Nolan, il bene, il male e noi. Una pellicola che rispetta il poema e vince

Scrive Stephen Kavlan: il regista lascia che Omero sia Omero e che i buoni facciano giustizia dei cattivi, senza perdersi in pseudo-intellettualismi equivoci. Un bene anche per il cast, ispirato e convincente

27 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 12:16
Immagine di Nolan, il bene, il male e noi. Una pellicola che rispetta il poema e vince

Foto LaPresse

Le parti migliori dell’Odissea di Christopher Nolan sono quelle in cui si limita semplicemente a raccontare la storia del poema originale di Omero”, scrive Stephen Kavlan sulla Free Press. “Può sembrare un’asticella bassa. Non lo è. Nel corso degli anni si è dimostrato stranamente difficile per i registi contemporanei adattare questa epica avvincente senza distorcerla, svuotarla del suo fascino o proporne una ‘versione moderna’. La leggenda del viaggio decennale di Odisseo per tornare a casa dopo la guerra di Troia è così amata e spesso raccontata, così sfacciatamente eroica nelle sue proporzioni, che i registi moderni a volte sembrano quasi in imbarazzo a dare all’Odissea il suo pieno riconoscimento senza sminuirla o aggiungere un’ironia. Nolan non lo fa. Prende numerose deviazioni dal materiale originale, ma resta piuttosto fedele alla sua struttura complessiva e al suo spirito. A suo grande merito, il suo blockbuster cinematografico – uscito nelle sale di tutto il mondo – lascia in gran parte che Omero sia Omero.
Avendo visto il film due volte, potrei citare numerose scene per illustrare questo punto. Ma c’è una sequenza in particolare che molti interpreti contemporanei faticano a rendere correttamente e che Nolan azzecca alla perfezione: mettendola sullo schermo senza addolcirla eccessivamente o giustificarla. Questa sequenza avviene quasi alla fine del poema, quando Odisseo scatena una sanguinosa vendetta sugli uomini che hanno abusato della sua famiglia a Itaca. Durante la ventennale assenza di Odisseo, sua moglie Penelope e suo figlio Telemaco sono stati perseguitati da un branco di predatori opportunisti guidati dal sinistro Antinoo. ‘Cani’, dice loro Odisseo nel poema, ‘avete dissipato le ricchezze della mia casa e avete violentato le mie ancelle’. Poi li fa pagare… giustiziandoli in massa. E’ un episodio scioccante, senza dubbio. Ma anche meritato. I pretendenti non solo hanno divorato le provviste di Odisseo e stuprato le sue serve: hanno anche complottato per uccidere suo figlio. In un discorso particolarmente viscido, Eurimaco – complice di Antinoo – lascia intendere che Antinoo corteggiava Penelope solo come pretesto per impadronirsi del trono. ‘Non era tanto che avesse bisogno o desiderio di matrimonio: aveva altre cose in mente, che Zeus non gli permise di realizzare: regnare come re sul popolo di Itaca dalle belle dimore, tendendo insidie a tuo figlio per abbatterlo’.
In altre parole, questi sono i cattivi. Omero lascia certamente ampio spazio per chiedersi se Odisseo esageri nel saziare la sua furia su chi lo ha tradito. Ma il poema rende anche perfettamente possibile concludere che la risposta sia no. Dopo tutto, Odisseo è giudizioso ai margini. Risparmia il cantore Femio perché ha collaborato con i pretendenti solo sotto coercizione, e l’araldo Medonte per la sua gentilezza verso Telemaco. Poi la fedele nutrice Euriclea riferisce che, sebbene molte ancelle siano state prese con la forza, alcune hanno collaborato volontariamente con i pretendenti: ‘Non hanno avuto rispetto né per me né per Penelope’. Odisseo permette alle innocenti di vivere, ma per ristabilire l’ordine nel palazzo dopo vent’anni di anarchia decide che i colpevoli devono morire.
E’ perfettamente lecito rabbrividire di fronte alla severità di questa imposizione di giustizia. Ma è anche possibile, per una compassione malriposta, provare troppa simpatia per i pretendenti. Per esempio, nel film The Return del 2024 di Uberto Pasolini, una versione ostinatamente cupa del ritorno di Odisseo, Ralph Fiennes nei panni di Odisseo abbatte con l’arco e le frecce innocenti piagnucolanti mentre fuggono terrorizzati o cercano disperatamente di difendersi. Marwan Kenzari interpreta invece un Antinoo estremamente simpatico, che si siede con calma e offre il collo alla lama di Telemaco (Charlie Plummer). ‘E’ questo l’amore che volevi?’ chiede in tono di rimprovero a Juliette Binoche nei panni di Penelope. Inorridita, Penelope implora per la vita di Antinoo prima che Telemaco gli tagli la testa. Il messaggio: Odisseo avrebbe dovuto essere più gentile con gli uomini che hanno molestato sua moglie e complottato per uccidere suo figlio. Qualunque cosa sia questa scena, ha poco a che fare con l’universo del poema di Omero.
