Politica
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La lezione della saga Ranucci-Lavitola che non abbiamo imparato
In questo paese non c’è verso di radicare l’idea (costituzionale!) della inviolabilità delle conversazioni private. Così si è persa una preziosa occasione per laicizzare lo scontro

Foto ANSA
La saga Ranucci-Lavitola, cioè – ad oggi – la paradossale e inedita storia di un “attentato d’amore” per lanciare a sua insaputa un già popolare giornalista nel firmamento della politica che conta, avrebbe potuto costituire l’occasione di una piccola, e forse nemmeno tanto piccola, crescita civile del nostro paese. Le circostanze hanno infatti finito per imbandire tutti gli ingredienti utili per un salto di qualità significativo nella nostra vita pubblica. Da un lato, Ranucci, la redazione di “Report” (della quale si parla sempre troppo poco), e l’intero schieramento politico, giornalistico e di opinione pubblica che identifica in quella trasmissione il modello ideale di informazione e di servizio pubblico, hanno avuto – stanno avendo – l’occasione di riflettere “sulla propria pelle”, come si diceva un tempo, su modi e limiti gravi di quel modello. Dall’altro, i critici di quel modello e di quella esperienza giornalistica hanno avuto – stanno avendo – l’occasione di poter dimostrare in concreto che si può legittimamente ingaggiare contro di essa la più dura polemica politica, senza però fare a propria volta uso degli strumenti e degli stilemi tipici del modello Report. Insomma, una occasione imperdibile di laicizzazione dello scontro politico, di coerenza del pensiero critico. Il risultato? Un disastro. Basta riflettere su alcune delle questioni cruciali sollevate dalla vicenda, per rendersene conto.
Il tema delle frequentazioni personali, ad esempio. Oggi Ranucci e i suoi difensori invocano un principio sacrosanto e direi fondativo della cultura laica. Le persone si giudicano dalle proprie azioni, non dalle proprie frequentazioni. Le quali dunque concorrono legittimamente al giudizio sulla persona sola se incidono, orientano e modellano i comportamenti concreti della persona stessa. Io posso avere mille ragioni per frequentare e stringere se del caso rapporti fraterni e familiari con un pregiudicato, e pretendere al contempo di essere giudicato non per questo, ma per il concreto mio agire quotidiano. Sottoscrivo senza riserve. Ma converranno Ranucci, i suoi redattori e i suoi appassionati sostenitori che quella intera esperienza giornalistica è stata costruita in violazione fragorosa di questo principio che ora invocano con tanta appassionata convinzione. Altrimenti, come ti verrebbe in mente –sono solo i primi esempi che mi sovvengono – di montare servizi su un selfie (dico: un selfie!) di Giorgia Meloni con (pare) un pregiudicato, o della Colosimo con Ciavardini? Senonché, ditemi voi se avete colto, o se immaginate di poter plausibilmente ascoltare in un immediato futuro, parole di ripensamento autocritico sul tema “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Non credo. Se però, sulla sponda opposta, si usa esattamente la stessa logica di giudizio quanto alla frequentazione fraterna tra Ranucci e Lavitola, senza indicare se, in quale modo e in quale tangibile occasione tale frequentazione abbia concretamente orientato e condizionato l’azione professionale del giornalista, non si sta facendo altro che saccheggiare il metodo Report, consacrandone la legittimazione. Lo stesso vale per il cruciale, annoso tema delle intercettazioni telefoniche, dell’uso giornalistico che se ne suole fare, e delle conseguenti, contrapposte iniziative politiche per regolarlo. Non c’è verso di radicare, in questo paese, l’idea (costituzionale!) della inviolabilità delle conversazioni private, e men che mai della loro tendenziale inaffidabilità, proprio perché espressione – nella certezza di non essere ascoltati da terzi – della più sfrenata, arbitraria, insindacabile libertà di confessare verità scottanti ma, allo stesso modo, di mentire, millantare, ironizzare, suggestionare, e perfino cazzeggiare. Per conseguenza, il punto di vista politico di chi si schiera in difesa del principio di inviolabilità delle conversazioni private, di rigorosa eccezionalità dello strumento intercettativo, e del più diffuso ed efficace divieto di pubblicarne i contenuti, viene stigmatizzato come nemico della libera informazione, oltre che – immancabilmente – di sabotatore del potere investigativo della magistratura.
Trasmissioni come “Report” o giornali come il Fatto Quotidiano sono i portabandiera dell’uso indiscriminato dell’ascolto delle conversazioni private e della loro libera e incoercibile pubblicazione. Anche la conversazione privatissima tra due coniugi per ragioni di fedeltà coniugale ha costituito oggetto di rivendicata libertà di scoop, se il marito è un ministro. Oggi Ranucci è travolto da uno tsunami di intercettazioni, chat, conversazioni, che saccheggiano la sua vita professionale e privata con la violenza incontrollabile e inarrestabile propria di quella micidiale arma impropria. La stessa arma con la quale ha costruito le fortune professionali di “Report” e sue personali, e con esse l’entusiasmo idolatrico “della sua gente”. Chi ha fatto buoni studi classici sa che con la dea Nèmesis non è il caso di scherzare, nella vita. Ma non è meno desolante e sconfortante questo sfrenato e scomposto abuso, quasi orgiastico – con il pretesto del redde rationem comandato da quella dea – di intercettazioni e chat di Ranucci, anche privatissime, da parte di chi ha sempre tuonato contro quel sistema e quel metodo, fino a proporre interventi legislativi coerenti con quel pensiero. Non comprendono, costoro, di come e di quanto stiano irresponsabilmente sancendo, essi per primi, il trionfo definitivo del modello Report.
In conclusione, qui stiamo né più né meno che scoprendo l’acqua calda. La cultura laica, in Italia, quella che fa dei valori liberali, cioè della difesa primaria dei diritti individuali di libertà la propria regola fondativa, e che sa vivere con rigorosa e conseguente coerenza quei princìpi, pagandone i costi quando questo è necessario per salvaguardarli, appartiene molto evidentemente a una minoranza. E’ sempre stato così, continuerà a essere così. Ci è di conforto, tuttavia, ricordare che quella minoranza ha saputo anche avere la forza di cambiare, in più di un momento – penso alla esperienza radicale di Marco Pannella – la storia di questo paese. Dunque, barra dritta, non perdiamo la speranza (“Spes contra spem”, ammoniva appunto Marco), nonostante tutto.