Il palinsesto del sangue. Da Vermicino a Garlasco, storia della tv-tribunale

Al mattino i contenitori di Rai 1 e Canale 5, all’ora di pranzo il talk di Rai 2, nel tardo pomeriggio La7, il venerdì, in prima serata, la messa cantata di “Quarto Grado”. Cambia il celebrante, non il rito

Immagine di Il palinsesto del sangue. Da Vermicino a Garlasco, storia della tv-tribunale

Foto Lapresse

L’insostenibile prevalenza del Male. Le giornate dei monasteri erano scandita da ore canoniche, perché nessun momento restasse sottratto alla contemplazione. La giornata televisiva italiana ha adottato la stessa architettura, sostituendo il mistero della fede con quello della cronaca nera. Al mattino i contenitori di Rai 1 e Canale 5, all’ora di pranzo il talk di Rai 2, nel tardo pomeriggio La7, il venerdì, in prima serata, la messa cantata di “Quarto Grado”. Cambia il celebrante, non il rito né il solito nome di un paese della Lomellina. Il 28 settembre scorso la Procura di Pavia ha richiuso l’inchiesta su Sempio e si prepara a chiederne il processo per un omicidio di diciannove anni fa, per il quale un altro uomo, Stasi, è stato condannato e ha scontato gran parte della pena. Due colpevoli, una vittima: una manna per lo showbiz nazionale perché Garlasco ora è un format. L’impronta palmare e il Dna sotto le unghie della vittima si aggiudicano analisi un tempo riservate alle Finanziarie. Le troupe stazionano davanti alla caserma, i forum ospitano processi paralleli in cui ogni utente si sente pm e su YouTube prosperano canali che vivono di quella sola vicenda. Ogni dettaglio è caricato di senso e rilanciato, perché il paese conosce la villetta dei Poggi meglio della propria. Nel 2025 “Garlasco” ha dominato i palinsesti e nel 2026 non ha mollato la presa di un centimetro. I protagonisti sono personaggi ricorrenti, ciascuno coi suoi tic, come in una soap di cui si ricordano più i caratteri che la trama. Un procedimento che non finisce mai, perché basta un dubbio a riempiere una stagione.
Non è solo questione di quantità. È la natura del flusso: incondizionato, apatico ma con sussulti, somministrato a dosi regolari, ogni giorno un frammento. Chi guarda non ha letto gli atti, non conosce la genetica forense, non può dubitare con metodo, perché la novità di domani avrà sostituito quella di oggi. Una cosa però può fare con entusiasmo: schierarsi. Il rapporto è quello tra un sapere tecnico che non si lascia verificare e un pubblico che può credere o non credere, a seconda delle simpatie. Si chiama effetto di verità illusoria: un’affermazione ripetuta a lungo sembra vera, a prescindere dalle prove, una domestica goccia cinese che non impone idee ma abitudini. Restando su Garlasco, per anni il pubblico ha nutrito la certezza che il colpevole fosse Stasi, il ragazzo “dagli occhi di ghiaccio”; oggi, con certezza altrettanto granitica, indica Sempio. Nessuno ha letto una riga delle sentenze. Ma è cambiato il racconto, e la convinzione l’ha seguito docile.
L’intera questione non ha preso le mosse ieri. Il prototipo può essere Vermicino, giugno ‘81 e le diciotto ore di diretta Rai attorno al pozzo artesiano dove Alfredino scivola sempre più giù, nonostante ad aspettarlo là fuori ci sia perfino il presidente Pertini e con lui milioni di italiani davanti alla tv. La televisione capisce che il dolore paga più di qualsiasi varietà. Poi arriverà il plastico della villetta di Cogne di “Porta a Porta” e nel 2010 i pullman di turisti ad Avetrana. Il passaggio successivo è industriale. “Elisa True Crime” è da tre anni il podcast più ascoltato su Spotify Italia, tallonato da “Indagini” di Stefano Nazzi; due italiani su tre si dichiarano appassionati del genere, con prevalenza femminile, e il successo si moltiplica in libri, tour teatrali, docuserie e la fiction che trasforma la cronaca in mito. Il true crime da studio costa poco; quattro opinionisti, un inviato, una mappa del paese, niente diritti da pagare. Le sceneggiature le scrive benissimo la realtà.
