Playboy si rimette a nudo

Il mensile fa retromarcia e, dopo averle cancellate, torna a pubblicare foto di donne nude. Scompare la dimensione onirica delle origini, adesso lo slogna è "naked is normal"

Playboy si rimette a nudo

Una vecchia copertina di Playboy con Pamela Anderson (Foto LaPresse)

La notizia non è che dal prossimo numero di Playboy torneranno le donne nude; la notizia è che da marzo scomparirà il sottotitolo che ha sempre decorato e rafforzato la testata: “Entertainement for men”. Riassunto della puntata precedente: un anno fa la rivista opta per la drastica decisione di eliminare le foto di nudo, dopo che le vendite erano crollate dal vertice di oltre cinque milioni nel 1970 al baratro di settecentomila nel 2016. Le motivazioni dell'insano gesto sono disparate e vanno dalla facilità estrema con cui è possibile reperire pornografia gratuita ed estrema su internet al neanche tanto larvato sospetto che il nudo femminile sia di per sé offensivo. Di fatto l'anno scorso Playboy si è costituito, ammettendo implicitamente di reputarsi produttore di pornografia in diretta concorrenza con altri produttori di pornografia. In questo modo ha annullato la distinzione, piuttosto evidente, fra la reiterata visione di spezzoni luridi online a scopo onanistico e la costruzione di un contesto estetico ed edonistico – “l'intrattenimento per uomini”, appunto – nel cui ambito voyeurismo ed eventuale onanismo assumono un senso collaterale. Quest'autodenuncia era radicata sul timore dell'accusa di sessismo o, meglio, sul timore che la diffusione dell'immagine del corpo nudo di una donna consenziente (e retribuita) potesse essere reputata offensiva non solo nei confronti di donne il cui corpo non avrebbe meritato onori simili, ma anche nei confronti della Donna in sé, proiezione collettiva inesistente come tutte le generalizzazioni con l'iniziale maiuscola.

 

La rivoluzione del 2016 è stata finalizzata ad adeguarsi ai tempi, ma i tempi non si sono adeguati a Playboy. In un'era genderfree in cui il corpo è un campo minato, la trasformazione del rotocalco patinato da coniglietto a braghettone non ha pagato in termini di incremento delle vendite. Che fare? La soluzione è stata appena escogitata dal figlio del fondatore Hugh Hefner, Coooper, venticinquenne direttore creativo della rivista: dal prossimo numero, marzo-aprile 2017, si torna a pubblicare donne nude. A cominciare dalla foto di copertina, dove una languida Elisabeth Elam è coperta appena dal carattere bianco del titolo. 

 

A prima vista sembra l'uovo di Colombo. È possibile immaginare la scena del board di Playboy riunito a ponderare su come risollevare le sorti di un giornale celebre da decenni per le sue foto di donne nude, fino a che in qualcuno non sorge l'idea luminosa: “Ehi, potremmo pubblicare foto di donne nude!”. E gli altri: “Giusto, non ci avevamo mai pensato”. La realtà probabilmente è più sottile. Potrebbe trattarsi dell'operazione di marketing editoriale più geniale o più disperata della storia: una rivista da sempre celebre per le donne nude smette di pubblicare donne nude di modo tale che, quando annuncia che tornerà a pubblicare donne nude, tutti si stupiscano che pubblichi donne nude.

 

O, più subdolamente, potrebbe trattarsi di un secondo tentativo di adeguarsi ai tempi; una correzione del tiro in corsa. Leggiamo bene le parole esatte del lieto annuncio di Cooper Hefner: “Ammetto che il modo in cui ritraevamo la nudità fosse datato ma è stato un errore rimuoverla del tutto. Il problema non è mai stato la nudità perché la nudità non è un problema. Stiamo riprendendoci la nostra identità rivendicando chi siamo”. Rivendicazione è la parola chiave. Hefner junior vuole che il ritorno di Playboy alla propria vera identità sia in qualche modo connesso al fatto che la nudità non sia un problema, ossia al fatto che “Naked is normal” come recita il titolo del prossimo numero, prontamente trasformato in hashtag per una campagna social a tavolino. Playboy intende diffondere un nuovo tipo di nudo, spacciandolo stavolta per essenza umana vera e naturale lì dove a Hefner senior premeva farlo apparire costruito e onirico (altrimenti, sottintendeva, tanto vale che uno rimiri sua moglie in doccia).

 

Non a caso sul prossimo numero apparirà un servizio sul movimento “Free the nipple”, volto a far allentare le maglie della legislazione americana e della sensibilità collettiva sull'allattamento al seno in pubblico – non proprio il nudo più erotico che si possa immaginare. Per questo sparisce dunque il sottotitolo “Enterntainement for men”, anche se Hefner junior tace la motivazione: non perché l'intrattenimento maschile sia datato ma perché l'intrattenimento maschile scorge nel nudo qualcosa che va oltre una dichiarazione di naturalezza e spontaneità o, peggio ancora, una militanza identitaria per rivendicare l'orgoglio di essere ciò che si è veramente, fra fiumi di retorica. Sotto questa prospettiva, il ritorno al nudo di Playboy non ha più rilevanza del servizio fotografico di settembre, dedicato a una bella giornalista in hijab.

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