Lessico televisivo

Andrea Minuz

Guardate “X-Factor”: ogni cosa che accade lì è “una figata”. Siamo alla dittatura delle “emozioni” e dei “percorsi”. Si dice per non dire

Quali sono i sentimenti, le sensazioni che provi?” “E’ stata un’emozione unica, così forte che si fa fatica a capire”, dice Lorenzo Licitra intervistato dopo la vittoria di “X-Factor”; “è stato bello affrontare questo percorso, accettare la sfida, vedere come si cresce”. Non è un’intervista qualsiasi, spiega il servizio di Sky, ma un’intervista “molto carica di emozioni, piena di  sensazioni che sono perfettamente leggibili nei suoi occhi”. Licitra ci ha “regalato emozioni a non finire”, perché le emozioni, si sa, non si comprano, si regalano sempre. Come dicono al Tg1 quando nell’ultimo servizio presentano una Fiction Rai in prima serata, il lessico di “X-Factor” è “un grande affresco dei nostri tempi”. Un universo sintattico che dà forma a quell’impasto di sensibilità, spirito di rivalsa e marketing motivazionale su cui è costruito questo tipo di programmi. Però c’è qualcosa di più. “Il mio percorso”, “la mia crescita”, “la mia sfida”, “la mia emozione” definiscono anzitutto una galassia semantica ripiegata sul primato e sulla condivisione assoluta dei propri sentimenti.

 

"La mia crescita", "la mia sfida". Una galassia semantica ripiegata sul primato e sulla condivisione assoluta dei propri sentimenti

Così, anche il sito della trasmissione archivia in altrettanti video e racconti “tutte le emozioni della settimana”, “tutte le emozioni del backstage”, “tutte le emozioni di Rita Bellanza” e un sacco di altri “percorsi” e “emozioni”. Un po’ come nei centri benessere, dove non ci sono più i bagni o i fanghi ma il “percorso emozionale”, il “percorso sensoriale”, la “doccia emozionale artica”. Va da sé che è con il fatidico “mi sei arrivato/non mi sei arrivato” che “X-Factor” ha trovato la frase più compiuta, limpida, cristallina per riassumere in un’unica formula il lessico dei talent, il lessico di un mondo costruito sulla dittatura delle emozioni. Quelle di “X-Factor” sono sempre emozioni che ci proiettano nei territori inesplorati dell’incomunicabile e dell’inesprimibile (come lo stesso “X-Factor”, d’altronde) perché “troppo forti”, “troppo belle”, “troppo mie”. La sofferenza, la preparazione, l’ansia per il verdetto delle prove, ovvero gli ingredienti narrativi di ogni talent-show, si sviluppano nella doppia declinazione di “Masterchef” (un lessico costruito sulla severità, l’umiliazione, l’insulto, il pathos della distanza) o “X-Factor” dove il linguaggio si snocciola come un commento ridondante a ciò che si vede, in un costante overloading emotivo. Una sorta di sintonia metafisica universale in cui tutti provano o non provano i sentimenti di tutti.

 

Dal lessico dell'insulto a quello dell'indignazione. La tv del dolore ha aperto il rubinetto delle lacrime e non l'abbiamo più richiuso"

Ovviamente, ciò dipende dalla differenza anagrafica dei due target di riferimento. “X-Factor” ha bisogno di rimarcare il suo piglio giovanilistico a suon di “spaccare”, “figata”, “percorso”, “starci dentro tantissimo”, come dice Manuel Agnelli al gruppo glam-rock, Maneskin. “Figata”, come ha notato Aldo Grasso, è “qualsiasi cosa accade dentro ‘X-Factor’”; “La vita è una figata” era l’orrendo titolo affibbiato al programma di Bebe Vio nell’illusoria convinzione di attrarre un pubblico giovanile, e il dilagare di tutte queste “figate” in tv ormai serve anzitutto a celebrare il sorpasso dell’immaginario milanese su Roma. Anche “mi sei arrivato”/ “non mi sei arrivato”, con tutte le sue infinite variazioni (“hai talento ma non mi hai toccato”; “mi è arrivata tutta la sua sofferenza”) evoca un idioma da personal trainer di corso Como, ma fa anche qualcosa di più. Intercetta lo Zeitgeist, incarna le trasformazioni culturali degli ultimi decenni televisivi e non a caso Sky l’ha stampato su cuscini, t-shirt e gadget vari. “Non mi sei arrivato” ha la potenza catartica del “ma anche” veltronico. La medesima capacità di riassumere un mondo e una nebulosa ideologico-esistenziale. Lì la terza via blairiana, Clinton e le videocassette dell’Unità, qui il trionfo dell’emozionalità, del solipsismo, del relativismo sentimentale, cifre specifiche del nostro tempo. “Mi sei arrivato” è la versione televisiva delle palline su Tripadvisor dove l’utente, libero dai vincoli di giudizio della scuola dell’obbligo, spiega e valuta se e quanto Van Gogh, Caravaggio, Rembrandt o la Cappella Sistina gli siano arrivati.
 

