Prendo quello che ha preso AI

I menù con l’intelligenza artificiale fan passare l’appetito
19 SET 26
Immagine di Prendo quello che ha preso AI

Fotografia da Iamenu.ai

Nel suo saggio La salvezza del bello il filosofo coreano-berlinese Byung-Chul Han teorizzava l’idea dello sleek, cioè di una società, la nostra, che ama le superfici perfette, prive di attriti, lucide e levigate. Usava come esempio i finti palloncini scintillanti di Jeff Koons, oltre alla ceretta brasiliana e all’iPhone. Byung-Chul Han non aveva ancora visto cosa può fare l’intelligenza artificiale generativa, cosa possono creare i vari Grok e Canva e Midjourney. Ne abbiamo fatto esperienza con le grottesche locandine AI delle sagre paesane, quest’estate, ma la vera vittima più che i nostri lavori è il cibo, o il modo in cui viene rappresentato quando usciamo a mangiar fuori. Divinità del nostro tempo – che ha trasformato i centri delle città in mangiatoie e costellato i canali Tv di versioni sofisticate della Prova del cuoco o di serie che rendono epica una paninoteca facendola sembrare una war room – oggi come un simulacro svuotato, il cibo viene ridisegnato dal deep learning e dai data center. E l’effetto è, appunto, un superamento dell’estetica dello sleek, dove tutto viene portato al limite della verosimiglianza e finisce per sembrare oltre che finto, disgustoso. Se per quasi un ventennio si è parlato di food porn fotografando per Instagram i pasti del weekend, tra smash burger e tagliatelle al cinghiale, oggi l’algoritmo ricrea panini e pastasciutte dandogli un tono mostruoso, un aspetto deforme, come una creatura da film di John Carpenter, o da serie sci-fi anni 90 di serie C, e l’hashtag perfetto sarebbe food horror.
I ristoranti, non certo quelli da guida Michelin, hanno iniziato a far apparire sui menu in cinque lingue immagini di filetti di manzo, colazioni all’inglese o muffin al mirtillo create dai robot che fanno venir nostalgia di quelle scattate da un lavapiatti con una Olympus digitale dei primi del secolo, con il flash che riflette sul burro delle carote bollite. Se la foto degli arrosticini postata sui social per ferragosto poteva ancora somigliare, in una sua evoluzione postmoderna, alla natura morta della cacciagione rinascimentale, il cibo creato dall’AI oltre che apparire alieno perde quell’unica dimensione che lo separa da qualsiasi altro oggetto: apparire come nutrimento. Posso, io essere organico, sbavare davanti a una fetta di apple pie creata non da un grafico o un disegnatore, ma da una macchina che per sua natura non mangia? Certo, anche gli androidi spesso si nutrono, ma come l’Ash di Alien, ingurgitano fluidi sintetici che servono a mantenere attivi i circuiti bio-meccanici.
“I menu generati con l’AI”, ha scritto la caporedattrice della rivista Food&Wine, “mi fanno passare l’appetito”. La giornalista si è ritrovata anche in ristoranti di alta fascia, con una certa reputazione, a scrollare il loro menu online ritrovandosi davanti a “immagini di piatti inquietantemente levigati che non sembrano essere realizzati con materiali commestibili, e sale da pranzo illuminate da un sole alieno”. Care macchine, portateci via il lavoro, ma non deumanizzate il risotto allo zafferano (e tutto per risparmiare su un graphic designer). Piuttosto una foto fatta col Samsung o scaricata da un catalogo di foto stock, o meglio addirittura quelle dei kebabbari e dei baretti di provincia dove le patatine vengono photoshoppate da un cugino che ha fatto lo Ied. Make immagini del cibo cheap again.