Terrazzo
La destra e l'egemonia del botox
Non conosce crisi il settore delle punturine, nonostante inflazione e crisi globale. I nuovi clienti sono i maschi, soprattutto di destra, anche quelli troppo dimagriti causa Ozempic. Ma occhio alla "Mar-a-Lago face"

Jeff Bezos e Lauren Sánchez Bezos al Met Gala (Getty)
Mentre Renzi e Meloni si sfidano su chi fa più spesso la spesa al supermercato, come simbolo di vicinanza al popolo (non hanno capito che ormai la spesa è invece un genere di lusso come le vacanze alle Fiji), mentre tra un po’ ai compleanni si regaleranno buoni benzina come le “gift box” per i weekend in montagna e al mare, c’è qualcosa a cui nessuno vuole rinunciare, e anzi se ne vende sempre di più: il botox.
Ne avevamo avuto un’impressione come dire empirica, dalle facce di politici, presentatori e presentatrici tv, che rispetto a immagini di repertorio anche solo di dieci anni fa paiono oggi irriconoscibili. Più luminose, piene, turgide. Per non parlare della coppia turgidissima Bezos-Sánchez che ogni volta appare rifinita e polposa in labbra e zigomi smaltati. Adesso arriva la conferma: secondo il capo del colosso dermatologico Galderma, numero due mondiale del botox, siamo nell'epoca d'oro delle punturine, e la crisi non scoraggia affatto i loro estimatori alla ricerca del turgore perduto.
Flemming Ørnskov, amministratore delegato del gruppo svizzero, ha detto al Financial Times che nonostante la crisi, “i consumatori continuano a dare priorità al proprio aspetto, segno che i trattamenti estetici di fascia alta si stanno rivelando sorprendentemente resistenti all’inflazione”.
Il gruppo, con sede nella cittadina svizzera di Zug, ha beneficiato della crescente diffusione dei neuromodulatori come appunto il botox, che rilassano i muscoli facciali per prevenire le rughe, e dei filler, che aggiungono volume sotto la pelle. Galderma è diventata il secondo operatore mondiale nel campo degli iniettabili dopo AbbVie, la casa farmaceutica americana che produce il Botox, quello con la B maiuscola, che ha registrato il marchio. Interessante che Galderma fosse in passato una divisione di Nestlé, per cui da una parte mangi le merendine e ingrassi e ti vengono i foruncoli, dall’altra ti prendi i siringoni per sembrare più ganzo e dalla pelle di bebé. Insieme, AbbVie e Galderma rappresentano oggi il 75 per cento delle vendite mondiali di neuromodulatori.
La tenuta del settore dei siringoni sembra confermare il cosiddetto “effetto rossetto”, scrive il Ft, il fenomeno per cui nei periodi di crisi i consumatori continuano a spendere per piccoli lussi legati all’estetica (arriva la fine del mondo ma voglio che mi trovi a posto). Nel primo trimestre del 2026 Galderma ha registrato una crescita delle vendite del 25,5 per cento, arrivando a 1,47 miliardi di dollari. A trainare i risultati è stato anche il successo di Sculptra, un cosiddetto “biostimolatore” iniettabile che aumenta la produzione di collagene ed elastina per dare un aspetto più giovane al volto. Questo a sua volta deriva da un altro fattore, ha detto il boss dei siringoni. Galderma ha puntato infatti sugli utenti dei farmaci GLP-1 che soffrono di “rilassamento del viso” dovuto alla rapida perdita di peso. Insomma parliamo dell’Ozempic e dei suoi derivati, come il Mounjaro, che ora va anche più di moda, famiglia di farmaci nati per il diabete ma che invece vengono usati a tutta callara per dimagrire velocemente (se vedete un ex grasso o un’ex grassa, in borsa o borsetta nascondono sicuramente uno di questi farmaci. C’è chi ammette di usarli e chi mente).
Questi dimagranti sono stati anche completamente “normalizzati”, come dicono i giovani, tra i maschi: tra i politici, lo usano per esempio Calenda, Mulé e tanti altri. Come col trapianto di capelli non più nascosto ma fieramente dichiarato (Lollobrigida, Bocchino, Andrea Ruggieri) uno dei pochi tratti egemonici di questa destra, uno dei suoi contributi più forti al canone culturale della contemporaneità, non passa dalla Rai o dalla Biennale ma pare essere appunto lo sdoganamento dei trattamenti estetici, soprattutto tra gli uomini.
