Il paese della gogna. L’errore giudiziario e il suo brodo di coltura

L’indagine e il sospetto, indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso. Il caso Tortora e, oggi, il caso Garlasco

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Garlasco è la parabola in grado di raccontarci fedelmente cosa accade nella quotidiana amministrazione della giustizia nel nostro paese, ancor più quando su una vicenda giudiziaria, per le più varie ragioni, si accendono i riflettori e la vorace attenzione della pubblica opinione. Nella quotidianità silenziosa e anonima della vita giudiziaria italiana, molte delle dinamiche che in queste vicende a forte esposizione mediatica appassionano, stupiscono e indignano la pubblica opinione, si ripetono in realtà molto spesso, solo che nessuno lo sa. Per capirci: è un evento assolutamente eccezionale che un pubblico ministero e i suoi investigatori, terminate le indagini e depositati gli atti alla difesa perché questa possa finalmente confutare l’ipotesi accusatoria, o almeno sollecitarne una parziale riscrittura, facciano anche solo un piccolo passo indietro. Non parliamo poi della prova scientifica: reparti specializzati di polizia e consulenti tecnici del pubblico ministero fissano verità che, di regola, non prevedono ripensamenti. Nella mia esperienza professionale, non ho memoria di consulenti tecnici dell’accusa che ad un certo punto dicano “forse abbiamo sbagliato”. Sarà un giudice nei vari gradi di giudizio a valutare limiti e fondatezza dell’indagine, giammai un autonomo ripensamento da parte della pubblica accusa, soprattutto dopo che questa abbia reso pubblica la propria ricostruzione dei fatti. La conclusione delle indagini, insomma, è normalmente un punto di non ritorno nella vita giudiziaria quotidiana, un approdo non negoziabile, una verità da difendere con le unghie e con i denti, nonostante il codice preveda, non certo a caso, l’apertura di una fase interlocutoria con la difesa volta proprio a sottoporre l’ipotesi accusatoria a una prima prova di resistenza. Questa radicata e diffusa attitudine dell’investigatore, il quale evidentemente vive come un’onta la prospettiva di dover eventualmente riconoscere una verità diversa da quella ipotizzata e ricostruita dalla propria indagine, è esattamente il brodo di coltura privilegiato dell’errore giudiziario, più che mai se la vicenda abbia assunto sin dall’origine una forte esposizione mediatica.
Se ripensare la ricostruzione dei fatti è già un evento inconsueto nella realtà quotidiana dell’investigatore, è addirittura impensabile che ciò possa accadere coram populo. Cos’altro è stato il caso Tortora, se non la difesa strenua di una incredibile topica investigativa, costruita – con quel clamore mediatico quasi planetario – sulla scelta di conferire credito assoluto alle accuse di uno squilibrato già in precedenti sentenze qualificato come calunniatore seriale patologico, senza compiere un solo atto investigativo a riscontro (non uno solo!), prima dell’ordine di cattura?
Eccoci allora ai recentissimi colpi di coda della indagine-bis sull’omicidio di Chiara Poggi. L’indagato Stasi viene all’epoca incastrato dalle ormai famose tracce di sangue sui pedali della bicicletta con la quale sarebbe ritornato a casa dopo aver massacrato, senza un movente accertato, la donna amata. Tracce – gli investigatori – riferibili al Dna di Chiara “oltre ogni ragionevole dubbio”. Oggi la Procura di Pavia ci informa che, dopo quel primo esame positivo, la stessa polizia scientifica ne aveva effettuati altri due, entrambi di esito radicalmente opposto; e che questi due esami –circostanza che ci viene presentata come documentalmente incontrovertibile – non furono mai resi noti alle parti e, a quanto pare di capire, nemmeno al pm titolare dell’inchiesta. La notizia deflagra, e ora tutti a chiedersi perché e per come, a parlare apertamente di depistaggio e a indagarne le recondite ragioni. Si tratta di uno sviluppo certamente clamoroso delle indagini, e a quelle domande dovranno dare risposta gli inquirenti patavini, non noi dal divano di casa. Se verranno scoperte oscure ragioni ispiratrici di un depistaggio volto ad attribuire a un innocente quell’efferato omicidio, ne prenderemo atto con sgomento. Nel frattempo io mi limito, per tutte le ragioni che ho prima ricordato, a non stupirmi affatto di quanto accaduto, e oggi ricostruito dalla Procura di Pavia.
