Il monito del caso Tortora

Errori giudiziari, ingiuste detenzioni: perché sì a una giornata del ricordo

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C'è un equivoco da sciogliere sulla nozione stessa di "errore giudiziario", per rendere più chiare discussioni e polemiche sorte intorno alla legge istitutiva della giornata celebrativa intitolata a Enzo Tortora, da poco approvata dalla Camera dei deputati. Vi è infatti una nozione strettamente tecnica, scritta nel codice di rito, per la quale è errore giudiziario quello riconosciuto da una sentenza assolutoria dopo un giudizio di revisione di una condanna definitiva. Beniamino Zuncheddu è stato vittima di un errore giudiziario, per esempio. Quanti sono questi errori giudiziari? Molto pochi, i giudizi di revisione si contano ogni anno sulle dita di una mano. Senonché secondo questa accezione tecnica, quello di Enzo Tortora non fu un errore giudiziario, visto che Enzo, arrestato con infamia, detenuto a lungo, umiliato e condannato in primo grado, fu poi assolto definitivamente nei gradi successivi. Ma chiediamoci per favore se intorno alla vicenda Tortora potremmo mai festeggiare e celebrare la Giustizia che ha funzionato ed ha trionfato. Quella vicenda giudiziaria fu uno scandalo, perché l'arresto di Tortora, frutto di inescusabili e stupefacenti lacune e opacità investigative, divenne poi una verità che quell'ufficio di Procura e gli stessi giudici di primo grado ritennero di difendere per salvare la credibilità dell'intera, colossale indagine (molte centinaia di arresti, la Camorra sgominata secondo la vulgata mediatico-giudiziaria dell'epoca). Cosa c'è che non va nella idea di rendere quella vicenda un monito ricorrente, perché non debba mai più accadere che la Giustizia possa trasformarsi in una simile mostruosità? Allo stesso modo, si considerano – e ben giustamente – "errori giudiziari" tutte le migliaia di ordinanze di custodia cautelare – in carcere o ai domiciliari – che il successivo esito processuale evidenzierà essere state disposte in totale carenza dei presupposti di legge, al punto da dare luogo ad indennizzi economici (peraltro a carico della collettività) in favore delle vittime di tali abusi. E' questo un fenomeno diffuso purtroppo su larga scala, in modo acutissimo in alcune regioni italiane, dove sembra che quelle procure non siano in grado di svolgere indagini, contestare imputazioni ed esercitare le azioni penali senza avere preventivamente privato della libertà personale le persone indagate. Non parliamo di opinioni o di punti di vista, ma di statistiche ufficiali sulle sentenze di condanna dello Stato per ingiuste detenzioni; statistiche che – in modo definitivamente significativo – sono protervamente messe in dubbio dal solo procuratore Nicola Gratteri, e dai suoi irredimibili seguaci. Anche qui, appare evidente la natura virtuosa della istituzione di una ricorrenza che inviti tutti i cittadini a riflettere sul valore inderogabile della libertà personale, e sulla necessità che la sua privazione prima di un giudizio di responsabilità penale debba costituire una assoluta eccezione, non la tracotante regola. Strumento eccezionale di tutela e salvaguardia delle indagini, non di anticipazione arbitraria della pena rispetto alla fase del giudizio. Ecco allora che fa riflettere, innanzitutto, la netta opposizione a questa felice iniziativa parlamentare da parte della magistratura italiana, o meglio da parte della sua rappresentanza politica. Qui si obietta che la giornata dedicata all'errore giudiziario si tradurrebbe in un annuale processo alla magistratura. Abbiamo ormai tutti imparato a conoscere questo riflesso culturale incoercibile delle nostre toghe: ogni pensiero critico sul loro operato diventa, ai loro occhi, aggressione, intimidazione, delegittimazione. Non riflettono adeguatamente, io credo, su quanto profonda sia già la percezione, nella pubblica opinione, di questa privilegiata condizione di irresponsabilità che accompagna l'operato di inquirenti e giudici. Per rimanere ai due esempi che ho prima citato (Zuncheddu, Tortora), i magistrati inquirenti e giudicanti napoletani furono tutti – tutti! – promossi con encomio a funzioni superiori, e non mi risulta che qualcuno degli inquirenti e dei giudici di Beniamino Zuncheddu sia stato chiamato a rispondere di alcunché. Sarebbe dunque auspicabile che questo 17 giugno possa diventare occasione di comune riflessione di tutta la cittadinanza e di confronto e discussione innanzitutto con la magistratura ed i suoi rappresentanti. Di più: quel 17 giugno di ogni anno deve saper diventare l'occasione di una salvifica "educazione civica" sulla idea stessa del processo penale, cioè su questo sistema complesso di regole, di divieti, di decadenze, di limiti di utilizzabilità della prova, spesso difficilmente comprensibili per i più, e troppo facilmente degradati, dal populismo imperante, a "cavilli" grazie ai quali "i colpevoli la fanno franca". Invece, da quando l'uomo, nella sua storia millenaria, ha scelto di regolare per mano pubblica la giustizia penale, quello sforzo concettuale di organizzazione sociale ha avuto un solo, unico, immutabile obbiettivo: fare in modo, per quanto umanamente possibile, e anche al costo di lasciare impunito un colpevole, di non correre il rischio, o meglio direi la suprema ingiuria per un consesso umano, della condanna di un innocente. Chi si oppone (anche solo pilatescamente astenendosi) a questa semplice, chiarissima idea celebrativa, fa una scelta di campo, culturale e politica, molto precisa, e legittima la convinzione che siano in pagamento cambiali politiche sottoscritte durante la campagna referendaria per il No appaltata al potere giudiziario. Ogni scelta è legittima, purché si bandiscano le ipocrisie, e si chiamino le cose con il loro nome.