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IL RITRATTO DI BONANZA •
La paura di vincere delle italiane in Europa
Nelle coppe europee, le squadre della Serie A non hanno sufficiente autostima, si preoccupano prima ancora di giocare. E se partono forte, come è successo alla Roma che ha letteralmente dominato il Real, a un certo punto, quasi si sentono in colpa, e retrocedono all’inferno
17 OTT 26

Foto LaPresse
In psicoanalisi viene definita paraprassia. Un fenomeno secondo cui si vorrebbe compiere un’azione e invece se ne fa un’altra. Guardando la Champions League, ho pensato al vecchio Sigmund Freud (si, forse sono pazzo), che il fenomeno lo ha studiato a lungo (ma quanto tempo libero aveva Freud?). Perché all’interno di tutte le partite giocate dalle squadre italiane, in un contesto di massima difficoltà e stress, abbiamo riscontrato errori tanto gravi da non poter essere spiegati semplicemente come il frutto della concitazione.
Politano guarda esattamente dove tira, nel punto in cui si trova Mikautadze. E gliela passa, docilmente, come in preda ad un ordine recondito. Lo voleva fare? Certamente no, però lo ha fatto. Martinez corre fuori dalla sua area per almeno una decina di metri, senza alcuna ragione logica, quasi si scontra con Akanji, favorisce l’intervento di Forbes, il 9 del Brugge, che, pigliandola casualmente di ginocchio, gliela fa passare sotto le gambe, aprendo la strada al gol di Tresoldi. Che intenzioni aveva Martinez?
Nella Roma che subisce tre gol in otto minuti si manifesta all’improvviso una contrazione, una paresi, un tic nervoso che accorcia i muscoli dei giallorossi e li blocca nel corso di ben tre situazioni da fermo, gli angoli da cui sono scaturiti i gol della rimonta e del successo del Real Madrid. Nell’ultimo calcio dalla bandierina, la palla schizza dentro l’area piccola, Gollini resta immobile sulla riga di porta. Una semplice uscita di un paio di metri avrebbe scongiurato il pericolo. Invece Gollini rimane fermo, come ipnotizzato. La paura lo ha colto e trafitto, prima ancora che Rüdiger potesse metterla dentro. L’immagine successiva è molto indicativa. Gollini guarda il vuoto, i pesti sotto gli occhi sembrano ancora più profondi, grinze improvvise ne affliggono la pelle solitamente liscia.
Il fatto è che non ci vuole Freud per spiegare quello che è successo, bastiamo noi, psicologi della mutua con una penna in mano. Le italiane in Europa non hanno sufficiente autostima, si preoccupano prima ancora di giocare. E se partono forte, come è successo alla Roma che ha letteralmente dominato il Real, a un certo punto, quasi si sentono in colpa, e retrocedono all’inferno. Gli errori sono frutto della nostra ormai decennale incapacità di vincere, gestendo le emozioni. Questa sorta di sudditanza psicologica, ci porta a giocare partite ferme, come quella del Napoli e del Como, partite supponenti e quindi superficiali, come quella dell’Inter, mentre la Roma è stata l’unica a scendere in campo per vincere, con il timore assurdo poi di farlo. Se il calcio italiano vuole fare un passo in avanti, questo passo non è soltanto tecnico, ma mentale. Però in Italia, al momento, viviamo così, con la paura addosso, la convinzione di non essere all’altezza di nulla, senza credere, senza osare, senza neppure divertirsi. E quando sale la paura di giocare, ti resta solo l’alternativa di sopravvivere.