Su La7 adesso il delitto si è preso una fascia. “Ignoto X”, ogni sera feriale, prima di Mentana, conduzione di Pino Rinaldi, veterano di “Chi l’ha visto?”, che dichiara di non voler risolvere i casi né cedere al voyeurismo. Intenzioni lodevoli, luci basse, parole pesate, pause dolenti. Una sera, dando la notizia di una madre uccisa a colpi di pietra nel Beneventano, Rinaldi si ferma: difficile continuare, dice. Sui social lo ringraziano per l’umanità. È la variante del genere, un moralismo luttuoso che assolve lo spettatore e gli permette di sentirsi migliore. Il cordoglio diventa un registro, ma anche una forma di intrattenimento.
Perché ci piace? Nel 1827 Thomas De Quincey proponeva con sarcasmo di giudicare l’assassinio come una delle arti, valutandone composizione e stile. Ma è Roland Barthes, negli anni Sessanta, a cogliere il punto: il fatto di cronaca è un’informazione autosufficiente, che non rimanda a nulla fuori di sé e per capirlo non serve conoscere il mondo. E c’è un dato tutto italiano: il giallo di provincia restituisce ciò che la politica e l’economia hanno tolto, ovvero l’illusione che la verità sia a portata di mano. Il mondo è illeggibile, un delitto leggibile.
Il pubblico più fedele — pensionati davanti alla tv del pomeriggio — vive a una distanza siderale dalla violenza che assorbe in dosi industriali. Ma è proprio la distanza a renderla consumabile. Il delitto mediatico funziona come antidoto alla paura, come una vaccinazione: piccole dosi di orrore inoculate perché l’organismo impari a riconoscere il pericolo, senza correrlo. Il delitto è accompagnato da moventi e colpevoli; sposta la paura su oggetti circoscritti, agisce su quella che gli psicologi chiamano fede in un mondo giusto: è successo alla vittima, non a noi, l’amicizia sbagliata, la porta lasciata aperta, il fidanzato di cui non avrebbe dovuto fidarsi. Per molti anziani il conduttore è una compagnia abituale, davanti alla quale addormentarsi, cullati da voci che raccontano remoti strangolamenti. Lo si prende ogni giorno come un farmaco.
Poi, però, a un certo punto subentra la noia. Una noia grassa, da sala d’attesa. Le stesse facce in programmi diversi, la solita planimetria, la stessa formula, la svolta clamorosa appiccicata a una consulenza che non sposta nulla. Il delitto perde perfino la facoltà di turbare. Resta un brusio cupo e il trucco si vede. Così la curva degli ascolti va giù. Serve sangue fresco urgentemente.
Mentre le reti si contendono l’ultimo consulente sulla traccia 33, scivolano ai margini i salari fermi, le guerre in Europa, un paese che si spopola e invecchia. Un’erosione. Negli anni di Mani Pulite il pubblico seguiva i processi ai potenti, oggi spia le chat di ragazzi di paese. Il baricentro si è spostato dai palazzi della politica alle villette di provincia. Il conflitto sociale ha il volto di un singolo: il marito violento, il vicino invidioso, mai un’ingiustizia di sistema. E’ la consolazione del delitto privato: il Male ha un nome e un cognome e può essere isolato e rinchiuso.
C’è poi un costo che riguarda la giustizia stessa: indagati e testimoni giudicati in prima serata prima che in aula, la presunzione d’innocenza ridotta a formula di rito, i magistrati che leggono sui giornali perizie che ancora non hanno ricevuto. Alberto Stasi, in semilibertà, ogni mattina esce dal carcere per andare al lavoro e ogni sera ci rientra. Intanto, all’ora di pranzo, in tv lo stanno ancora processando.