Ha vinto la gogna mediatica

Giuliano Cazzola

I partiti totalitari del secolo scorso capirono quanto fosse importante la propaganda per indottrinare le masse e assicurarsene il consenso. Le vecchie élite liberali – al riparo dei collegi uninominali e del voto per censo – si accontentavano delle cordate e delle clientele avvalendosi, al massimo, di qualche cena e dell’appoggio dei quotidiani locali. La radio, ma soprattutto il cinema divennero i mezzi di comunicazione e di diffusione “moderni’’ del Novecento. Non a caso, i regimi dittatoriali predisposero delle vere e proprie istituzioni – a livello di governo e di società (si pensi alla Rassegna cinematografica di Venezia e più prosaicamente i film-luce) – incaricate di orientare e convincere il popolo della giustezza delle scelte politiche che venivano man mano compiute. Persino i canzonettisti fecero la loro parte. Quando il fascismo decise di legare i contadini alla terra la radio raccontava in musica quanto fosse bello svegliarsi con il gallo e lavarsi nel ruscello. Per non parlare delle note che accompagnavano il peana al nostro tradivo imperialismo che andava a portare la civiltà in Abissinia insieme con l’uso dei gas asfissianti. Persino una battaglia perduta durante la campagna d’Africa nella Seconda guerra mondiale, a Giarabud, diventava l’inizio della “fine dell’Inghilterra’’. Era anche l’epoca dei “telefoni bianchi’’ quando i film servivano a dare l’impressione di una società benestante in grado di concedersi anche qualche lusso grazie al buon governo del regime. I registi d’allora non erano degli sprovveduti, ma sapevano fare il loro mestiere (alcuni continuarono la loro attività, con successo, anche nell’Italia democratica).

  

I pogrom contro la politica favoriti dal mondo della comunicazione, un triste déjà-vu che ricorda l’epoca fascista 

Si pensi al film “Scipione l’Africano’’ di Carmine Gallone del 1937 (premiato in quello stesso anno con la Coppa Mussolini a Venezia): uno spettacolo di grande successo anche in rapporto all’uso delle tecnologie dell’epoca con scene di massa degne dei film cult provenienti da oltreoceano. Ogni avventura del fascismo aveva la sua celebrazione cinematografica: la serie sarebbe lunghissima. Grande risalto ebbe nel 1940 “L’assedio dell’Alcatraz’’ dedicato al sostegno della causa nazionalista durante la Guerra civile spagnola. Ma il vero capolavoro del nazifascismo (la casa produttrice venne sottoposta al processo a Norimberga, ma se la cavò sostenendo che non avrebbe potuto fare altrimenti) fu “Suss l’ebreo’’ del regista Veit Horlan nel 1940 (come remake di un’edizione del 1934), del quale furono interpreti i più importanti attori tedeschi del momento. Era il film preferito di Himmler, il quale ordinò a tutte le S.S. di vederlo. La trama era tutt’altro che banale; non si vedevano i giudei compiere sacrifici rituali di bambini. Il protagonista era un “ebreo di Corte’’ (è una definizione di Hannah Arendt) ovvero un personaggio che nel lontano 1737 si era procurato, con l’inganno maligno e l’adulazione, la benevolenza di un principe tedesco fino a diventare suo ministro delle Finanze. In quel ruolo aveva angariato di tasse i poveri cittadini, i quali, alla morte del protettore, lo avevano giustiziato. Nel film, dunque, c’era il filone della congiura dell’ebraismo internazionale che aveva ispirato i falsi Protocolli dei Savi di Sion, contro la quale i popoli delle altre “razze’’ pretendevano il diritto di difendersi. Più o meno le stessa teoria del “nemico oggettivo’’ che portò in Urss allo sterminio dei kulaki e alle periodiche purghe dello stalinismo, quando non contava essere o meno colpevoli, ma soltanto dover scontare il fatto di esistere. Dove vuole arrivare questa lunga (ma disorganica) premessa?

  

