I prof vecchi, malpagati (e donne)

La brutta pagella dell’Ocse alla scuola italiana (aspettiando la #Buona): in Italia i salari più bassi, il primato di docenti che superano i 50 anni d’età e la netta prevalenza di personale femminile che però non trova riscontro nei livelli dirigenziali.
I prof vecchi, malpagati (e donne)

Robert Harris, A Meeting of the School Trustees (1885, National Gallery of Canada)

Ogni anno l’Ocse esamina lo stato dell’istruzione in circa quaranta paesi ed emette un rapporto circostanziato. Per l’Italia, quest’anno, sono state evidenziate alcune caratteristiche che, dal confronto con gli altri sistemi educativi, appaiono peculiari. Si tratta del basso livello delle retribuzioni degli insegnanti, della loro anzianità elevata, della distribuzione di genere che vede largamente prevalere la componente femminile. I salari degli insegnanti, nei quattro anni considerati (dal 2010 al 2014) sono diminuiti di circa il 7 per cento. Il fatto che il costo dell’insegnamento per studente continui a ridursi dal 2000 significa che c’è una sottovalutazione seria del ruolo dell’istruzione. Il fatto poi che ci sia poca differenza tra la retribuzione dei docenti dei livelli inferiori e di quelli superiori dell’istruzione, determina un appiattimento che segnala una scarsa selezione professionale e una conseguente tendenza all’egualitarismo che nuoce alla evoluzione del sistema. Lo stesso vale per l’invecchiamento dei docenti.

 

L’Italia detiene il primato, tra tutti i paesi dell’Ocse, di docenti che superano i 50 anni d’età. Questo limite, per la verità, ha trovato una parziale correzione con la riforma scolastica in vigore, che immette nuove forze nel corpo docente, anche se in molti casi si tratta di “precari” anch’essi in età non giovanile. Comunque l’Ocse si attende che il dato anagrafico medio risulti nettamente modificato dalla riforma (ma ci vorrà qualche anno). Infine viene esaminata la terza caratteristica peculiare del sistema italiano, la netta prevalenza di personale docente femminile (attorno all’ottanta per cento) che però non trova riscontro nei livelli dirigenziali, dove le donne sono a mala pena la maggioranza.

 

Questa prevalenza femminile, che in una logica di politicamente corretto verrebbe letta come un successo del processo di emancipazione femminile, viene invece considerato un indice critico dall’Ocse, che vi vede una propensione a considerare l’insegnamento un lavoro secondario, meno impegnativo di altre professioni e che per questo appare più compatibile con le altre incombenze di ordine domestico che gravano soprattutto sulle donne. La fotografia della scuola italiana che ne esce conferma quello che appare a occhio nudo, ma è anche un incentivo a promuovere una trasformazione che nasca da una riconsiderazione del ruolo sociale della scuola e dei docenti, che però debbono essere spinti a una maggiore professionalità in base alla quale ottenere anche equi riconoscimenti retributivi. Da questo punto di vista la logica della riforma, che seppure assai timidamente, introduce elementi di merito e non solo di anzianità nella valutazione anche economica dei docenti va nella direzione giusta, che però è quella più aspramente criticata da vasti settori sindacali e corporativi. 

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