Le medaglie di Sigfrido
Nel ricorso d’urgenza contro la Rai, Ranucci allega premi, ascolti e pagelle di gradimento
Per dimostrare che i nuovi incarichi Rai non valgono Report, gli avvocati ricostruiscono una carriera senza una sola caduta. Del caso Lavitola nessuna traccia, soltanto perifrasi e formule burocratiche
16 SET 26

Sigfrido Ranucci alla presentazione del suo libro (Ansa)
Gli atti cautelari hanno la fretta dentro. Ecco le carte presto spizzate: l’ultimo documento, il numero 51, è il referto di una visita cardiologica del 9 settembre. Il numero 2 è l'elenco dei premi vinti da Sigfrido Ranucci dal 2000 a oggi. Fra queste due carte ce ne stanno altre quarantanove, e tutte insieme compongono il ricorso d'urgenza depositato ieri al tribunale del lavoro di Roma. Il carteggio che abbiamo letto – ops, il brogliaccio – somiglia a una biografia di Napoleone Bonaparte con in fondo, a mo’ di postfazione, una querela. Ed ecco la Gloria: il premio Ilaria Alpi – vinto per “ben tre volte” – il premio Maria Grazia Cutuli, il premio Mario Francese, il premio Giuseppe Fava, il premio Flaiano, il premio Giorgio La Pira, il premio Coraggio Emanuela Loi, il premio Padre Pino Puglisi, il premio Joe Petrosino, il premio Eugenio Scalfari, il premio Montanelli, il premio Andrea Purgatori, ilPremiolino e il premio Garritta come migliore conduttore televisivo italiano che – la difesa tiene a precisare – essere arrivato “dopo la rimozione”. Meglio del Bonaparte, dunque: un’onorificenza al merito del martirio, la medaglia che non celebra quello che hai fatto ma quello che ti hanno fatto. Sicché uno s’immagina Sigfrido con tutte queste medagliette montate sul petto che lo fanno somigliare a qualcosa che il museo delle cere di madame Tussauds rimanderebbe indietro. Ed è vero che per stabilire se le tre poltrone offerte dalla Rai siano equivalenti a quella perduta a Report il giudice dovrà soppesare il patrimonio professionale di Ranucci, le sue qualità, ma bisogna pur ammettere che in queste quaranta pagine l’alibi è stato colto con un entusiasmo che probabilmente va molto oltre il fabbisogno processuale, fino alla frase in cui gli avvocati scrivono che in Rai “non esistono al momento posizioni di pari spessore e prestigio” per un grande professionista con la biografia di Ranucci. Eccolo, osservatelo. Ecco il giudice: un uomo che si siede convinto di dover stabilire se tre incarichi alla Rai siano professionalmente equivalenti alla conduzione di Report e che invece si ritrova fra le mani la storia di un uomo raccontato in terza persona con tale ammirazione che a tratti sembra di leggere il De bello Gallico. Di tutto il malloppone depositato ieri in Tribunale, la migliore pagina è infatti la seconda, dove si annuncia che nel testo ci si limiterà, per “esigenze di sinteticità”, a poche informazioni “essenziali”. Le poche “informazioni essenziali” durano fino a metà della quarta pagina, 1580 parole circa. E dopo i premi, le medagliette, i telegrammi, gli encomi solenni, i mandarini d’oro e le antenne di bronzo, si prosegue con l’elenco degli scoop e delle “inchieste di risonanza internazionale tra le più rilevanti degli ultimi decenni”. E si conclude infine con i record assoluti: il 9 per cento di ascolti in prima serata, il milione e mezzo di spettatori con punte di 2 milioni e ottocentomila, gli altri ottocentomila della replica del sabato, le pagelle “Qualitel” salite da 7,9 a 8,7 con il primo posto tenuto senza interruzione dal 2017, il 29 per cento tra i venti e i quarantaquattro anni, i 9 milioni di utenti unici sui social...
Nella storia dell’articolo 700 del codice di procedura civile, che è la norma con cui si chiede al giudice di intervenire d’urgenza perché un diritto sta per essere travolto, probabilmente non si era mai visto un ricorso che cominciasse con una laudatio e proseguisse con una tabella di gradimento. La maggior parte della gente di spettacolo, quando alla fine scrive un’autobiografia, narra invariabilmente una sfilza ininterrotta di trionfi sfolgoranti. TeleGatto compreso. I più accorti inseriscono a volte un ruzzolone qua e là, ben sapendo che per il lettore medio, di solito un povero disgraziato, nulla è più deprimente della storia di un tizio bravissimo e fortunato, che grazie una serie di accidenti (e a un po’ di talento) ha avuto fama, ricchezza e amanti a bizzeffe.
Nelle quarantuno pagine di biografia di Ranucci, scritta per il giudice, manca il ruzzolone, manca Valter Lavitola, che dal carcere di Rebibbia ha ammesso davanti al gip di avere commissionato per amicizia l’ordigno esploso il 16 ottobre davanti alla villetta di Pomezia. In tutto l’atto non viene nominato una sola volta. Esiste soltanto come perifrasi. Valter, anzi Valterino, è “l’indagine in corso”, sono “gli approfondimenti tuttora in corso”, una faccenda amministrativa secondaria che si svolge da qualche parte fuori campo mentre in scena si recita tutt’altro dramma. Con tanto di mano dentro al panciotto. Perché Egli fu, siccome immobile, dentro allo schermo della RaiTv.