Mutatis mutandis (e di cose differenti ce ne sono tante), chi scrive è convinto che a determinare la catastrofe del voto del 4 marzo abbia avuto un ruolo decisivo la comunicazione che – per ragioni in larga misura incomprensibili – ha condotto, in simbiosi con le procure, dei veri e propri pogrom contro la politica. Anche noi abbiamo avuto i nostri “Protocolli dei savi di Sion’’ (magari con qualche fondamento in più), con tanto di imitatori, nella persecuzione delle Caste e dei loro privilegi. La caccia all’uomo ha preso vigore (come se fossero tornati i bei tempi di Tangentopoli) dopo che Silvio Berlusconi aveva vinto le elezioni nel 2008 forte di una maggioranza che non si era mai vista nella storia repubblicana. La casa ristrutturata “all’insaputa’’ di Claudio Scajola era entrata a far parte dei percorsi turistici organizzati; la festa di carnevale di un gruppo di giovani pariolini (mascherati da suini) aveva suscitato lo sdegno dei grandi quotidiani; i massaggi a sollievo del mal di schiena di Guido Bertolaso davano adito a sospetti; i menù dei ristoranti delle Camere venivano sbattuti in prima pagina, le indagini sui vizi tristi e neppure tanto occulti di un anziano signore di Arcore avevano richiesto un impiego di risorse degne della lotta contro la peggiore organizzazione criminale. Ci fermiamo qui tanto per dare un’idea di quanto sia servito ad alimentare lo sdegno dei cittadini. L’operazione è stata favorita dallo scoppio di una crisi durata dieci anni, in cui le responsabilità della politica erano evidenti, sia pure in un contesto di vasi comunicanti a livello internazionale. L’obiettivo è stato raggiunto anche se alla fine le mele cadute dagli alberi sono finite sul campo dei “grillini’’. Come in altre occasioni, quando le forze antisistema ottengono delle affermazioni finiscono anche per dettare l’agenda all’insieme del quadro politico, nel tentativo di raccogliere le briciole del consenso altrui. Il moralismo d’accatto del M5s ha cominciato ad avere proseliti, fino al suicidio in diretta delle forze politiche tradizionali. La gogna, però, non poteva più essere fermata: la plebe chiedeva sangue. E sangue gli è stato dato. L’orologio regalato al figlio di Maurizio Lupi in occasione della laurea, le battute sulla colf guatemalteca tra Federica Guidi e il suo compagno, fino ad arrivare alla non-notizia riguardante l’interessamento di Maria Elena Boschi per un banca operante nella zona in cui veniva eletta, insieme con altre amene vicende che hanno coinvolto personaggi minori (si pensi agli scandali dei rimborsi di tanti consiglieri regionali poi ridimensionati dopo verifiche più accurate) sono state al centro di articoli di prima pagina e di servizi televisivi in prima serata; per poi sparire nel giro di poche settimane perché i media avevano bisogno di notizie fresche che confermassero il profilo di un paese devastato dalla corruzione, dall’evasione fiscale, dal lavoro sommerso e da ogni altro vizio privato e pubblico, individuale e collettivo.

  

In sostanza, in questi anni abbiamo vissuto all’interno di un “Truman show”, il cui copione non rappresentava l’Italia alla stregua della pacifica cittadina del film, ma come un paese soggetto a un inarrestabile declino morale, politico, sociale ed economico. Scorriamo per sommi capi l’immagine che i talk-show hanno dato della società italiana, con tratti comuni anche se talvolta più raffinati e in altre circostanze più trucidi ed incuranti del ricorso alla menzogna e alla strumentalizzazione.

  

Sono stati gli anni delle grandi campagne, a cominciare da quella per gli esodati, ospitati ovunque come Madonne pellegrine

La politica e le istituzioni: un costo per di più inutile a vantaggio di un esercito di incapaci e disonesti. Per mesi gli autori e i conduttori d’antan si sono sbizzarriti sulle prebende e i vitalizi dei parlamentari arrivando alla conclusione – condivisa dalla gran parte degli ospiti in studio – della loro abolizione. Si è giunti persino a biasimare chi esercitava il diritto di ricorrere – “per difendere gli odiosi privilegi’’ – al proprio giudice naturale, il quale magari osava pure dargli ragione. Anche in tal caso i partiti tradizionali hanno accettato di giocare – si veda il disegno di legge Richetti – sul terreno dei “grillini’’ riuscendo solamente a subire un incredibile autogol. Ma i “sepolcri imbiancati’’ seduti negli studi televisivi in prima ed unica serata (ormai i talk-show si sono messi a fare notte) hanno difeso quel progetto anche se era palese la sua incostituzionalità per il semplice fatto che non è consentito varare una legge destinata a valere per un’unica categoria di persone, escludendo tutti gli altri: gli ex parlamentari.

  

Il lavoro: quello precario sicuramente esiste ed è un problema. Ma l’Italia non è il paese del precariato perché la grande maggioranza dei lavoratori è assunta a tempo indeterminato ed è ancora tutelata dall’articolo 18 dello Statuto sia pure “novellato’’ dalla riforma Fornero del 2012 (casualmente dimenticata dagli abolizionisti). Se questi sono i dati dello stock (il numero dei contratti a termine e delle collaborazioni è in linea con le medie europee), nei flussi prevalgono le assunzioni a termine. Nessuno però si è preso la briga di svolgere una ricerca sul campo per avere un’idea del tempo intercorrente tra l’assunzione a tempo determinato (secondo le regole della liberalizzazione del 2014) e la successiva eventuale stabilizzazione. E neppure di osservare che molti rapporti a termine intervengono nell’ambito di un contratto di somministrazione e che magari i lavoratori interessati sono stati assunti a tempo indeterminato dall’agenzia che li “affitta’’ a utilizzatori costretti a fronteggiare picchi produttivi non ripetibili con adeguata sicurezza. Intanto sono molti a essersi accorti che la pratica abolizione dei voucher (definiti “pizzini’’ da una nota sindacalista e stigmatizzati su tutti gli schermi) è stato un grave errore. C’è poi la questione della disoccupazione giovanile che è certamente un fenomeno grave. Nessuno si è posto mai il problema di indagare su quanto ha affermato a Verona la Confindustria e cioè che “in Italia assistiamo a un singolare paradosso. Mentre cresce la disoccupazione giovanile cresce il numero di imprese manifatturiere che non trovano tecnici specializzati. Il mismatch nasce dal mancato incontro tra domanda delle imprese e offerta formativa scolastica e da un deficit strutturale di orientamento”. Ovviamente nessuno pretende di accusare i giovani di rifiutare il lavoro che c’è (e lasciarlo svolgere dagli immigrati), ma soltanto di segnalare che la soluzione del problema è assai più complesso di come di solito lo si denuncia. E di fare capire che nessuna legge è in grado di costringere un’azienda ad assumere, in un contesto economico e produttivo completamente trasformato.

