Rigopiano, l’“allarme Vajont” e altre bufale. La comunicazione del rischio e la scienza

Perché tutto è cambiato dal processo sul terremoto dell’Aquila. La divulgazione scientifica e i rischi di possibili cortocircuiti

L’“allarme Vajont” e altre bufale. La comunicazione del rischio e la scienza

Il Municipio di Campotosto danneggiato dal sisma (foto LaPresse)

Roma. S’intitolava “una ragione per tremare” l’articolo che, nell’ottobre del 2012, l’Economist pubblicò dopo la sentenza in primo grado che condannò a sei anni di reclusione per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime i membri della Commissione grandi rischi nel processo sulle responsabilità per il terremoto dell’Aquila. Si prevedeva, nel pezzo, che quella sentenza avrebbe cambiato per sempre qualcosa nell’analisi delle situazioni di rischio potenziale, portandole a un eccesso di cautela. Probabilmente, ci serve tornare a quel processo (che si concluse poi con l’assoluzione di tutti gli scienziati e la condanna di De Bernardinis, della Protezione civile) e allo spartiacque che segnò (se lo segnò o, più semplicemente, ne evidenziò il solco pregresso) per inquadrare le recenti dichiarazioni di Sergio Bertolucci, presidente della Commissione grandi rischi (Cgr) e le polemiche che ne sono seguite.

 

Bertolucci si è lasciato sfuggire, nei giorni scorsi, qualche “termine improprio” parlando della zona di Campotosto e della sua diga. Nelle stesse ore, uscivano agenzie sulla relazione che la Commissione ha consegnato alla Protezione Civile e, in pochissimo tempo, la notizia di un possibile “effetto Vajont” in Abruzzo ha assunto la forma di un infausto, ineluttabile vaticinio. Bertolucci voleva dire che un effetto Vajont sarebbe poco significativo in quell’area, eppure è parso – ed è stato comunicato – il contrario. Il resto del comunicato della Cgr è stato presentato come una relazione disperata e, soprattutto, priva di fattività. Un comportamento da “bambini che l’hanno fatta grossa: io l’ho detto, adesso fate vobis”.

 

Così, sul Sole 24 Ore, Massimo Maugeri commentava il comunicato, quasi fosse o contenesse un approccio. “Il rischio percepito è sempre dipendente dalle modalità e dalla qualità della comunicazione adottata”, scrive Valerio Congeduti in un capitolo del volume “Parola di scienziato - La scienza ridotta a opinione” (a cura di Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto, ed. Universitalia): la comunicazione del rischio è inserita nel vasto oceano della divulgazione scientifica e subisce i medesimi cortocircuiti che, di recente, abbiamo visto carbonizzare la relazione medico-paziente. Dopo il processo dell’Aquila, che fu un tentativo di dare “un giudizio non contro la scienza ma contro la comunicazione della scienza” (ancora Congeduti), e la riflessione conseguente circa i condizionamenti sulla ricerca e sulla serenità degli scienziati nel prendere parte al dibattito pubblico, viene da domandarsi se la mancanza di un protocollo serio, in fatto di comunicazione del rischio, non sia una lacuna cui porre rimedio. Forse c’è bisogno di affiancare alla Commissione Grandi Rischi una Commissione per la Comunicazione dei grandi rischi. Burocratese? “Forse no”, dice al Foglio la ricercatrice Paola Salvati dell’Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) e del Cnr, ricordando tuttavia che “in Italia, mediamente, un giornale si legge solo quando reca la notizia di un allarme, provocando così un’abitudine culturale al travisamento della realtà e dei suoi dati”.

 

Paola Salvati è nel team di ricercatori che hanno creato il portale Polaris, dedicato alle popolazioni a rischio da frana e da inondazione in Italia, che ha essenzialmente due obiettivi: fornire dati incontrovertibili e periodici (grazie a un monitoraggio costante e costantemente comunicato) sul rischio idrogeologico in Italia. Dati dispensati ai giornalisti scientifici e per educare gli utenti alla responsabilità della propria incolumità, attraverso lo studio delle modalità dei decessi (risulta, per esempio, che a morire di più durante frane e alluvioni sono gli uomini – il dato vale per l’Italia e l’Europa ed è rovesciato nei paesi del terzo mondo – perché sono più avventati e, soprattutto, commettono spesso l’errore peggiore: rientrare in casa). Ai cittadini servirebbe un protocollo di comunicazione, probabilmente, ma esso avrebbe senso solo se gli stessi fossero responsabilizzati attraverso una seria educazione civica, confortata da stime probabilistiche precise, da una frequente comunicazione del pericolo (da attuarsi indipendentemente dall’attualità) che consenta di “familizzare con l’incertezza della scienza e il rischio” (Congeduti).

 

La comunicazione del rischio, inoltre – lo ha dimostrato il caso Bertolucci – necessita di “un preciso studio del linguaggio, che meriterebbe forse un manuale, in cui vengano resi chiari a giudici, procuratori, avvocati, alcuni concetti scientifici di base, come quelli della statistica e della matematica, ma pure quelli di discipline più specifiche come la sismologia”, dice al Foglio Alessandro Amato, sismologo dell’Ingv (da poco su Facebook, con il medesimo eroismo di Roberto Burioni) e aggiunge: “Un altro aspetto da affrontare è quello della validazione dei pareri degli esperti e dei periti. Nel corso del primo processo ‘Grandi rischi’ si è attribuita una rilevanza spropositata a testimonianze e perizie di presunti esperti”. Epitteto scrisse che “non sono gli eventi, ma il nostro punto di vista riguardante gli eventi che è il fattore determinante”: doveva confortare lo stoicismo, molti e molti secoli fa.

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