Così la Protezione Civile affonda tra campanilismi e politici assenti

Al Senato non c'è il numero legale e slitta l'approvazione della riforma voluta dal governo. Intanto si apre una nuova fase per la gestione della ricostruzione. Con mille domande 

Chi ha ingabbiato Protezione Civile e Commissione Grandi Rischi

(Foto LaPresse)

Se un premier invoca la necessità di una riforma generale di un organismo decisivo per gestire una emergenza straordinaria, quale è il terremoto dell’Italia centrale, e se al momento di votarla per ben due volte manca il numero legale, due sono le conclusioni alle quali giungere: o i parlamentari non la ritengono prioritaria sconfessando l’urgenza dichiarata in tv dallo stesso premier, oppure non ne riconoscono la leadership (del premier).

 

Il mancato numero legale al Senato per la approvazione della Protezione civile 3.0 targata Gentiloni, però, è la spia di un’altra motivazione di carattere politico, nella quale si intrecciano non solo gli interessi legittimi delle comunità locali, ma soprattutto il controllo della gestione della ricostruzione. 

 

Chi ha ingabbiato Protezione Civile e Commissione Grandi Rischi

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La riforma che dovrebbe ridisegnare il sistema della gestione dell’emergenza in Italia, dandole più potere e sottraendola al controllo della burocrazia, si deve legare indissolubilmente alla riorganizzazione del meccanismo della ricostruzione, gravato da una filiera burocratica troppo lunga, i cui centri di potere (Parchi, Sovrintendenze, Uffici Speciali per la Ricostruzione dei Comuni e della Regione, Commissario straordinario e Anac) si condizionano a vicenda.

 

L’approvazione del Decreto da parte del Governo nella giornata di ieri, infatti, apre una nuova fase nella interlocuzione tra l’esecutivo, il Commissario e le comunità locali. E in mezzo vi sono il ruolo che avrà l’attuale Commissario Errani nella ricostruzione, la riorganizzazione della Protezione civile, nonché la valutazione del contributo che la stessa avrà nella ricostruzione.

 

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Chi comanderà tra l’attuale capo della Protezione civile Curcio ed il commissario Errani? Chi avrà la responsabilità di prendere decisioni e impartire ordini adesso che la burocrazia sarò meno asfissiante? Non sono questioni secondarie. In Umbria non hanno dubbi, e molti amministratori locali vorrebbero tornare alla positiva esperienza del 1997, che aveva proprio nei Comuni un punto di riferimento fondamentale senza la intercessione di altri organismi che allungano la filiera della burocrazia, arrivata ad una esasperazione tale che nel piccolo comune laziale di Accumoli, per la realizzazione delle piastre per le casette, hanno partecipato 272 imprese (il procedimento è ora all’apertura delle buste, quindi se va bene le casette le vedranno non prima dell’estate).

 

Del resto anche in questa occasione proprio i Comuni sono stati gli enti locali che più degli altri hanno dovuto soccombere della negoziazione tra centro e periferia, come nel caso dell’Abruzzo, regione terremotata prima e colpita dall’emergenza neve con decine di migliaia di persone senza luce per una settimana. I comuni del Gran Sasso, come Colledara, Castel Castagna, Isola del Gran Sasso, quelli della Vallata del Fino per finire a Pietracamela e allo stesso capoluogo Teramo (che nelle ultime settimane ha perso migliaia di abitanti corsi nel frattempo a riempire le città della costa) non sono stati inseriti nel decreto con il quale il Governo ha previsto una serie di misure agevolative e fiscali per le regioni colpite dal sisma.

 

Se ne parlerà martedì prossimo quando il Decreto sarà ampliato e, soprattutto, quando i senatori saranno chiamati di nuovo ad approvare la riforma della Protezione civile (che stavolta non può non essere approvata). Quello che sta accadendo, tuttavia, deve far riflettere sullo stato in cui versano le autonomie locali nelle aree del Paese poco popolate. E deve invitare ad una presa di posizione non più rinviabile, soprattutto alla luce delle emergenze delle scorse settimane. Un Paese così fragile, con una disponibilità di cassa non paragonabile a quella degli anni Sessanta/Settanta, non si può più permettere di avere 8000 Comuni, quasi la metà con popolazione tra i 1000 e i 5000 abitanti (sono 3617 per la precisione). Se non partiamo da questa precondizione essenziale per la ridefinizione dell’architettura amministrativa quale è l’accorpamento e la fusione dei Comuni, viziamo all’origine la discussione.  

 

E gli interessi, seppure legittimi, di piccoli agglomerati di persone vengono scambiati nel grande gioco della riforma (oggi quella della Protezione civile) perché la loro inesistente massa critica non incide sulle scelte definitive della politica. Svuotate le Province delle principali competenze, infatti, i Comuni montani adesso appaiono come dei fantasmi, senza personale e risorse. E i loro cittadini non possono fare altro che sperare in un intervento riparatore e nella clemenza della politica, che li ha considerati meno di zero, lasciandoli al freddo, senza luce e facendo estinguere l’unico capitale che gli era rimasto, gli animali.

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