Secondo l'American Academy of Facial Plastic and Reconstructive Surgery (AAFPRS), il 92 per cento dei chirurghi plastici ha anche clienti maschi. Si parla di “brotox”, cioè il botox per i signori. La stessa associazione rileva che nel 2025 l’80 per cento delle procedure è costituito da trattamenti non invasivi, soprattutto neurotossine (botox e simili) e filler. Di nuovo, un boom soprattutto dovuto all’Ozempic e ai suoi derivati. “I farmaci dimagranti come il semaglutide stanno modificando profondamente il panorama estetico. Se da una parte producono risultati spettacolari sul corpo, dall’altra hanno effetti molto visibili sul volto. Il 67 per cento dei chirurghi segnala un aumento di pazienti che cercano trattamenti per contrastare guance svuotate, lassità cutanea, mandibole più cadenti. Per il secondo anno consecutivo i chirurghi riportano una crescita del 50 per cento degli innesti di grasso autologo (fat grafting), usati per restituire volume e morbidezza al viso. Un chirurgo su quattro prevede inoltre che i farmaci dimagranti provocheranno un ulteriore boom dei trattamenti non chirurgici” si legge nel rapporto.
Insomma, dimagrisci troppo velocemente, e a molti cade la faccia per lo svuotamento improvviso. Dunque urge il botox per evitare l’effetto Shar Pei. Si faranno liposuzioni al sedere per impiantarsi il grasso in faccia? Comunque, una vitaccia.
C'è poi chi è preoccupato per l'uso e abuso di siringoni. Ørnskov stesso parla di "filler fatigue", cioè l'esagerazione da botox. Secondo il rapporto dell’associazione americana, la paura principale di chi si sottopone a trattamenti oggi non è il costo, o l’invasività, bensì apparire “innaturali”. L’incubo è di risvegliarsi con una “Mar-a-Lago Face”, cioè il faccione da mostro (o mostra) del mondo Maga, ovvero quell’insieme di tratti incredibilmente levigati, gonfi e artificiali che si vedono su figure dell’élite trumpiana come Kristi Noem, Kimberly Guilfoyle, Laura Loomer e Matt Gaetz. “Labbra gonfie da puntura d’ape, fronti immobili, colli tiratissimi: un’estetica paragonata alle star di Real Housewives e alle drag queen, ma senza il lato camp”, scrive il Guardian.
L’estetica della politica è da sempre un tema delicato, soprattutto per quanto riguarda le donne. Nicole Russell di USA Today ha definito le battute sulla “Mar-a-Lago face” “attacchi crudeli” contro le donne conservatrici. Per altri invece quel volto è ormai il simbolo visivo stesso del trumpismo. Basti pensare a Kristi Noem, ex segretaria degli Interni appena silurata ma che ai tempi d'oro appariva “truccatissima durante i raid dell’ICE, con onde da spiaggia sopra il giubbotto antiproiettile. Oppure alla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt alle conferenze stampa mentre minimizza la presenza del nome di Trump nelle email di Jeffrey Epstein, stringendo labbra rosa iper-contornate abbinate all’ombretto scintillante”. Per gli uomini, imperversa il "looksmaxxing" cioè la cura estrema del corpo, tra allenamenti micidiali, chirurgia, beauty routine. Il faccione trumpiano versione uomo richiede mascelle scolpite, palpebre guizzanti, capigliature compatte e lucide come legni pregiati. Ne sono vittime il segretario alla guerra Pete Hegseth e il succitato Gaetz, deputato floridiano.
Adesso però tanti sono perplessi. Il corpo alla moda potrebbe rivelarsi, sul lungo periodo, un investimento fallimentare o almeno inutilmente costoso. Anche perché il "regime change" è probabilmente in arrivo: come a Roma dopo il referendum tutti si sono già riposizionati e si rivelano antichi fan di Elly Schlein, così in America, fiutando la débâcle repubblicana prossima con le elezioni di midterm, tanti stanno cambiando casacca: come il trumpiano pentito Tucker Carlson, molto dimagrito con Ozempic peraltro. Ma un conto è riposizionarsi, un altro cambiare pelle (literally). Lì le tracce rischiano di essere indelebili, il faccione trumpiano mica svanisce in una notte. Comunque, Trump o non trump, maschi o femmine, avere un corpo alla moda pare sempre più un incubo gestionale e manutentivo. Forse si stava meglio quando eravamo tutti brutti e ciccioni, e basta.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).

