Il compagno greco

Adesso è il compagno greco l’ultima frontiera. E’ lì che ora i cuori battono, le meglio speranze fremono, l’avvenire s’incarna. E’ il “Davide ellenico”, come con trasporto dice il compagno Nichi Vendola, al Golia cavernicolo del peggio capitalismo. Una volta bisognava inoltrarsi per la foresta del Chiapas, a trarre conforto e utili indicazioni nel rimirare il passamontagna del Subcomandante Insurgente Marcos e l’aggregata fumante pipa.  Adesso, il più placido Partenone basta e avanza. Non c’è ormai più nessuno – tra quelli dei frequenti appelli, degli appelli alle cause più nobili, delle firme per le più elevate occasioni – che non volga verso il mar Egeo lo sguardo.

Il compagno greco

“Care compagne e compagni… Fraterni saluti” (Alexis Tsipras ad Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Barbara Spinelli, ecc. ecc.).
“Carissime compagne e compagni… Con i miei saluti da compagno”. (Alexis Tsipras a Nichi Vendola e al congresso di Sel).


Adesso è il compagno greco l’ultima frontiera. E’ lì che ora i cuori battono, le meglio speranze fremono, l’avvenire s’incarna. E’ il “Davide ellenico”, come con trasporto dice il compagno Nichi Vendola, al Golia cavernicolo del peggio capitalismo. Una volta bisognava inoltrarsi per la foresta del Chiapas, a trarre conforto e utili indicazioni nel rimirare il passamontagna del Subcomandante Insurgente Marcos e l’aggregata fumante pipa – ed era tutto uno scapicollarsi tra San Cristóbal de las Casas e La Realidad, Fausto Bertinotti in devoto pellegrinaggio riceveva in dono dall’Insurgente stesso una copia del “Don Chisciotte” (“Questo libro è un manuale di politica moderna molto utile nella lotta per l’umanità e contro il neoliberismo”: la dedica), mentre forgiava ritratti che, stilisticamente, dal bertinottismo della Selva Lacandona avrebbe condotto al vendolismo del Peloponneso: “Un uomo che non è né riformista né rivoluzionario, ma va oltre: è già nel terzo millennio”. Adesso, il più placido Partenone basta e avanza. Non c’è ormai più nessuno – tra quelli dei frequenti appelli, degli appelli alle cause più nobili, delle firme per le più elevate occasioni – che non volga verso il mar Egeo lo sguardo, a rimirare la novella Itaca che nuove sorti future e nuovi orizzonti alla sinistra meglio intenzionata pare schiudere. E si fanno dappresso, dunque, Paolo Flores d’Arcais, con Andrea Camilleri e Barbara Spinelli e Furio Colombo, e pure Michele Serra – orizzontale e non sdraiato – s’affretta e spiega: “Ho messo la mia firma sotto quell’appello per la grande stima che ho di Barbara Spinelli, una delle poche teste politiche che ci sono rimaste…”. Adesioni. Comitati di sostegno. “Oltre la sacrosanta indignazione, cominciamo ad agire”. C’è da mettere in conto, di questo passo, pure una sera in televisione con Fabio Fazio, sicuro. E’ Alexis Tsipras l’oggetto di tanto desiderio, il leader di Syriza che ha fatto mangiare la polvere alla più antica e polverosa sinistra greca. E’ un tipo con una faccia che più greca non si potrebbe, uno che sarebbe perfetto nella schiera degli invitati che affollano il fatidico giorno nel “Mio grosso grasso matrimonio greco”. Greco nello sguardo, nei gesti, nel pelo si potrebbe dire. Greco come la feta, come Zorba, come il sirtaki.

