Il déjà vu di Isaksen contro la Juventus

L'ala danese allo Juventus Stadium ha scattato la fotografia di una fotografia consentendo alla Lazio di continuare a godersi un oggi di altissima classifica

19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 12:22
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Come le coppie che tornano nel luogo del viaggio di nozze per baciarsi davanti a una fontana, Gustav Isaksen allo Juventus Stadium ha scattato la fotografia di una fotografia, otto mesi dopo il suo analogo gol in trasferta nella stessa porta, da quella fascia e sempre di domenica in prime time.
Allora - correva l’8 febbraio - la Lazio non era riuscita a far sua l’intera posta, frenata in extremis da un colpo di testa di Pierre Kalulu. Oggi invece torna a Roma con tre meritatissimi punti, che acuiscono la crisi bianconera (quante ce ne sono, dal Napoli all’Udinese) e mantiene in vetta i suoi.  
L’ala danese ha infatti impresso la propria firma nel gol della consapevolezza, il secondo della serie, dopo che l’altrettanto biondo connazionale Oliver Provstgaard aveva portato in vantaggio le aquile. Consapevolezza di poter stare ancora in alto, di rubare niente e andare al di là del fieno in cascina.
Perché la Lazio di queste prime sette giornate è una squadra, e la Juve no. È sufficiente assistere alla crescita continua dello stesso Provstgaard e dell’altro centrale Josip Šutalo (sontuoso a Torino), alla rinascita efficace di Nuno Tavares e Reda Belahyane, alla ritrovata leadership di Mattia Zaccagni.
In un calcio dove chi non verticalizza abbastanza è accusato di fare sostanzialmente “poesia” dai seguaci del blocco basso, i biancocelesti sono coscienti di poter sfruttare al massimo il velocista avanzato, e si mettono perciò al riparo senza sforzo dal nuovo stigma antigiochista rivelato.
La squadra di Luciano Spalletti, invece, capitola. E se un gol subìto a pochi minuti dalla fine del primo tempo è sempre considerato recuperabile, il raddoppio a due terzi esatti di partita accende allarmi seri, spalancando le porte anche all’eventuale terza rete: ciò che è avvenuto ieri sera.
Proprio Tavares, dalla sua fascia di competenza nella propria metà campo, scodella di leggero esterno un traversone parabolico a cambiare gioco. La telecamera indugia nello stop perfetto di Isaksen, tenuto sufficientemente largo da Zeki Çelik, quasi un derby in differita.
Il danese aggiusta il pallone e avanza di sinistro. I primi passi sono caracollanti, come in bicicletta: il piede destro d’appoggio frena, il sinistro conduce lo slancio. Un minuetto ubriacante, con il turco che guarda fisso il pallone, sperando di portare l’avversario fuori dalla zona in cui fa male.
Di questo passo arrivano al limite dell’area di rigore juventina: alla loro destra (ehm) accorre Romano Floriani Mussolini, come un treno in anticipo. La presenza del terzino disorienta Çelik, che concede a Isaksen il tempo per spostarsi, mirare e calciare in diagonale chirurgico dentro la porta.
Sicuramente, dopo l’esecuzione, l’ala avrà pensato all’esperienza vissuta lo scorso inverno, stesse coordinate, solo in maglia blu da trasferta: il lancio di prima fu di Danilo Cataldi, dal centro del campo, a cercare la profondità e a tagliare fuori il tentativo d’intervento di Andrea Cambiaso.
Isaksen veniva da mesi difficili e sprigionò tutti i suoi cavalli a puntare l’area in campo aperto: giunto nell’ultimo spazio utile sfoderò un piattone potente, a insaccarsi sotto la traversa difesa da Michele Di Gregorio. Ma al 47° minuto era troppo presto per vincere: il tempo della Lazio è oggi.