunciano un cambiamento delle cose che avevamo visto finora, segnalano che lo schema al quale ci eravamo abituati finora si è rotto. I russi hanno colpito Yavoriv, vicino al confine con la Polonia e a sud di Leopoli, una zona che prima di ieri era stata molto tranquilla e lontana dai fronti di questa guerra. Hanno preso di mira un centro che era diventato uno scalo per i combattenti internazionali che arrivano da volontari in Ucraina per resistere con le armi all’invasione russa. Non c’è accordo sul numero dei morti, potrebbero essere trenta ma la Russia parla di 180 “mercenari uccisi”. Che cosa ci dice questo bombardamento? Che dopo le prime due settimane di disorientamento e di disastri sul campo, i russi hanno abbandonato i piani velleitari che avevano prima della guerra – come: prendere la capitale Kyiv in due giorni – e si sono adattati alla realtà dura del conflitto.

Tagliare il flusso di rifornimenti e di volontari che passa dal confine polacco è una necessità urgente e così hanno bombardato. Quando circoleranno le immagini e le identità dei morti, l’entusiasmo per andare a combattere a fianco degli ucraini comincerà a scemare. Inoltre le rotte per trasferire armi (come i missili anticarro Javelin americani oppure i britannici Nlaw) dalla Polonia e dalla Romania verso i fronti ucraini da adesso sono esplicitamente sotto tiro e sono più complicate. Mentre l’occidente parla della profonda crisi economica della Russia e degli errori del presidente Vladimir Putin in campo militare, questo è il segno che c’è da parte russa la volontà di riorganizzarsi e di proseguire a oltranza. E chissà che l’uccisione di un giornalista americano ieri, a nord della capitale dentro il sobborgo di Irpin, un posto dove nugoli di reporter internazionali fino a ieri lavoravano per raccontare l’evacuazione dei civili e la resistenza ucraina, non faccia parte di questa nuova riorganizzazione. Può essere che si tratti di un errore tragico di guerra, può essere che faccia parte dei segnali. La Russia vuole spegnere l’entusiasmo internazionale per la prova di coraggio data fino a oggi dall’Ucraina. Bombarda una zona tranquilla, uccide volontari stranieri, centra una rotta delle armi e spara a giornalisti americani. Il conflitto è ancora lungo. 

   

L’Iran ha colpito con dodici missili balistici l’area di Erbil, nel Kurdistan iracheno – e in particolare la zona del consolato americano e una base americana a nord della città. Non si era mai visto un attacco così prima, perché di solito le operazioni sono compiute da milizie filoiraniane con droni o razzi e in scala minore, non con missili balistici capaci di viaggiare per centinaia di chilometri da siti di lancio in Iran e non sono rivendicate dalle Guardie della rivoluzione iraniana come è successo ieri. Anzi, un attacco così c’è stato una volta, dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani nel gennaio 2020 da parte dell’Amministrazione Trump. Allora gli iraniani lanciarono missili balistici contro le basi americane in Iraq e tutto il mondo aspettò con il fiato sospeso. Si parlava persino di “terza guerra mondiale”, con scarso senso della misura. Ieri è successa la stessa cosa e a malapena è stata notata – non che non sia grave. Il dipartimento di stato americano ha persino sostenuto che il consolato non fosse tra gli obbiettivi, cosa che appare difficile da credere perché è l’unica struttura significativa in quell’area di Erbil colpita dai missili. 

La rivendicazione iraniana sostiene che sono state bombardate “basi del Mossad” in Iraq e quindi tende a rappresentare l’operazione come una rappresaglia per la recente uccisione di due uomini delle Guardie della rivoluzione in Siria, colpiti da un raid aereo israeliano. Tuttavia non può sfuggire che i missili arrivano mentre a Vienna sono appena stati sospesi i negoziati per riportare in vita l’accordo sul nucleare del 2015. L’Amministrazione Biden tiene molto a chiudere l’accordo, ma gli iraniani sparano missili sul consolato americano più vicino a loro. Si potrebbe interpretare come un segnale ostile o comunque di disprezzo verso i tentativi di Washington di negoziare (gli americani avevano fatto capire che non avrebbero tollerato di proseguire le trattative oltre gennaio, siamo ormai a metà marzo: non sono molto duri). I negoziati in questo momento sono sospesi perché così ha deciso la Russia. E’ probabile che Putin voglia legare la questione del nucleare iraniano alla crisi in Ucraina, come se entrambi i dossier non fossero già complicati da soli.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)