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L'en plein di Verstappen a Singapore. Ad Antonelli manca sempre meno per vincere il Mondiale
L’olandese si è preso tutto: pole nella sprint, vittoria nella sprint, pole nella gara lunga e vittoria nella gara lunga. Il pilota italiano ha sofferto ma è salito sul podio. Disastro Hamilton: chi deve avere l'ultima parola tra muretto e piloti sulla strategia di gara?

Foto Ap via LaPresse
Non si tratta più di “se”, ma di “quando”. Quando Andrea Kimi Antonelli diventerà campione del mondo di Formula 1. Potrebbe essere ad Austin tra 15 giorni oppure in Messico, la settimana successiva. Ormai il verdetto è scritto e questo ricciolino bolognese potrebbe regalare al Motorsport alcuni anni di sfide al calor bianco con Max Verstappen, in futuro. L’olandese ha vinto ancora. Di più, ha dominato. Pole nella sprint, vittoria nella sprint, pole nella gara lunga e vittoria nella gara lunga. Un Grande Slam (in Formula 1 si dovrebbe dire, alla francese, Grand Chelem, ma il termine non sarebbe corretto perché Max non ha fatto il giro veloce ma quando fu coniato non esistevano le gare Sprint) su un circuito dove non aveva mai visto per primo la bandiera a scacchi. Max appartiene allo stesso girone di Senna e Schumacher. Non ci può essere alcun dubbio.
A Singapore Leclerc, uno che sta appena un gradino sotto Max ma che vorrebbe un confronto ad armi pari, prima o poi, alla prima curva ne ha saggiato la cattiveria. La cattiveria del campione, dello sceriffo che fa rispettare la legge. La “sua” legge. Anche Kimi, pur nel suo essere un “rookie”, appartiene a quella tipologia. Ha solo vent’anni ma corre già come se ne avesse trenta. Nella prima parte della stagione ha fatto il gradasso, forte di una vettura superiore e di una fame di successo come nessun altro. Ora gestisce con sapienza il margine. E’ anche fortunato, come lo sono sempre stati i grandi. Ma anche quando soffre, e a Singapore ha sofferto tanto, riesce sempre a massimizzare la prestazione.
Il tema di riflessione che congeda la stagione dalla parte asiatica e la riporta verso occidente è però un altro. Lo ha innescato, involontariamente, Lewis Hamilton. E riguarda: “Chi ha l’ultima parola?”. L’inglese ha distrutto la sua gara nel momento in cui non è entrato in pit-lane a cambiare gli pneumatici in regime di Virtual Safety Car. Come al solito, quando si tratta di Ferrari, non tutto è chiaro. O meglio, è chiaro il fatto che il muretto ha chiamato al pit stop sia Leclerc, che era davanti, sia Hamilton. Il monegasco ha risposto: obbedisco (giustamente). Il settevoltecampione (sbagliando), no. Ora, le modalità sono chiare, la spiegazione di Hamilton (che nel post gara ha accusato un provvidenziale malore e si è evitato le domande della stampa), no. Nel team radio di fine corsa, con grande onestà, Hamilton ha ringraziato la squadra assumendosi ogni responsabilità. Nel comunicato diffuso dopo la corsa, Hamilton (evidentemente ristabilitosi) ha detto di “aver fallito l’ingresso in pit lane”. Aver fallito significa, fino a prova contraria, che ci ha provato ma non ci è riuscito. Tesi quantomeno bizzarra, visto che Leclerc era davanti a lui e invece ci è riuscito. Più plausibile, ma restiamo nel campo delle cattiverie che nessuno confermerà mai, che Hamilton abbia visto nella sosta di Leclerc un’occasione per passarlo. E che abbia fatto un rapido calcolo: “Ora io lo passo e spero che presto o tardi entri un’altra virtual o safety car così poi il pit stop lo faccio io e gli sto ancora davanti”. Peccato per Lewis che questa eventualità non si sia verificata e in 7 giri Leclerc, con una gomma più fresca, sia andato a prenderlo. E, come Leclerc, lo abbiano fatto anche Antonelli, Norris e Piastri. Relegando l’inglese in una tremenda sesta posizione in una gara con sei macchine competitive.
La risposta al tema del giorno è: deve sempre decidere il muretto o il pilota ha l’ultima parola? Oggi diremmo: la prima che hai scritto. Visto che gli ingegneri hanno una visione più ampia rispetto al pilota e un’enormità di dati che chi guida nemmeno può immaginare. Quindi il pilota è un semplice esecutore? Non sempre, c’è caso e caso. A maggior ragione se in passato, vedi la scelta delle gomme slick a Sepang, il tuo muretto non è sempre, diciamo così, impeccabile. Ma quel che arriva da Singapore è un’altra sensazione. Questa volta Hamilton, per stare davanti a Leclerc, ha buttato un podio quasi certo. Sarà meglio che, lontano dai giornalisti, che Vasseur considera il vero problema degli insuccessi della Rossa, l’appena riconfermato Team Principal spieghi ai suoi ragazzi quello che era il verbo del fondatore (per i deboli di memoria, Enzo Ferrari). Ovvero che prima di tutto c’è la Scuderia. E dopo, ma solo dopo, le pur legittime ambizioni personali.
