Prima educare. L’abuso di norme sui temi tecnologici è una scorciatoia che non risolve i problemi

Si può decidere se seguire la notiziabilità, esponendoci alla trappola emotiva della reattività, o la normalità, che ci offre invece un metodo per affrontare i problemi. Ma serve consapevolezza tecnica sugli strumenti in gioco e di noi stessi

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2 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:17 AM
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BATH, UNITED KINGDOM - MARCH 29: In this photo illustration a 14-year-old boy holds an iPhone screen displaying various social media and messaging apps on March 29, 2026 in Bath, England. On top row left to right, the logo of social media platform Instagram is seen beside that of Meta’s Threads and Facebook. On the middle row from left is the logo of Donald Trump's Truth Social app, next to the logo of social media app TikTok and the logo of Elon Musk’s US online social media and social networking site 'X' (formerly known as Twitter). Along the bottom row, left to right is the messaging service WhatsApp, the logo for online video sharing and social media platform YouTube and the logo for the Bluesky app. In the UK, a ban on social media for under-16s has been backed by the House of Lords following the Australian law which aims to stop children under 16 from having social media accounts and social media platforms, including TikTok, Facebook, Snapchat, Reddit, X, formerly Twitter, and Instagram potentially being be fined for preventing children younger than 16 from having social media accounts. (Photo by Anna Barclay/Getty Images)

La notiziabilità è cosa ben diversa dalla normalità. Seguire la prima ci espone alla trappola emotiva della reattività, valorizzare la seconda ci offre un metodo per affrontare i problemi. Vale nella vita analogica come per quella digitale, soprattutto in giorni segnati da notizie di ragazzi “social” che attentano o vogliono attentare alla vita di insegnanti e compagni e della condanna negli Stati Uniti di Meta e Google a risarcimenti milionari per aver causato dipendenza.
Per uscire dalla notiziabilità e cercare la normalità è utile ricordare che da anni ci raccontiamo di essere vittime della tecnologia: prigionieri degli algoritmi, manipolati dai social, sopraffatti dall’intelligenza artificiale. È vero che la sproporzione tra noi, i grandi interessi economici e geopolitici in campo e la potenza della tecnologia è evidente. I rischi e gli effetti – sorveglianza, polarizzazione, dipendenza, manipolazione – sono reali. Eppure, questa narrazione rischia di essere altrettanto pericolosa della realtà che vuole denunciare, perché ci convince che siamo impotenti, che non c’è nulla da fare. Risultato: demoralizzazione, deresponsabilizzazione, moralismo: la colpa è sempre di qualcun altro. È tempo di uscire da questa “zona di sconfort”, come ripeto alle presentazioni del mio libro: “Non è colpa dell'algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell'era digitale” (Egea, 2026).
Il “potere di noi senza potere” nell'era digitale è molto più grande di quanto si pensi e si può sostituire la rassegnazione con la speranza. Come? La parola chiave è consapevolezza, che è la base per recuperare il buon uso della nostra libertà personale, la tua e la mia. Ci serve una doppia consapevolezza: da un lato sapere i meccanismi di funzionamento di social e intelligenza artificiale generativa e relazionale. Dall'altro, cosa che nessuno dice, dobbiamo imparare come funzioniamo noi, come siamo stati creati e quali sono le nostre caratteristiche fondamentali di esseri umani. Questo significa riscoprire che siamo esseri relazionali e non solamente esseri razionali. Non è un gioco di parole: è l'inizio del cammino per essere consapevoli di come le tecnologie “assecondino” (sfruttino?) queste nostre caratteristiche e quindi essere capaci di utilizzarle al meglio, esercitando in modo consapevole la nostra libertà.
Insomma, la sfida della tecnologia ci obbliga a ridefinire la nostra umanità e a capire che il digitale non è un destino ineluttabile: è una partita che giochiamo noi, perché social e intelligenza artificiale per funzionare hanno bisogno di te e di me. Se noi non li accendiamo o non vi accediamo non esistono. Per questo è più utile puntare l'attenzione su ciò che viene rimosso dal dibattito pubblico: il buon uso responsabile della nostra libertà personale, fondato sulla consapevolezza. Infatti oggi più che mai abbiamo bisogno di esseri umani “ricostituiti” e restituiti alla capacità di usare bene la propria, insopprimibile, libertà. Non è solo una questione di leggi o di regole: se fatte bene possono servire – penso al Digital Service Act o alle sperimentazioni europee per certificare l'età anagrafica senza ledere la privacy, in Italia usando l'app IO – ma non risolvono. Occorre il coinvolgimento dei genitori, iniziando dai corsi preparatori al parto e affiancandoli costantemente tramite i pediatri, la scuola, le iniziative fiorite finora. Non siamo all'anno zero. Ci sono da anni attività di educazione al digitale per piccoli e grandi, nate da realtà come Parole O_stili, Fondazione Mondo Digitale, Fondazione Patti Digitali, Programma il futuro, Centro Studi Imparadigitale, Fondazione Carolina. Vi è il prezioso lavoro sul debate promosso da Bruno Mastroianni e da Enrica Sabatini. Vi sono iniziative promosse da aziende telco e anche dalle big tech. Insomma, vi è una via alla normalità che abilita ad abitare social e intelligenza artificiale per utilizzarli a misura di essere umano. Si può fare. Continuiamo, senza cedere alle sirene della notiziabilità.