E’ frequentissimo che gli investigatori, dopo i primi risultati rassicuranti, restino prigionieri dei propri sospetti e della propria ipotesi accusatoria, orientando quasi istintivamente tutte le successive evidenze investigative verso la loro conferma, e perciò depotenziando, trascurando o addirittura ignorando ogni possibile indizio di segno contrario. Se poi quella ricostruzione accusatoria diventa patrimonio della pubblica opinione, questa dinamica diventa inesorabile, perché entra in gioco la credibilità dell’indagine e di chi la sta conducendo. Certo, il sistema affida al pubblico ministero il controllo dell’operato della polizia giudiziaria (che nel caso delle due prove negative sui pedali della bicicletta di Stasi, a quanto apprendiamo, sarebbe stato addirittura eluso). Ma se questo controllo, per convincimento o anche solo per pigrizia professionale, si traduce in piena condivisione delle indagini di polizia giudiziaria (il che avviene, credetemi, molto frequentemente), difficilmente si torna indietro. L’indagine si è sbilanciata verso un sospetto, lo ha coltivato e fatto proprio, lo ha indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso: il dado è tratto. Nella vicenda del popolare presentatore di “Portobello”, si arrivò icasticamente a dire che “l’innocenza delle indagini esigeva la colpevolezza di Tortora”.
E’ frequentissimo che gli investigatori, dopo i primi risultati rassicuranti, restino prigionieri dei propri sospetti e della propria ipotesi accusatoria, orientando tutte le successive evidenze investigative verso la loro conferma
Occorre dire che, nella vicenda di Garlasco, quel granitico convincimento sulla responsabilità di Alberto Stasi non ebbe la forza di resistere a ben due gradi di giudizio di merito, che si risolsero in una doppia conforme assolutoria, anche senza le clamorose scoperte investigative di questi giorni; ma francamente dubito che, se quelle due analisi negative sui pedali fossero state rese note, si sarebbe mai arrivati anche solo al rinvio a giudizio. Eppure, la forza del sospetto sulla responsabilità di Stasi è stata tale da vincere perfino una doppia conforme assolutoria, il vero scandalo – a mio giudizio – di questa vicenda. E forse non solo a mio giudizio, visto che, poco tempo dopo, il legislatore ha ritenuto di dover modificare la norma, che ora finalmente impedisce al pm di poter impugnare per Cassazione una doppia conforme assolutoria con censure di illogicità della motivazione, come appunto accaduto nei confronti di Stasi. In altri termini, a normativa oggi vigente, Alberto Stasi sarebbe un cittadino giudicato definitivamente innocente da due successive sentenze assolutorie.
La forza del sospetto sulla responsabilità di Stasi è stata tale da vincere perfino una doppia conforme assolutoria. Ora in tv, sui social, due squadre contrapposte, ciascuna alla ricerca famelica del proprio colpevole
Ora la difesa darà impulso a un giudizio di revisione, che comunque non potrà mai restituire a Stasi la lunga detenzione patita, e la distruzione della sua vita. Tuttavia, faccio fatica a pensare che questa dolorosa vicenda, nonostante il suo impatto mediatico clamoroso, abbia seminato nella pubblica opinione almeno una maggiore comprensione del principio costituzionale della presunzione di innocenza, e della necessità di porre un limite al potere di impugnazione del pubblico ministero. Guardo le trasmissioni tv, scorro i social infuocati, e vedo in realtà due squadre contrapposte, ciascuna alla ricerca famelica del proprio colpevole: chi Stasi, chi Sempio. Per il quale ultimo, la gran parte dei critici giustamente implacabili di queste disvelate omissioni investigative, non esitano a farsi sostenitori, senza fare un plissé, di una ipotesi accusatoria costruita sulla idea che una impronta di scarpa 42 possa essere stata impressa da chi oggi porta una taglia 44. La verità è che il nostro è il paese che subisce l’irresistibile fascino della forca, è il paese delle tricoteuses, è il paese che è innanzitutto pronto a chiedere più galera per tutti; è il paese disposto a fare fuoco e fiamme in difesa di un innocente ingiustamente accusato e condannato, alla imprescindibile condizione che, contestualmente, gli si dia in pasto, più o meno a qualunque costo, un nuovo colpevole.