Mi sei arrivato" / "non mi sei arrivato" intercetta lo Zeitgeist, è la cristallizzazione artistico-emotiva del "mi piace" su Facebook

 

E’ la cristallizzazione artistico-emotiva del “mi piace” su Facebook, dove in molti alla voce “occupazione” scrivono “impiegato presso me stesso” e la cosa ha sempre a che fare più con il “loro percorso” che con la partita Iva. “X-Factor” produce, racconta e celebra emozioni e percorsi. La musica viene dopo. La musica è solo una delle variabili possibili con cui “dare forma alle emozioni”. “X-Factor”, “Amici”, “Uomini e donne” incarnano un segmento decisivo del discorso televisivo attuale che ha nella supremazia e nell’infallibilità delle “emozioni” e delle “sensazioni” il proprio fulcro. Il lessico amoroso costruito da “Uomini e donne” è anzitutto un linguaggio di orientamento, apprendimento e gestione delle proprie emozioni. Nei “confessionali” o nelle “esterne” – neologismo entrato a far parte del nostro discorso amoroso – si definisce il proprio io più vero e sincero: “con te non mi ci trovo a pelle”; “non mi trasmetti la minima sensazione”; “sento una strana attrazione”. Un mondo brulicante di parole che in realtà mette in scena la povertà delle emozioni, travolte dal primato della competizione, vero motivo profondo di “Uomini e donne”.

 

Di fronte all’impossibilità di capirsi, nel battibecco isterico che avvolge tronisti, seduttrici, opinionisti e urlatrici Maria De Filippi celebra il trionfo della chiusura in se stessi, il solipsismo radicale, il soggettivismo sfrenato. Una “comunità di destino” in cui soltanto l’oroscopo è in grado di costruire un flebile orizzonte di condivisione e comprensione reciproca, “ah sei scorpione, vabbè”. Descrivendo il modello drammaturgico-sociologico messo a punto da Erwin Goffman nel suo “Presentation of self in everyday life” –  ovvero, quell’idea di “vita quotidiana come rappresentazione” che poi la reality tv avrebbe messo in pratica – l’antropologo Clifford Geertz vedeva “un ininterrotto flusso di mosse, bluffs, mascheramenti, cospirazioni e imposture eseguite da individui e gruppi in lotta tra loro”. Geertz concludeva che quella di Goffman era “una visione delle cose radicalmente a-romantica e consciamente acre e desolata”. A-romantica, acre, desolata è l’idea dell’amore rappresentata dal lessico di “Uomini e donne”, un format che sta ai sentimenti come “X-Factor” alla musica.  

 

Di fronte all’impossibilità di capirsi, nel battibecco che avvolge tronisti e seduttrici, De Filippi celebra il trionfo della chiusura in se stessi 

E’ nel linguaggio, nelle “parole” della televisione che si concentra lo sforzo creativo più intenso perché in televisione si parla anzitutto per colmare il vuoto, si dice per non-dire. Come nei talk-show, dove per tutti i problemi, dall’immigrazione alla mondezza romana, servono “misure strutturali”. Come nei talent e nei reality, dove più si celebra il rito delle emozioni private, inesplicabili, travolgenti e ridondanti, meno siamo tenuti a dare una spiegazione. Come quando Bonolis e un po’ tutti presero a dire, “un’eccellenza italiana nel mondo”. Qualsiasi cosa, dalla mozzarella di bufala alle canzoni del trio “Il volo” era “un’eccellenza italiana nel mondo”. Come gli interminabili “straordinario” di Fabio Fazio, i “numero uno”, i “numero uno nel mondo”, i “meraviglioso” e “straordinario” sparati a raffica da Carlo Conti. Paolo Bonolis poi è un caso da manuale. Un italiano plastico, flessibile che ammicca un po’ a Sordi un po’ a Corrado, con gli sberleffi alla Totò ma anche le citazioni middlebrow, come il Kierkegaard sfoggiato per il concerto di Vasco Rossi a Modena, Bonolis che porta in tv i bimbi del Darfur e Mike Tyson. “Bonolis”, ha scritto Dipollina è “un frankestein costruito con pezzi dei grandi dell’entertainement televisivo e non solo, del passato. Non è una diminutio (direbbe lui) ma una professione di umiltà”.

  

Dopo la lunga fase dell’alfabetizzazione degli italiani, della tv pedagogica, del maestro Manzi, del lessico “garbato” di Nunzio Filogamo e Mario Riva, dopo i primi slogan all’americana di Mike Bongiorno, il parlato televisivo è stato travolto dall’arrivo delle tv commerciali. In quegli anni, il successo delle trasmissioni di Renzo Arbore era anche dovuto alla sua strabiliante capacità di tradurre, sbeffeggiare, rivoltare i nuovi tic linguistici delle tv private. A partire dagli anni Novanta, l’italiano televisivo ha poi attraversato almeno tre fasi distinte, ovviamente capaci di mescolarsi tra loro: il lessico dell’insulto, il lessico del dolore, il lessico dell’emotività. Dal lessico dell’insulto deriva quello più specifico dell’indignazione. Dal lessico del dolore scaturisce invece la tv delle emozioni, capace di fondere in un unico universo linguistico la svolta egocentrica dei reality show e quella narcisistica dei social network. Il lessico del dolore si è riversato nel lessico delle emozioni attraverso il decisivo collettore delle “lacrime”.