In Italia, la figura del compagno greco ha sempre avuto discreta fortuna, seppure mai di clamorose impennate – strategicamente sovrastato, in quei primi anni Settanta in cui ogni cosa comincia, tanto dal compagno cileno, in fuga da Pinochet, quanto dal compagno spagnolo, con quel Franco che pareva non dover morire mai: un morto estenuante. Persino cubani/argentini/venezuelani/boliviani avevano maggior seguito. Poi bisogna tener conto che se da un lato c’erano i torvi generali e dall’altro il caudillo agonizzante, quei colonnelli greci piazzati in mezzo – a gradazione non perfettamente compiuta, a vorrei ma non posso, qualcosa dove si vedevano mischiate insieme tragedia e farsa: ah, la signora del terzo piano, la moglie del colonnello, un principio di gerarca Catenacci… – pur nel dramma un elemento di irrefrenabile comicità si trascinavano dietro. E infatti se non sono mancati film di denuncia, così che sensibilità cinefila e sensibilità democratica spingevano alla visione di Costa-Gavras o di Theo Angelopoulos, quello che più resta nella memoria è il “Vogliamo i colonnelli” di Mario Monicelli, dove una sfilza di fessi medio-alto graduati (dal colonnello Barbacane al tenente, ovviamente di vascello, Branzino) provava a mettere in pratica un colpo di stato – col non fondamentale contributo, tra l’altro, del colonnello greco (di supposta ma indeterminata esperienza) Andreas Automatikos. Ecco – il colonnello, greco nel caso specifico, più del generale alla caricatura si presta, al sovversivismo un po’ fascista e un po’ piccolo borghese, tra camerata e tinello, tra ordine e pastarelle domenicali. Più caserme, cribbio! Meno capelloni, cribbio! Così che soprattutto a impazzire politicamente per il colonnellume all’ombra del Pireo erano in Italia i giovani fascisti missini, e segnatamente virgulti come Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri hanno felicemente rievocato il loro andarsene per piazze e vie al grido di “Ankara, Atene / adesso Roma viene!”, e il più azzeccato (da degna sceneggiatura del film di Monicelli, da macchietta graduata) tra tutti gli slogan: “Basta con i bordelli / vogliamo i colonnelli!”. Perché ecco, questi colonnelli (in realtà nelle giunte militari c’erano anche dei generali: ma i colonnelli davano il passo), che restarono al potere dal 1967 al 1974, e che ogni loro comunicato cominciavano con le parole “Apofasisomen kai diatasomen” – “abbiamo deciso ed ordiniamo”: quasi non ci credessero neanche loro – erano tipi insieme da decisioni brigantesche e da provvedimenti spassosi.
Eccoli, per esempio, questi provvedimenti, elencati in un articolo di Igor Man sulla Stampa, proprio nei giorni del colpo di stato: “Il colonnello Giorgio Papadopoulos, il colonnello Nicola Makarezos, hanno cominciato a svolgere oggi il loro programma di governo. E lo hanno fatto con un provvedimento a dir poco singolare, che non trova riscontro in nessun altro paese del mondo: d’intesa col ministro dell’Educazione, quello dell’Interno ha prescritto che gli studenti debbano frequentare assiduamente le prossime cerimonie religiose della Pasqua. Non è tutto: i capelloni saranno banditi dalle scuole, è fatto obbligo ai ragazzi di portare i capelli corti e alle ragazze di smettere la minigonna, è fatto obbligo tassativo a tutti gli studenti di recarsi a Messa ogni domenica. Gli ispettori e i presidi saranno responsabili dell’osservanza di queste disposizioni, che prevedono anche la proibizione per gli studenti di giocare ai biliardini…”.  Si tirava decisamente dietro la pernacchia, il colonnello, quasi quasi prima dell’indignazione. La voce narrante di “Z - L’orgia del potere” forniva un ulteriore elenco che un po’ si sovrapponeva e un po’ andava oltre (molto oltre): “Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotsky, scioperare, la libertà sindacale, Lurçat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett. Dostoevskij, Cechov, Gorki e tutti i russi, il ‘chi è?’, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera ‘Z’ che vuol dire ‘è vivo’ in greco antico”. Il colonnello Papadopoulos, nei giorni del golpe, tenne una conferenza stampa, con azzeccatissima metafora, non c’è che dire, della situazione greca: “Abbiamo un ammalato, disteso sul tavolo chirurgico e deve essere operato: per questo, è naturale, siamo costretti a tenergli ben fermi i piedi e le mani, se no si muove”.  Giusto un po’ di destra nostrana, in Italia (bordelli/colonnelli!), apprezzava i militari del Pireo, con qualche intervista al Borghese degli stessi, “schietta e simpatica figura di soldato con una brillantissima carriera”, e attacchi alla Rai per i suoi servizi, “hanno dedicato chilometri di pellicola al tentativo di convincere i telespettatori italiani, che pure vengono continuamente incoraggiati ad adorare le sottane clericali, a detestare i gonnellini dell’esercito greco”.