  

La caccia all’uomo ha preso vigore (come se fossero tornati i bei tempi di Tangentopoli) dopo che Berlusconi aveva vinto le elezioni nel 2008 

Le pensioni: è un argomento che va per la maggiore e suscita passioni sanguigne nei telespettatori. Come viene rappresentato l’universo dei pensionati italiani? In due categorie ben distinte: da un lato un esercito di poveracci costretti a vivere con pochi euro al mese (a cui nessuno chiede spiegazioni di questo amaro destino che la persona si è costruito durante l’intera vita, né rammenta che la solidarietà nei loro confronti – allo scopo di portare la modesta pensione a calcolo a livello dell’integrazione al minimo – costa ai contribuenti 20 miliardi l’anno); dall’altro dei “paperoni’’ che navigano nell’oro, tirando il collo ai quali si sistemerebbero le cose. Naturalmente si resta nel vago quando si tratta di definire la caratura dell’oro. Addirittura si è andati alla ricerca dei pensionati costretti ad emigrare per avere una vita migliore (salvo mantenere la cittadinanza italiana per potersi curare qui in caso di malattia grave). Poi ci sono state le grandi campagne: quella per gli esodati, ospitati come Madonne pellegrine in tutti i talk-show; poi è stata la volta della flessibilità dell’età pensionabile, un’idea dribblata dal governo con l’istituzione dell’Ape (ora sotto tiro specie se nella forma volontaria, ormai giudicata “un imbroglio’’, senza darsi minimamente cura del fatto che nessuno è obbligato a farne uso).

  

Abbiamo vissuto all’interno di un “Truman show”, con l’Italia soggetta a un inarrestabile declino morale, politico, sociale ed economico

Infine è scoppiato il dramma dei 67 anni per il trattamento di vecchiaia, come se tutti gli italiani non potessero più andare in quiescenza prima di quell’età. Se qualcuno si azzarda a sostenere che i dati statistici smentiscono questa convinzione viene guardato come un noioso azzeccagarbugli. Perché sforzarsi a ricordare la realtà quando è tanto gratificante inventarsela? Se si parla di pensioni tutto è ammesso; non esistono più i dati statistici, le disposizioni di legge, le stime della Rgs e degli organismi internazionali (che si avvalgono di metodologie di classificazione comuni, uniformi e condivise): le opinioni diventano come i vaccini, ognuno è libero di dire ciò che vuole. E i conduttori si limitano a prendere atto di tutto e del suo contrario e a far passare – come verità assodate – anche il racconto degli asini che volano. Una volta Giancarlo Pajetta affermò che lui tra la verità e la rivoluzione avrebbe scelto sempre la rivoluzione. In quel vecchio militante del Pci c’era la dignità di credere in un’idea totalitaria anche per la coscienza dei militanti. Oggi alternativa alla verità è rimasta soltanto la menzogna. E’ poi ricorrente la storia – che si ripete in tutti i Bar sport della provincia italiana – secondo la quale con la riduzione dell’età pensionabile si aprirebbero spazi importanti per il lavoro dei giovani. Gli effetti, invece, sarebbero limitati. Da un’analisi dell’Inapp (ex Isfol) condotta nel 2015 su di un campione di 30 mila imprese del settore privato extra-agricolo, risulta che la riforma Fornero avrebbe prodotto un cambiamento nei piani di assunzione programmati nel periodo 2012-2014 solo nel caso del 2,2 per cento delle aziende considerate. Ovviamente, si tratta di stime. Ma non ve ne sono che dimostrano il contrario. Un’ultima considerazione – da incompetente – sull’uso dei social (la forma moderna di comunicazione) che mi ricorda una commedia musicale vecchia come il cucco (quasi come me): un “Mandarino per Teo”. Al protagonista viene proposto di togliersi lo sfizio di spingere un bottone per provocare la morte di un Mandarino nella lontana Cina. Un’azione semplice e pulita che il nostro, dopo tanti dubbi, rifiuta di commettere. I frequentatori della rete, invece, quel bottone lo premono virtualmente tutti i giorni e più volte nella stessa giornata.

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