 

Lacrime infinte. Lacrime catartiche. Dalle lacrime della Carrà a quelle di Mara Maionchi, dalle lacrime di Simone Ventura sull’Isola alle lacrime di Maria De Filippi da Costanzo, dalle lacrime di Belen, perché “la gente non sa che sono molto fragile”, alle lacrime di Barbara D’Urso, e poi le lacrime di Totti, la candidatura con le lacrime agli occhi di Oprah Winfrey che sfida Trump, le lacrime di Obama, “il presidente che ha insegnato agli uomini come piangere”, scriveva ingiustamente la Stampa rimuovendo il contributo storico delle lacrime di Occhetto alla Bolognina. La tv del dolore ha aperto il rubinetto delle lacrime e non l’abbiamo più richiuso. L’eccesso patemico del racconto nella tv del dolore e la sua poetica (la costruzione dell’empatia, gli effetti sonori, sentimenti esasperati, la miscela di finzione e realtà) hanno fornito il quadro di riferimento per la tv delle emozioni che coi talent si è spostata dalla sofferenza alla “sfida” che è sempre e anzitutto una “sfida con sé stessi”. Non c’è tema, conflitto sociale o idea che non possa essere affrontata con il lessico dell’emotività. “Mi sono innamorato di quest’idea”, dice Pietro Grasso cercando di spiegare la sua adesione al progetto “Liberi e uguali”. Ci si innamora o non ci si innamora. Guai a rifletterci su. L’unica alternativa al lessico delle emozioni sembra essere quella dell’ancora più temibile e infido lessico della Bellezza.

  

Non bisogna pensare che il lessico dell’indignazione e quello delle emozioni siano così distanti. L’ossessione per l’onestà e la dittatura della trasparenza sono la versione politico-populista del trionfo della sincerità, del narcisismo, dell’individualismo emotivo, del “sei finta”, “sei falsa”, “sono me stessa”, “sei qui per farti pubblicità”, “io dico quello che penso” (e mai “penso quello che dico”). Se da un lato i sentimenti privati sono l’unica fonte di autenticità dell’esistenza, dall’altro l’onestà è divenuto il paradigma supremo della res publica. Si definisce così, nel modo più immediato, semplice o come direbbe Bauman “liquido”, lo sconfinamento della sfera pubblica in quella privata e viceversa. Il linguaggio della tv è una spia infallibile. Gli insulti, le risse, gli schiaffi accompagnarono gli anni feroci di Tangentopoli.

 

Dal lessico dell’insulto a quello dell’indignazione. La tv del dolore ha aperto il rubinetto delle lacrime e non l’abbiamo più richiuso

L’estetica del “dolore” si diffuse a cavallo tra la Tv-verità e l’arrivo dei reality show. Sgarbi ospite nell’ultima puntata di “Non è L’Arena” che urla “Di Maio non vali un cazzo, sei un coglione qualunque”, ci riporta per qualche istante ai beati anni della tv degli insulti, che ora vive nella forma di un tributo nostalgico, anche perché Di Maio non era né in studio, né in collegamento. Però tutti gli insulti televisivi degli anni Novanta non sono passati invano. Beppe Grillo li ha catalizzati, spostati verso l’indignazione anti casta e trasformarti in progetto politico. “Abbiamo bisogno di parole nuove”, diceva dal palco di Pazza Maggiore a Bologna, quel fatidico 8 settembre del 2007, il “Vaffanculo Day” (era il titolo originale della kermesse, poi ingentilito dai media in “V-Day”); una giornata che peraltro suggerì subito un nuovo portentoso tormentone dell’Italia anti casta, quel “tutti a casa” che ormai non evoca più l’eroicomico Sordi dell’omonimo film di Comencini, ma le avventure di Dibba e Di Maio.  

 

Le ricerche e gli studi sulle trasformazioni dell’italiano televisivo, le sue stereotipie, i tic linguistici, la sua influenza sulla lingua sono ormai moltissime. C’è anche un portale sponsorizzato dall’Accademia della Crusca, il “Lessico dell’italiano televisivo”, una banca dati che raccoglie 62 ore di parlato, 663.000 occorrenze, 39.000 forme linguistiche dal 2006 in poi. In realtà, il quadro complessivo che emerge non sembra così sconfortante, soprattutto per i programmi di divulgazione scientifica (vedi il mirabolante Alberto Angela). Ma più la tv aumenta i momenti di partecipazione diretta del pubblico alla sua rappresentazione, più deve incarnare la “voce della gente” e costruire una sconfinata fraseologia delle emozioni. Perché sono le emozioni che fanno saltare la separazione tra realtà mediata e realtà empirica, o almeno così ci piace continuare a credere.

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