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Il lago e l’ultimo abbraccio dell’anno del ciclismo. La melanconia del Lombardia
Si corre l'ultima Classica Monumento della stagione, il momento dell'arrivederci. L'arrivo a Como e quell'ambientazione perfetta che solo il Lario sa dare
10 OTT 26

Foto LaPresse
In quel gioco del rimbalzino (che, va detto, ormai non fa quasi più nessuno) che è il Giro di Lombardia (e poco importa che si chiami Il Lombardia e basta, qui si è all’antica, nda), quest’anno tocca a Como essere arrivo e Bergamo partenza. Un anno fa era il contrario.
Il Lario farà da sfondo ai corridori nelle fasi decisive della corsa. Un lungo sfondo che inizia a Pescate, sul ramo del lago di Como che dà su Lecco, continua sino al santuario della Madonna del Ghisallo, si interrompe sino a Lora perché la dorsale del Triangolo lariano esclude la vista lacustre, per poi riprendere per gli ultimi trentacinque chilometri dell’ultima Classica Monumento stagionale del ciclismo. Poteva essere più breve l’intermezzo d’assenza delle acque verdi e grigie del Lario, ma gli organizzatori hanno preferito fare a meno della scalata alla Colma di Sormano passando per il Muro, e quel su e giù sfinente della fu strada Regia, ora strada provinciale 583 Lariana, che unisce Nesso, dove termina la discesa dalla Colma, a Como. Una scelta triste, eppure sensata: lì, soprattutto sopra Blevio, la montagna frana e spesso basta un temporale per portare a valle l’abbandono dei monti da parte degli uomini.
Non me ne vogliano i bergamaschi, ma il finale a Como è quello nel quale lo spirito del Giro di Lombardia si esprime meglio. E non è questione di percorso, è questione di ambientazione. Il Lario d’autunno è capace di esaltare, come fondale, la malinconia di un anno ciclistico che sta per finire. Il Lario d’autunno amplifica quella sensazione di abbandono che proviamo, immancabilmente, nel comprendere che per un po’, diversi mesi, le grandi gare si prenderanno una pausa e i grandi corridori con loro. Sacrosanta, sia chiaro, ma questa consapevolezza non toglie la malinconia.
Certo c’è la Paris-Tours, ci sono le corse venete – Giro del Veneto e Veneto Classic –, che grazie a Pippo Pozzato sono rinate in una veste attraente, ma è piccola, per quanto graditissima, consolazione.
Il Giro di Lombardia è un arrivederci, anche se è ormai da anni che di foglie morte (è chiamato anche la Classica delle foglie morte, nda), non sempre si vedono, perché arrivano o prima per eccesso di secchezza o dopo per bizzarrie climatiche. Il Lombardia è il momento dei saluti. E quando ci sono di mezzo le biciclette i saluti non sono davvero molto graditi. Anzi si tende a non farli. Ci si veste di più – i nuovi materiali garantiscono un gradevole tepore anche nei mesi più freddi che sono ormai meno freddi –, si parte più tardi, ma al pedalare è difficile rinunciare.
A Como, verso Como, ci resteranno negli occhi le ultime (si spera) ottime pedalate di una stagione che è stata capace di esaltarci, di sorprenderci, di farci gioire e commuovere (sì, mi riferisco alla Paris-Roubaix vinta da Wout van Aert). Le due ascese verso San Fermo della Battaglia intervallate da quella verso Civiglio saranno le ultime, forse, dei migliori corridori al mondo uno contro l’altro. Certo la speranza è che continuino a farle in Veneto, ma il ciclismo globalizzato a volte ci mette davanti alla “crudeltà” del calcolo energetico.
Al Lombardia ci si scopre sentimentali, anche perché un arrivederci lungo il Lario è qualcosa capace di intenerire anche il cuore più duro.
