Vietare i social ai ragazzi è facile. Far funzionare il divieto molto meno

L’Unione europea si muove verso nuovi limiti di età. Ma l’esperimento australiano mostra risultati modesti e gli studi non dimostrano che smartphone e social siano la causa principale della crisi psicologica di questa generazione. Il divieto per età è ampio, di efficacia incerta, con rischi di clandestinità e di minore controllo dei genitori

21 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:19
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Foto di Sanket Mishra su Unsplash

La Commissione europea ha presentato l’Eu Kids Act. I ragazzi potranno attivare account autonomi dai quindici anni, averne di condivisi con i genitori a tredici e quattordici, mentre i servizi per l’infanzia, sotto i tredici, resterebbero sotto il controllo degli adulti. Social, piattaforme video, giochi e chatbot rientrano nel perimetro della norma, anche se la geometria dei divieti non è ancora chiara. Dipenderà anche dal parlamento. L’Australia resta l’unico paese democratico con una legge nazionale generale già operativa; Indonesia e Malaysia hanno introdotto restrizioni per via regolamentare.
Nel Vecchio continente il caso più rilevante è quello francese. Emmanuel Macron è tornato di recente sul tema, con l’intenzione di fare della separazione fra teenager e telefonino uno dei tratti distintivi dell’ultimo spicchio della sua presidenza. Il 24 agosto la legge 2026-813 ha esteso ai licei il divieto di cellulare in vigore dal 2018 nelle primarie e nelle medie, lasciando alle scuole sette giorni prima della riapertura. Presidi e sindacati hanno detto subito che non ce l’avrebbero fatta, e non per la resistenza dei ragazzi. Togliere agli studenti lo schermo individuale significa ricostruirne uno collettivo, fatto di tabelloni, monitor, badge e personale di segreteria; e non basta dire loro di controllare tutto la sera prima, perché parte delle informazioni cambia durante la giornata. Siccome la legge consente ai regolamenti d’istituto di autorizzare gli usi necessari, in biblioteca o in mensa, ogni scuola ha adottato soluzioni pragmatiche, adattate alla propria architettura fisica e didattica, e nessuna prevede la scomparsa dello smartphone. Un divieto costellato di deroghe smette presto di essere un divieto, e infatti effetti sull’apprendimento non se ne registrano.
Da noi il divieto vale fino alla terza media dal 2024-25 e, con la circolare Valditara del giugno 2025, è stato esteso alle superiori, per tutto l’orario scolastico e perfino a fini didattici. Per vent’anni la politica ha identificato l’innovazione con l’acquisto di apparecchi. In Italia il Piano nazionale scuola digitale del 2015 stanziava circa 1,1 miliardi per banda larga, tablet e registro elettronico; la pandemia ha finanziato le smart class e il Pnrr i monitor interattivi. Lo Stato comprava hardware. La scuola però è diventata rapida nel comunicare grazie a registri elettronici, piattaforme, notifiche e gruppi classe, cioè grazie a un terminale che nessuna amministrazione ha dovuto acquistare né manutenere, perché era già in tasca allo studente e a carico della famiglia. Una digitalizzazione a macchia di leopardo, come ha mostrato la didattica a distanza, ottenuta trasferendo alle famiglie apparecchio, traffico dati e parte della responsabilità organizzativa. Il divieto la smonta. Sarebbe più difficile dire “vietiamo i telefonini” se la frase venisse tradotta in quel che significa, cioè “de-informatizziamo la scuola”. I dispositivi personali sono il canale dei messaggi a cui qualcuno risponde mentre parla l’insegnante, e sono anche quello delle informazioni su ciò che accade a scuola. Come sempre, benefici e costi giocano a nascondino: se si chiude quel canale bisogna aprirne un altro, altrettanto visibile.
Il ministro parla di consenso e di scuole “bravissime” a gestire la situazione. Perché da noi non si è visto l’ingorgo francese? Forse perché il registro elettronico è consultato soprattutto dai genitori. Forse perché le scuole hanno ricostruito in silenzio canali alternativi, a costi che nessuno ha monitorato. Forse perché l’applicazione dipende dalla discrezione dei singoli docenti.
In Australia i primi risultati della valutazione dell’eSafety Commissioner, pubblicati il 31 luglio e riferiti a tre mesi, sono modesti. Gli under 16 con un account sono scesi dal 52,4 per cento al 42,1 per cento, ma quelli che usano comunque le piattaforme solo dall’85,9 per cento all’81,5 per cento, e l’uso quotidiano dal 61 per cento al 58 per cento. Benessere, sonno e attività offline non cambiano; crescono messaggistica e gaming; i genitori ignari passano da uno su quattro a uno su tre. Metà dei ragazzi rimasti online dice di non aver mai subito una verifica dell’età. Per fare pressione sulle piattaforme il governo ha raddoppiato le sanzioni e ampliato i poteri ispettivi del regolatore, il che somiglia più a un tentativo di far funzionare il divieto che alla prova che funzioni. La valutazione, con survey, interviste e tracciamento volontario degli smartphone, è ben disegnata, ma non è randomizzata e poggia su dati autodichiarati e su un campione autoselezionato. Tre mesi non bastano: conteranno le rilevazioni successive.
Gli studi sui danni, del resto, ricordano il verdetto del Dodo di Alice nel paese delle meraviglie, “tutti hanno vinto e tutti meritano un premio”. Non è reticenza: la causalità è davvero eterogenea. Esistono rischi reali, concentrati in certi contenuti, in certe funzioni e in soggetti vulnerabili, ma non è dimostrato che smartphone e social siano la causa principale della crisi psicologica di questa generazione. Gli esperimenti randomizzati sono pochi: il più noto, sull’American Economic Review del 2020, mostrava che disattivare Facebook per un mese migliorava il benessere in misura reale ma piccola. Piccoli effetti medi, effetti maggiori in alcune minoranze, possibili benefici per altri. Le misure più giustificate riguardano le piattaforme: niente notifiche notturne, riproduzione automatica e scorrimento infinito, niente profilazione dei minori, account privati, limiti alla raccomandazione di contenuti autolesivi, dati aperti alla ricerca. Il divieto per età è invece ampio, di efficacia incerta, con rischi di clandestinità e di minore controllo dei genitori. La politica sceglie il modello del tabacco, mentre le prove descrivono rischi distribuiti in modo molto diseguale.
Agli adulti, certo, piace l’idea di levare il telefono ai più giovani: noi alla loro età non l’avevamo, e dev’essere per questo che ci sembrano più distratti, come ogni generazione ha pensato della successiva, da quando il Nestore di Omero rimpiangeva gli uomini di un tempo. Ma l’equivalenza fra telefono e distrazione vale per loro quanto per noi: ci distraiamo guardando WhatsApp in metropolitana, e qualche fermata saltata l’abbiamo messa in conto. Se distrarci fosse l’unica cosa che lo smartphone fa, ne vedremmo in giro molti meno.
Vietare non è gratis. La verifica dell’età, i controlli e soprattutto la ricostruzione di ciò che lo strumento vietato faceva sono altrettanti costi. E’ gratis solo l’effetto annuncio.