L'attimo nel quale sono iniziati i sei minuti che hanno sconvolto Inter-Fiorentina

Prima della traiettoria geometricamente irreprensibile del tiro che ha permesso ai nerazzurri di pareggiare, Marcus Thuram ha visto un pertugio che era invisibile ai più

26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 13:36
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I sei minuti che sconvolsero Inter-Fiorentina. Se i nerazzurri sono ancora appaiati alla sempre meno sorprendente Lazio in vetta alla classifica, lo devono a Marcus Thuram, Piotr Zieliński e al lungo recupero decretato dall’arbitro Maurizio Mariani, che hanno avuto ragione di due traverse, delle parate (alcune miracolose) di un David de Gea tornato ai livelli che gli competono, e dell’evidente errore arbitrale che ha negato agli uomini di Cristian Chivu di godere di un altro penalty, precedente a quello decisivo, per fallo nei confronti del centravanti francese apparso evidente ai più.
Eppure non c’era stata partita fin lì, i viola dovendo difendere l’insperato vantaggio regalato dall’ex milanista Álex Jiménez con un bolide sotto l’incrocio, gli interisti a testa bassa che non si capacitavano di come il pallone non volesse entrare al di là dei meriti. Perché il calcio, si sa, non sempre è magnanimo con chi costruisce e a volte premia ancora chi specula. Ma senza il tourbillon del “terzo tempo”, staremmo qui a raccontare di una Lazio prima da sola, di una Roma capace di rimontare due volte a Napoli con le reti di un Leonardo Balerdi che non avevano visto arrivare.
Minuto 90 spaccato, “Tikus” conduce la palla con l’esterno dalla fascia verso il centro del campo, portando a passeggio Victor Valdepeñas. In area solo Ange-Yoann Bonny e il giovane Mattia Lavelli, gettato in campo con la forza della disperazione. Thuram chiede e ottiene la collaborazione del perno Andy Diouf, abile ad anticipare con le spalle alla porta i suoi due marcatori e ritornare la palla alla punta, appena fuori dall’area. Il figlio di Lilian non ci pensa due volte, la fa scivolare dal destro al sinistro, vede il pertugio e calcia con rara precisione sotto una selva di otto gambe.
La sfera assume una traiettoria geometricamente irreprensibile, che allo stesso tempo dà al portiere viola - pur non distantissimo - la coscienza di ciò che sta avvenendo e l’impossibilità di intervenire così adiacente al palo, né troppo lenta né troppo veloce. L’immagine di De Gea in ginocchio mentre osserva impotente ha fatto pensare, in quel momento, che la partita della Fiorentina fosse destinata ad essere perduta, anche se mancava ancora un numero imprecisato di minuti, di prevedibili assedi con Ivan Provedel nell’altra area, di rischi arbitrali previ falli di mano e trattenute per ora ipotetiche.
Azione da fermo in attacco al 94°, mancano due minuti al fischio finale, salvi ulteriori spiccioli da giustificare. La Fiorentina comincia a pensare che un pareggio può quasi essere ben accetto. Manuel Akanji scodella dalla trequarti sinistra cercando Thuram, in area una bolgia ordinata. Lavelli prova a indirizzare il jolly verso la porta: ma mentre si avventa di testa, alle sue spalle si strattonano il centravanti e il solito Valdepeñas, in un curioso girotondo a due. Stavolta, meno certa di prima, Mariani non ha dubbi né le remore dovute al momento del match, e fischia deciso il rigore.
Zieliński trasforma alla sua maniera, di potenza sotto la traversa, e gli ospiti tornano in Toscana stringendo un pugno di mosche, anziché il punto (o perché no, i tre punti) che sarebbe stato balsamico per la loro classifica. L’Inter sospira di un sollievo che rinverdisce la tradizione delle rimonte impossibili, in altri tempi immortalate dai dvd celebrativi con il commento di Roberto Scarpini. Per stavolta è andata bene, e lo ha cominciato a capire proprio dalla genuflessione dell’estremo spagnolo. Dopo il bacaro tour di mercoledì a Venezia, sabato sera sarà derby.