Fatto sta che – ancora ignoto il Cile, ancora in salute Franco, appena defunto il Che – in Italia si ebbe tutta una lunga stagione di scoperta e di valorizzazione del compagno greco nelle sue mille sfumature: letterarie e musicali, soprattutto; politiche ma senza grande trasporto (non il pensiero, piuttosto la sorte greca coinvolgeva); alimentari ma con cautela – non si registrò, per dire, alcun boom del consumo di feta o di yogurt o di ouzo, nemmeno per fraternamente brindare. La musica, appunto, segnò quegli anni. E’ l’epica di Mikis Theodorakis, imprigionato e torturato dai colonnelli, oggi un po’ dimenticato. Persino musicisti pop, per niente impegnati, furono coinvolti. Iva Zanicchi per anni passò per compagna cantante impegnata avendo fatto un intero disco con Theodorakis – e andava a milioni di copie “è un fiume amaro dentro me, / il sangue della mia ferita, / ma ancor di più è amaro il bacio / che sulla bocca tua mi ferisce ancor”, e nientemeno Al Bano trionfò con “ragazzo che sorridi / non avverrà mai più / che resti senza sole / la nostra gioventù / il mondo di domani / confini non avrà / e una mano bianca / la nera stringerà”.  Ha spiegato in seguito Iva Zanicchi: “Comunque di politica non capisco niente: ho cantato quelle canzoni perché mi sembravano adatte alla mia voce. Certo, di fronte a testi che parlano di deportazione e campi di concentramento non ti viene da pensare alla villeggiatura”. Ma più di quarant’anni fa – quando il compagno greco debuttò sulla scena politico-mediatica nostra, prima della recente invocazione vendolian-micromeghiana al compagno Tsipras – quella musica era davvero nell’aria: non solo nelle manifestazioni di piazza, nei cortei antifascisti, nei presidi davanti alle ambasciate; ma in televisione, alla radio, a “Canzonissima”. E si facevano pubbliche letture dei poeti greci, come Giorgos Seferis – “questi macigni alzai fin che potei / questi macigni amai fin che potei”, o Ghiannis Ritsos – arrestato dai colonnelli nella notte del golpe, “diversamente si guarda il mare da una finestra / diversamente dietro un filo spinato”. E il poco vispo sirtaki quasi come un ritmo antagonista veniva vissuto. E la faccia così greca di Melina Mercouri. E quella ancora più greca, omerica persino – e fu indimenticabile Penelope, sugli schermi televisivi in quegli anni – di Irene Papas, furente e bella, “la banda degli stupidi che ha fatto tornare il nazismo in Grecia”.  Uno studente greco di sinistra, Costantino Georgakis, per protesta, si diede fuoco a Genova. Un altro studente greco, di destra, Mikis Mantakas, fu ucciso dagli estremisti di sinistra davanti a una sezione missina. Non si ebbe solo il compagno greco. Alcuni, una minoranza, ebbero pure il camerata greco. Si protestava contro re Costantino, il re di Grecia, accusato di aver offerto una sponda istituzionale ai militari dalla cella facile. “Capelloni a Roma protestano contro Costantino”, titolava il Resto del Carlino nel 1967. Curiosa, la fobia dei capelloni, dai colonnelli ai redattori: Ankara, Atene / adesso pure a Roma il barbiere viene…
Ma a contribuire alla definitiva edificazione del mito del compagno greco fu Oriana Fallaci, con la sua storia d’amore con  Alekos Panagulis. Ecco, Panagulis – che aveva cercato di far fuori il colonnello Papadopoulos: “Io non volevo uccidere un uomo. Io non sono capace di uccidere un uomo. Io volevo uccidere un tiranno” – fu perfetta incarnazione del compagno greco come ognuno se lo aspettava, temerario e generoso, che trascrive i versi usando il suo sangue: “Un fiammifero per penna / sangue gocciolato a terra per inchiostro / l’involto di una garza dimenticata per foglio / Ma cosa scrivo?”. Con quell’intervista del ’73 – settembre 1973: proprio quando il dramma del Cile sta per sostituire nel cuore della sinistra italiana quello greco – Oriana Fallaci perfeziona per sempre l’icona del vero compagno greco: “Capivi subito che era uno di quegli uomini che non si pentiva d’essere nato: non se n’era mai pentito e non se ne sarebbe mai pentito. Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la loro vita. Né le sevizie più atroci, né la condanna a morte, né tre notti trascorse in attesa della fucilazione, né il carcere più disumano, cinque anni dentro una cella di cemento di un metro e mezzo per tre, l’avevano piegato”. Scolpì così – sentimenti a parte – l’icona del perfetto compagno greco, Oriana Fallaci: di muscoli, di cuore. Con quel saluto finale, nell’intervista, che lasciava intravedere (a ragione) ben altri sviluppi. “Alekos, cosa significa essere un uomo?”. “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata ‘Se’. E per te cos’è un uomo?”. “Direi che un uomo è ciò che tu sei, Alekos”. Così.

