Cronaca
il paese del 'cold case' •
Da Ustica a Garlasco. "I casi irrisolti sono un asset per tv, cinema e podcast", dice il produttore Pietro Valsecchi
"Sono storie che possono avere una grande forza. Ma il rischio è che si trasformino in mero intrattenimento. Serve distinguere i fatti dalle ipotesi e rispettare le persone". Intervista

Foto ANSA
"I 'cold cases' sono una sorta asset produttivo per cinema, tv, libri e podcast. Sono storie che possono avere una grande forza. Ma il rischio è che si trasformino in mero intrattenimento". Pietro Valsecchi, fra i produttori televisivi e cinematografici più importanti in Italia, parla al Foglio dopo una svolta – l'ennesima, ma forse anche la più importante – sul caso della strage di Ustica. La disponibilità mostrata da Parigi nel fornire documentazione inedita "apre un nuovo filone e nuove prospettive", ha detto ieri il procuratore di Roma Francesco Lo Voi chiedendo di non archiviare l’inchiesta sull'evento che il 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno, ha provocato la morte di 81 persone. Una inchiesta che va avanti fa fiorire nuovi dubbi, nuove fantasie, e quindi nuovi modi per raccontarle a un pubblico sempre più affascinato dalla cronaca nera, dal piccolo schermo ai podcast (il true crime è fra i generi più seguiti). In un paese così "cold" come il nostro (recuperare il Contro Mastro Ciliegia del 29 settembre) non c'è nulla di meglio.
"Credo che raccontare i casi irrisolti sia molto importante", dice Valsecchi. "Ci sono storie che continuano a interrogarci per anni, perché manca una verità, perché le famiglie aspettano risposte e perché sentiamo che riguardano anche noi. Il cinema può farci entrare nella vita delle persone coinvolte e farci capire cosa significa convivere con quelle domande. Naturalmente – prosegue – bisogna avere rispetto e conoscere bene quello che si racconta. Il fatto che una storia sia famosa non significa che sia già un buon film. Devi trovare un punto di vista, capire attraverso chi raccontarla. E devi essere onesto su ciò che sappiamo e su ciò che resta ancora da chiarire. Le vite delle persone non sono materiale da usare con leggerezza".
Il processo lavorativo è tutto quando si maneggiano storie di sangue, specialmente se delicate e ancora tutte da definire. "Quando una vicenda mi colpisce, cerco di approfondirla, di capire chi sono le persone e che cosa c’è dietro. Da lì comincio a pensare a una storia. Se interessa e commuove me, spero possa interessare e commuovere anche il pubblico. Oggi, con le difficoltà che il cinema italiano sta vivendo nelle sale, un produttore deve chiedersi ancora di più che cosa vuole fare e perché qualcuno dovrebbe andare a vederlo. Io questa domanda me la pongo prima di cominciare. Che cosa mi colpisce di questa storia? Che cosa può arrivare allo spettatore? C’è un’emozione, un conflitto, qualcosa che gli resterà dentro?". Ed è fra questi dubbi che, dice il produttore, "i casi irrisolti possono avere una grande forza, ma il mistero da solo non basta. Devi far sentire allo spettatore quanto quella vicenda abbia cambiato la vita di qualcuno. E capire se ha bisogno di un film, di una serie, di un documentario o di un podcast".
Attorno ai casi irrisolti della cronaca italiana c'è un fitto ecosistema di prodotti mediatici di successo. Un caso di cronaca mai chiuso (come ad esempio Ustica) permette a sceneggiatori, scrittori o creatori di contenuti di continuare a creare prodotti al riguardo. Ma per quanto la storia rimanga da definire, "il pubblico si aspetta che il racconto arrivi da qualche parte. Anche un finale aperto va bene, purché faccia capire qualcosa in più. E vale anche per casi considerati risolti". Da Garlasco a Ustica, sono innumerevoli le serie, libri e podcast dedicati. Ma anche la tv è piena di approfondimenti su questi casi. "C'è il rischio che la cronaca nera si trasformi in mero intrattenimento. Quando ogni sospetto diventa una rivelazione, il dolore finisce per diventare spettacolo", dice Valsecchi, secondo cui per evitare di arrivare a un simile livello di cinismo "bisogna studiare, distinguere i fatti dalle ipotesi e rispettare le persone. Da produttore mi chiedo sempre che cosa aggiunge il mio racconto. Non basta scegliere un caso perché tutti ne parlano".
Il podcast è il settore nel quale il successo del true crime appare più evidente. Nel 2025, per il terzo anno consecutivo, Elisa True Crime è stato incoronato come il podcast più ascoltato in Italia su Spotify, primato condiviso anche sulla piattaforma concorrente Apple Podcast. Il fascino della nera ha convinto Francesca Fagnani a creare uno spin off "Crime" del suo programma Rai "Belve", in cui l'intervista al killer Roberto Savi ha contribuito a riaprire il polverone sul caso della 'Uno bianca'. È lunga, poi, la lista dei prodotti audiovisivi incentrati sui casi più noti, lunghi e misteriosi della nostra cronaca nera: dal delitto di Avetrana (Disney Plus) al caso Claps (Rai), passando per il documentario sull'omicidio di Yara Gambirasio (Netflix) alla miniserie firmata da Stefano Sollima sul 'Mostro di Firenze' (sempre Netflix), prossima alla seconda stagione. Cosa muove una persona ad appassionarsi alla cronaca nera? "Vogliamo capire e ci riconosciamo nelle paure e nelle vite delle persone coinvolte. Il mistero attira, ma sono le persone a coinvolgerci davvero. E oggi, con la difficoltà di portare pubblico nelle sale, dobbiamo partire proprio dai contenuti. Una vicenda famosa può incuriosire, ma per convincere qualcuno ad andare al cinema serve una storia che gli faccia provare qualcosa". Sullo schermo c'è una vita strappata con violenza, con dinamiche ancora tutte da chiarire. Nella bocca invece ci sono i popcorn.
