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E' l'inferno del nord, pavé ed equilibrio, bellezza e follia. E' la Parigi Roubaix

E' un gioco di equilibrio, di fiducia, di coraggio. E' una questione di sensibilità, di istinto, di percezione. E' saltellare su fili invisibili, pietra su pietra, è non rallentare, perché rallentare è peccato, non frenare perché inutile, un azzardo. E' volteggio e danza. E' un viaggio per la pianura francese, tra panorami di campi e qualche collina morenica che sembra stata buttata lì a caso, lungo un piano che sembra infinito non fosse per qualche albero o foresta che interrompe l'immobilità del paesaggio. E' Francia ma solo sulla carta, solo per scherzo, perché tutto odora e profuma di Belgio, sarà l'Albo d'oro, saranno le strade, sarà l'architettura dei pochi centri abitati che si incontrano lungo il percorso

di Giovanni Battistuzzi

E' l'inferno del nord, pavé ed equilibrio, bellezza e follia. E' la Parigi Roubaix

E' un gioco di equilibrio, di fiducia, di coraggio. E' una questione di sensibilità, di istinto, di percezione. E' saltellare su fili invisibili, pietra su pietra, è non rallentare, perché rallentare è peccato, non frenare perché inutile, un azzardo. E' volteggio e danza. E' un viaggio per la pianura francese, tra panorami di campi e qualche collina morenica che sembra stata buttata lì a caso, lungo un piano che sembra infinito non fosse per qualche albero o foresta che interrompe l'immobilità del paesaggio. E' Francia ma solo sulla carta, solo per scherzo, perché tutto odora e profuma di Belgio, sarà l'Albo d'oro, saranno le strade, sarà l'architettura dei pochi centri abitati che si incontrano lungo il percorso. Sono 257 chilometri infiniti, vibranti, pieni di insidie e inganni; non salite, non servono, le erte sono orizzontali e hanno la forma di pietre, croce e delizia meccanica e umana, follia e insensatezza. E' soprattutto Roubaix. E basta il nome, perché questo è etichetta, icona, bellezza, estremismo e tradizione. Amore, soprattutto. Perché il pavé lo si deve amare, rispettare, non temere, ma non sfidarlo. Il pavé è la Roubaix come la Roubaix è il pavé, una cosa unica, indissolubile, non li si può nemmeno pensare divisi, non avrebbero senso.

La Parigi-Roubaix è prima di tutto due cose: pietre e volti. Pietre. Immerse nella polvere se il sole si concede, si trasformano in pozze e fango se la pioggia cade. Volti. Maschere di cipria con il bel tempo, maschere d'argilla, irriconoscibili e misteriose quando il cielo gronda acqua. Ruote che sbandano, scivolano, si imbizzarriscono in ogni caso, qualsiasi sia il tempo. Il resto è cercare di stare in piedi, davanti. Poi è una rincorsa, prima ai fuggitivi, poi alla sorte. Azzardare è possibile. Azzardare è la regola perché la Roubaix non è altro che un azzardo essa stessa, "l'ultima follia del ciclismo moderno".

Roger De Vlaeminck sulle pietre ha costruito il suo monumento. Il pavé lo azzannava con cattiveria, lo asfaltava sotto i palmer. Potente, sembrava volasse. Primo "Monsieur Roubaix", il primo ad arrivare al poker, l'unico oltre a Tom Boonen, ma è storia recente. Rick Van Looy lo anticipava, lo domava, rimbalzava sulle pietre come fosse un'unica cosa con la bici, perché in queste condizioni non c'è altra possibilità. Francesco Moser non lo considerava, faceva come se non ci fosse, partiva e non lo si riprendeva più. Franco Ballerini invece lo accarezzava, come un padre con il proprio figliolo. Il più bello ed elegante, l'ultimo signor Roubaix. Il toscano amava il pavé e Roubaix amava Ballerini. All'ultima corsa della vita, la Parigi-Roubaix del 2001, sfilò coperto di fango sul velodromo della città francese. Sotto la maglia della squadra ne indossava una con la scritta "Merci Roubaix". Arrivò staccato, lontano dai primi. Ci furono minuti e minuti di applausi. Un tributo che era un'apoteosi.

 

Uomini diventati miti in queste zone. Zone che sono diventate mitiche. Foresta di Arenberg, Mons-en-Pévèle, Carrefour de l'Arbre. Non solo tratti di pietre antiche in mezzo alla campagna francese, ma veri e propri monumenti, protetti, cullati, tutelati dall'amministrazione francese, "perché - diceva Jaques Goddet, direttore tra 1946 e il 1984 dell'Equipe - la storia va salvaguardata e queste pietre, ognuna di esse, è storia allo stato puro, tela perfetta per pennellate d'autore", a pedali ovviamente.

di Giovanni Battistuzzi

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