UN FOGLIO INTERNAZIONALE
“La solidarietà per Gaza cela l’antisemitismo”, scrive lo storico Simon Schama
“Nei circoli ‘progressisti’, i massacri al Nova e nei kibbutz, anziché generare simpatia sono stati un innesco di esultanza”. L'articolo del Telegraph

Simon Schama (Foto Getty)
"I massacri al festival Nova e nei kibbutz, lungi dal generare simpatia nei circoli che si autodefiniscono ‘progressisti’, sono stati un innesco di esultanza”, scrive nel Telegraph il celebre storico Simon Schama. “Strappare i manifesti degli ostaggi o dei partecipanti al festival uccisi divenne un passatempo popolare dei manifestanti pro palestinesi, ovunque li vedessero attaccati a lampioni, vetrine o pareti delle stazioni della metropolitana. Il mondo trabocca di crudeltà sanguinaria e di stragi di civili. Eppure, in qualche modo, non ci sono marce che piangono e si infuriano contro il massacro degli ucraini, dei sudanesi africani da parte delle RSF arabe, la strage di decine di migliaia di manifestanti iraniani da parte dei loro despoti teocratici.
Non c’è il boicottaggio dei ristoranti cinesi per mostrare solidarietà agli uiguri di fronte all’annientamento culturale (…) La nazificazione di Israele e l’equiparazione moralmente squallida e storicamente assurda di Gaza ad Auschwitz fungono da sospensione della pena per non aver fatto granché per salvare le vittime ebraiche anche dopo che i fatti del loro annientamento erano noti. Allo stesso modo, inquadrare gli ebrei come gli oppressori imperialisti paradigmatici della storia risparmia ai discendenti dei veri colonizzatori un esame di coscienza troppo critico. Mettete gli ebrei sul banco degli imputati piuttosto che i vostri bisnonni, perché siamo il popolo a cui la colpevolezza può essere facilmente trasferita, e i mezzi per incriminarci, collettivamente, sono prontamente disponibili, come lo sono da secoli. Siamo colpevoli a pari opportunità.
Di qui l’ossessione furibonda, soprattutto da parte di progressisti bianchi autodesignati che anelano a essere perdonati per un passato coloniale, nel demonizzare un popolo che non ha avuto nulla a che fare con il libero saccheggio dei loro antenati. Di qui, anche, la rabbia dei discendenti degli immigrati da quegli imperi, per i quali qualsiasi gesto di penitenza è inappagabile, sebbene i compagni bianchi in kefiah che esortano all’intifada contro gli ebrei sembrino aiutare. Onestamente, tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati in pace, di poter mandare i nostri figli e nipoti a una scuola ebraica in divisa, magari con una kippah in testa, senza che gli si urli contro e senza che si sentano spaventati e che si vergognino; di poter prendere i mezzi pubblici senza essere aggrediti e senza che ci sputino; di andare in sinagoga senza dover passare tra uomini armati di protezione; che i nostri amici e familiari israeliani possano parlarsi in ebraico e ottenere comunque una prenotazione d’albergo, o l’ingresso a un concorso canoro, o posti a una partita di calcio.
E magari, se non è troppo disturbo, potremmo chiedere che chi canta si prenda la briga di leggere un po’ di storia – se riesce a trovarla, dato che nelle sezioni sul medio oriente delle librerie vengono messi in evidenza solo i testi antisionisti. Qualche libro (e ce ne sono in abbondanza) che non presuma che il sionismo sia stato razzista e imperialista fin dall’inizio, che lo spargimento di sangue sia stato a senso unico, che delle morti a Gaza si debba parlare e di quelle del 7 ottobre per niente”.
(Traduzione di Giulio Meotti)