Nolan, invece, non indulge in simili pseudo-intellettualismi equivoci. E’ felice di farci tifare per gli eroi e contro i cattivi. All’inizio del film, il fedele porcaro Eumeo (John Leguizamo) prepara le aspettative dicendo che rabbrividisce al pensiero di ciò che Odisseo farà ai pretendenti quando tornerà a casa. Antinoo, interpretato con magistrale doppiezza da Robert Pattinson, dà al pubblico e agli altri personaggi ogni motivo per odiarlo. E loro lo odiano. Anne Hathaway offre un’interpretazione intensamente toccante nei panni di Penelope, che ribolle di rabbia contro gli uomini che l’hanno imprigionata e fantastica di bruciarli vivi nel palazzo. E quando Odisseo (Matt Damon) finalmente torna a casa, è in conflitto su molte cose – ma non sul fatto che i pretendenti debbano morire. Come dice nel poema: ‘Non hanno avuto rispetto per nessun uomo sulla Terra’. Nell’originale di Omero, Antinoo è il primo a morire, colpito da una freccia al collo proprio mentre sta sollevando una coppa di vino mal guadagnato alle labbra. Nolan serba la morte di Antinoo per ultima, ma fa morire per primo un altro pretendente in modo molto simile, con le parole interrotte a metà frase da una ferita punitiva alla gola. Quando ho visto quel momento in sala, il pubblico ha applaudito. Ha perfettamente senso. Quando è messo in scena da un regista davvero bravo come Nolan, questa scena non è complicata come le nostre ansie moderne la fanno sembrare. Le persone vogliono vedere fatta giustizia. Fa parte del raccontare storie e della vita. Non è virtuoso né gentile lasciare che i predoni sfruttino i deboli all’infinito. Non è caritatevole permettere ai briganti di sovvertire l’ordine di un palazzo o di una società. Non c’è nulla di compassionevole nel lasciare impuniti i cattivi. Lo sappiamo intuitivamente, tranne quando fingiamo di interrogarcene nelle aule universitarie. Emily Wilson, nell’introduzione alla sua acclamata traduzione dell’Odissea, si preoccupa che le ancelle che muoiono per aver favorito i pretendenti ‘presumibilmente avessero poca scelta sul loro trattamento’. Ma il poema rende esplicito che la maggior parte di loro ha scelto di resistere, mentre una minoranza (12 su 50) non l’ha fatto. Wilson definisce la scena ‘una delle più orribili e inquietanti di tutto il poema’. Ma la nutrice Euriclea, che è rimasta fedelmente leale alla casa, non sembra pensarla così: va ‘ridacchiando’ di gioia ad annunciare il ritorno di Odisseo a Penelope dopo la strage. Nolan non evita nemmeno il destino di Melanto (Mia Goth), l’ancella che viene mostrata mentre bacia Antinoo con gioia mentre gli passa informazioni per aiutarlo ad assassinare Telemaco. E’ Penelope, nella versione di Nolan, a spingere Melanto nel massacro quando inizia la strage: ‘Di sicuro il tuo posto è laggiù’, sibila. La Penelope e l’Odisseo di Nolan sono allineati nella convinzione che gli intrighi e i tradimenti siano durati fin troppo. Anche questo sembra giusto. Non dovrebbe sorprendere. Quando ci immergiamo davvero in una storia – non come raro manufatto di ‘alta cultura’, ma come il tipo di racconto esaltante che l’Odissea era destinata a essere – sentiamo istintivamente che la giustizia è una cosa buona. Nella sua opera fondamentale di critica letteraria, la Poetica, il filosofo Aristotele scrisse che la trama dell’Odissea ‘termina in modi opposti per i personaggi buoni e per quelli cattivi’. E’ questo che rende la conclusione del poema più simile al lieto fine di una commedia che alla conclusione straziante di una tragedia. Aristotele notò che il pubblico ha una ‘debolezza’ per questo genere di cose. E ce l’ha. A giudicare dai cinema esauriti e dalle recensioni entusiastiche dell’Odissea di Nolan, le persone trovano ancora soddisfacente quando i personaggi decisamente malvagi vengono sconfitti e quelli nobili vincono. E’ una sciocca pretesa pensare che storie di questo tipo non possano anche sollevare domande morali difficili o contenere eroi imperfetti che commettono errori. L’Odisseo di Nolan è abbastanza complesso, e quello di Omero lo è ancora di più. Il poema è abbastanza grande da permetterci di interrogare i suoi momenti più oscuri, inclusi alcuni omicidi di Odisseo. Ma c’è una differenza tra complessità e relativismo morale o vigliaccheria. E’ vero che la vita è complicata. E’ anche vero che esistono cose come il giusto e lo sbagliato. I migliori artisti sono in grado di riconoscere e mostrare entrambe queste verità contemporaneamente. E’ ciò che fa Omero nel suo poema, e Christopher Nolan è stato estremamente intelligente – per non dire coraggioso – a prendere Omero sul serio. A parte tutto il resto, ne viene fuori una grande storia”. (Traduzione di Giulio Meotti)