Si capisce che adesso, per fortuna, in Grecia i colonnelli non ci sono – e quelli che ci sono in caserma stanno. Giusto l’ombra inquieta e buia di quell’Alba dorata… Però quasi tutto usurato, è verso l’antico Partenone che lo sguardo incerto e pensoso della più pensosa Italia oggi torna a volgersi. Pericle non c’è, chi potrà ritrovarlo?, ma il compagno Tsipras di mediterraneo coperto ha certo più mordente del compagno Martin Schulz – esageratamente “tedesco di Germania”, con quella barbetta immediatamente evocativa di qualche pagina dei “Buddenbrook”: pura noia nordica. E dunque “con Tsipras ma non contro Schulz”, si dicono i vendoliani dalle festose aggrovigliate missive; con Tsipras senza sé e senza ma, i micromeghiani dalle pensose e tacitiane missive. Peggio e più intrigata la situazione che nella giungla del Chiapas, quando il compagno Marcos era uomo del terzo millennio a terzo millennio mica avviato – e perciò né rivoluzione né riformismo, sempre terra di mezzo, sempre alto volare, sempre felicità nell’ossimoro (prima ancora che nella lotta, come leninisticamente veniva insegnato). E in ogni modo da quelle parti c’era pure l’oracolo di Delfi, che non poco, nel rischioso frangente europeo avrebbe potuto sostenere – “e ora gli dèi mi concedano fortuna, che mi vada meglio rispetto a quelli che sono entrati qui prima”: così che pure Barbara Spinelli, avendo avuto modo lo Scalfari Eugenio irriverente di incontrare Io, potrebbe vantare un faccia a faccia non meno elevato e impegnativo e proficuo. Comunque, ben tornato compagno greco. La feta è sempre quella che è. Così lo yogurt. L’ouzo figurarsi – capace che pure i compagni gli preferiscono l’amaro del carabiniere. La sinistra è molto cambiata, rispetto ad allora. Però un po’ scombinata sempre la troverai.

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