Regole e meme

Eugenio Cau

Roma. Sui social network e sui media americani, un po’ per scherzo e un po’ no, dicono che l’Europa è contro i meme. I meme sono le immagini – spesso prese da spezzoni di film o serie tv – corredate da una frase ironica e diffuse in modo virale sul web: immagini divertenti di “Game of Thrones”, foto di gattini, fotogrammi dei “Simpsons”. L’Europa, dicono gli americani, vuole porre fine a questa messe di immagini ironiche e, nel processo, distruggere internet così come lo conosciamo.

 

La Commissione del Parlamento europeo per gli Affari legali ha approvato con maggioranza risicata una nuova legge sulla protezione del diritto d’autore. Questa legge fa parte delle misure draconiane in tema di tecnologia adottate di recente dall’Ue, dal Gdpr in giù, che hanno fatto delle istituzioni di Bruxelles un faro a livello internazionale per la protezione dei dati personali e nella lotta contro lo strapotere dell’oligarchia digitale della Silicon Valley. Come con il Gdpr, le aziende tecnologiche americane da Google a Facebook sono tutte furiosamente contrarie alla nuova legge sul copyright. Ma questa volta, oltre ai tecnocrati californiani, sono preoccupati per la nuova svolta europea anche gli attivisti libertari e gli operatori digitali non profit – e l’idea è che forse l’Europa abbia esagerato con le misure drastiche. La settimana scorsa l’inventore del World Wide Web, Tim Berners-Lee, ha firmato assieme ad altri 70 attivisti e pionieri tra cui il “padre di internet” Vint Cerf, il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, e altri ancora una lettera aperta in cui hanno detto che “l’articolo 13 della direttiva europea sul copyright minaccia internet” e rischia di trasformare internet “da una piattaforma aperta per la condivisione e l’innovazione in uno strumento per la sorveglianza automatizzata e il controllo dei suoi utenti”. Anche altri organismi, come la Mozilla Foundation, si sono dichiarati contrari alla legge Ue, e perfino l’Onu (!) ha espresso qualche preoccupazione.

 

Che diamine è questa legge? L’intenzione dei legislatori Ue è buona: proteggere i produttori di contenuti, siano essi cineasti, musicisti o giornalisti, da un’economia digitale che spesso non rispetta il diritto d’autore. La realizzazione, tuttavia, è stata sconclusionata. L’articolo 13 citato dai pionieri del web prevede che qualsiasi piattaforma che ospita contenuti degli utenti sia da considerarsi legalmente responsabile nel caso in cui questi contenuti siano in violazione del diritto d’autore. Cosa significa? Immaginiamo che un lettore del Foglio commenti un articolo sul Foglio online citando il brano di un romanzo sotto copyright o linkando il video illegale di una canzone protetta da diritto d’autore. Secondo la legge Ue, spetta al Foglio prevenire che i suoi lettori violino il copyright, e dunque è il Foglio che deve essere punito per il loro comportamento, pagare le eventuali multe e così via. Ora, il Foglio modera i commenti dei suoi utenti a mano, ed è facile evitare violazioni palesi.

 

Ma cosa succede su Facebook, Instagram, Wikipedia, dove i contenuti postati dagli utenti sono milioni e milioni ogni giorno? Secondo chi contesta la norma europea, le grandi piattaforme di internet saranno costrette a creare dei filtri che, mediante l’uso di algoritmi e dell’intelligenza artificiale, controllino prima della pubblicazione tutto quello che viene postato su internet – una censura preventiva. Un sistema del genere esiste già su YouTube, dove i video protetti da copyright sono cancellati automaticamente, ma immaginate se questo sistema fosse esteso a tutto internet: una quantità inimmaginabile di materiale (compresi i meme) sarebbe censurato in via automatica. Dice: ma si tratta di materiale che viola il copyright. E’ vero, anche se proprio il caso dei meme mostra come il rispetto del diritto d’autore necessiti di una certa flessibilità per favorire creatività e innovazione. Ma soprattutto: una volta che sarà stata costruita una grande infrastruttura algoritmica per la censura preventiva di tutti i contenuti online, diventerà un’arma potenzialmente pericolosa nelle mani sbagliate. I propositori della legge, come l’europarlamentare Axel Voss, dicono che nella direttiva europea non c’è l’obbligo di creare tale infrastruttura, e che la definizione di piattaforma digitale è stata modificata per rendere immuni le piattaforme non profit. Gli oppositori, tuttavia, dicono che non è sufficiente, e preparano la lotta: servono ancora la discussione con i rappresentanti dei paesi membri e il voto della plenaria dell’Europarlamento per approvare definitivamente la nuova direttiva.

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