L'indice di miseria mondiale di Bloomberg certifica il disastro del Venezuela

Incrociando i dati di inflazione e disoccupazione, Bloomberg analizza lo stato delle economie più importanti. Alcuni dati fanno riflettere, altri sorridere: il caso della Thailandia 

Proteste in Venezuela

Una protesta anti-governativa in Venezuela (foto LaPresse)

L'indice di miseria come paradigma del malessere venezuelano. Incrociando i dati di inflazione e disoccupazione delle 65 economie più importanti del mondo, Bloomberg infierisce sul Venezuela, primo per il terzo anno consecutivo, fa emergere qualche paradosso ma soprattutto segnala alcuni movimenti interessanti in Europa. Più su si sta in classifica, peggiore è la situazione. Per dire, la troppo spesso magnificata Polonia è passata dal 45esimo al 28esimo posto, il passo indietro più significativo della graduatoria, a causa soprattutto della sua inflazione del 1,8 per cento a gennaio dopo il periodo record di deflazione. Nel Regno Unito, secondo Bloomberg, si sta un po' meno bene sull'onda del Brexit perché la caduta della sterlina incide sulle importazioni e dunque sui prezzi.

 

Il caso per eccellenza, come detto, è il Venezuela: non bisogna rileggere I miserabili per cogliere il concetto profondo di catastrofe. Eppure lì hanno la mitologica sovranità monetaria, oltre al petrolio: serva da lezione ai sovranisti.

Tra i paesi messi peggio, a quanto pare, c'è anche l'Italia, 13esima: il nostro è uno dei paesi con il maggior risparmio privato al mondo, in molti sono proprietari di immobili e nessuno, in linea di massima, muore di fame. Ma per Bloomberg le economie di Filippine e Sri Lanka, per prenderne due a caso, in questa classifica tirano più ossigeno dall'azione combinata di inflazione e disoccupazione. In Europa, Grecia, Turchia, Spagna, Ucraina, Serbia e Croazia fanno registrare dati meno positivi dell'Italia. Nel mondo, Venezuela a parte, gli altri disastri sono Sudafrica e Argentina, rispettivamente secondo e terza.

Il paese meno miserabile in assoluto, invece, sarebbe la Thailandia. Non perché italiani, francesi, tedeschi e americani stiano pensando di spostarsi in massa a Bangkok, ma perché, come spiegava Bloomberg stesso già due anni fa quando la disoccupazione segnava un ridicolo 0,6 per cento, lì hanno un modo tutto particolare di calcolare i dati dell'occupazione: per farla breve, gran parte del lavoro che confluisce nelle statistiche nazionali è sottopagato e le persone che escono dal mondo dal lavoro sono di più di quelle che entrano. Più credibile, piuttosto, la posizione in classifica di Singapore, Svizzera, Giappone, Islanda, Danimarca (altro caso paradossale) o Israele. Insomma, se proprio si deve ammirare, invidiare o copiare qualcuno, va bene l'indice di miseria, ma sono meglio certe letture, un più attendibile indice di futuribilità. 

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