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“Ranucci non è Biagi. Doveva lasciare. Il video è come la cocaina”. Parla Rizzo Nervo
"Dopo le indagini, mi sarei atteso dall'ex conduttore di Report una semplice frase: Lavitola non è più mio amico e mi costituisco parte civile", ci dice il direttore della Gazzetta del Sud è stato a lungo in Rai, ha guidato la Tgr e il Tg3
18 SET 26

Sigfrido Ranucci (foto LaPresse)
“Io li ho visti, li conosco. Ho visto giornalisti Rai andare in video e perdere la testa, ho visto professionisti sobri che si sono trasformati in mitomani, autoesaltarsi, credersi onnipotenti. Il video è come una droga, come la cocaina. Ero direttore del Tg3 e ricordo il cdr venire in stanza, avvisarmi: direttore, la collega che hai rimosso dalla conduzione minaccia di buttarsi dalla finestra”. E Nino Rizzo Nervo, il direttore, cosa rispondeva? “Che per fortuna eravamo al primo piano”.
Sigfrido Ranucci è un epurato come Santoro e Biagi? “Sono stato io a far tornare in video Biagi. Ma Ranucci non è Biagi e neppure Santoro. Si è fatto male da solo”. Nino Rizzo Nervo è oggi direttore della Gazzetta del Sud, dopo aver lavorato per un’intera vita in Rai. Ha guidato la Tgr, il Tg3, è stato nominato membro del cda e ha ricoperto l’incarico di direttore del Tg La7. E’ un uomo della sinistra democristiana (è stato vicesegretario generale di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni) e ha gestito il rientro di Biagi, la transazione con Santoro. Chiedo se Biagi fece mai causa alla Rai e Rizzo Nervo risponde: “Non fece nulla, neppure una vertenza. Come del resto non fece nulla Milena Gabanelli, la fondatrice di Report. La Rai di allora le voleva togliere la manleva e Gabanelli, da professionista qual era, decise di lasciare. Semplicemente lasciare, con stile. Biagi intervistava Buscetta ma non andava a cena con Buscetta, come ha fatto Ranucci con Lavitola”. E invece Ranucci difende ancora Lavitola, l’amico che gli ha riempito l’auto di esplosivo, mentre Maria Rosaria Boccia, altra amica di Ranucci , lancia il suo nuovo libro dal titolo “Guai a chi lo tocca. Io, Sigfrido e le Tempeste”. Rizzo Nervo, quasi con un moto di leggera collera, commenta: “Posso capire un abbaglio, ma dopo le indagini, mi sarei atteso da Ranucci una semplice frase: Lavitola non è più mio amico e mi costituisco parte civile”.
Ranucci ha fatto causa alla Rai e la Rai è in causa con Ranucci, come in passato lo è stato Paolo Ruffini, allontanato dalla direzione di Rai 3. Il caso Ruffini viene oggi usato come paragone con Ranucci, ma Rizzo Nervo mi ferma: “Nel caso di Ruffini emerse chiaramente la motivazione politica. La Rai gli offrì un incarico finto. Il caso di Ranucci non lo so valutare, ma a occhio non mi sembrano equiparabili. Vede, anche la storia che Ranucci sia stato demansionato, perché non gestirà più il budget milionario, che in passato gestiva, solleva un’altra questione. Da quando un conduttore gestisce budget milionari? Si immagina un Agostino Saccà o un Carlo Freccero farsi togliere queste prerogative da un conduttore? Ranucci era un ibrido, cumulava due cariche, e averlo permesso dimostra l’incapacità di un’azienda, un’azienda che da tre mesi è sui giornali per la sostituzione di un conduttore, una delle cose più naturali del mondo”.
Come un gioco, il direttore, racconta la sostituzione di Ranucci come la formazione di un governo: “Ci sono state le consultazioni. Corsini si è mosso come il capo dello stato, colui che assegna l’incarico, e abbiamo avuto i conduttori esploratori, la redazione che ha fatto mancare la fiducia, come alla Camera, e ci sono stati anche i franchi tiratori e la carta coperta. E infine c’è Ranucci”. Nino Rizzo Nervo, che ha preso la parte degli epurati, questa volta non ci riesce: “Non si può essere amico di un delinquente anche per la tipologia della trasmissione. Ranucci avrebbe dovuto lasciare spontaneamente. Che senso ha vedere un giornalista affacciarsi dal balcone, urlare: questo è il mio popolo?”. Il direttore che ama la Rai, e che detesta chi sale sulle spalle dei giganti, quelli che ogni giorno citano Montanelli, commettendo il Montanellicidio, racconta che a volte la Rai gli sembra come “il Deserto dei Tartari”. “Si attende il nemico, che in questo caso è la modernità che avanza, e nell’attesa si negoziano piccoli incarichi. Sa cosa sento dire a parlamentari di sinistra? FdI ha il caporedattore ma noi abbiamo ottenuto due capiservizio. Anche la sinistra ha responsabilità enormi. Dopo quattro anni si accorge della Vigilanza paralizzata. Perché non hanno occupato la stanza di La Russa, perché si accorgono solo ora della paralisi Rai? Perché siamo a ridosso delle elezioni”. Nino Rizzo Nervo usa questa frase, “siamo arrivati alle marchette di seconda fascia”, e rimpiange anche la stagione di Berlusconi che ha fieramente combattuto: “Sono passati anni e oggi posso dire che Berlusconi di televisione ne capiva e la Rai non l’ha mai distrutta, sia chiaro, per il suo tornaconto. A me non scandalizza sostituire Ranucci ma non si può gioire quando lasciano i volti storici, Fazio, Berlinguer, Augias, Annunziata. Si può anche accettare l’uscita, ma solo se si inventano figure nuove, programmi nuovi e non prodotti che totalizzano l’uno per cento. Sento chiamare Telemeloni, ma a me sembra Telepasticcioni”. Quando Biagi rientrò in Rai chiese soltanto – ricorda Rizzo Nervo - un piccolo studio a casa perché le gambe non lo reggevano”. Il 25 settembre è stata fissata l’udienza per discutere il ricorso urgente di Ranucci contro la Rai. Reggeranno le motivazioni di Ranucci o quelle della Rai? “Ranucci uscirà da questa storia ma ne uscirà male, così come la Rai. Sa qual è ancora la forza della Rai? La forza del telecomando, premere il tasto uno, due e tre”. Anche Rizzo Nervo vorrebbe privatizzarla? “La Rai ha un ruolo di equilibrio sul mercato. Privatizzarla non è la soluzione, basterebbe avere una struttura capace, pensata. Che senso ha avere una televisione dove non esiste differenza? Con grande leggerezza un serie viene spostata da Rai 1 a Rai 2. Aspettando i Tartari la Rai si consuma così: di malinconia”.