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Una repubblica fondata sul volley
L’argento delle ragazze obbliga a interrogarsi sulle scelte. Ora tocca agli uomini di De Giorgi
12 SET 26

Foto LaPresse
Nella settimana in cui la pallavolo italiana si passa il testimone e dall’argento della Nazionale femminile a Istanbul arriva fino a Napoli per l’esordio dell’Europeo maschile in Piazza del Plebiscito, c’è un esercizio che non deve mai dimenticare: la fortuna fa parte del gioco, ma il gioco, quell’arrivare a 25 e farlo per tre set prima del tuo avversario, non è mai questione di fortuna. Quello che negli ultimi cinque anni, nel volley, hanno vinto uomini e donne – entrambi campioni del mondo – non ha rivali, e né un argento che poteva essere oro, né qualsiasi risultato arrivi dalla Nazionale maschile (a caccia di una medaglia) possono affievolire lo strapotere mondiale che l’Italia detiene in questa disciplina. Una disciplina che ha i campionati più competitivi e sforna talmente tanti tecnici che non bastano per una nazione sola.
Tant’è che all’Europeo femminile gli allenatori italiani erano nove (con Velasco sarebbero dieci) e in quello maschile cinque. E il numero è minore solo perché in Superlega vige la regola secondo cui non si può allenare sia una Nazionale che un club di Serie A senza pagare una penale. Fatta questa premessa: dire che non si può sempre vincere, che quello delle donne sia un argento che vale oro (pure Antropova ha dovuto ribadire che manco per sogno, un argento vale come un argento) e che siamo tutti profondamente orgogliosi delle ragazze, significa rifugiarsi in frasi così stucchevoli che puoi accettarle solo se non hai mai avuto davvero la possibilità di farcela. Non quando annienti l’avversario due set e mezzo e poi lo lasci passare sulla linea del traguardo. Non quando quell’avversario, la Turchia, gioca in casa e i tifosi ti fischiano dal primo minuto, non quando è allenata da un italiano che ha come unico obiettivo quello di sedersi sulla panchina della sua Nazionale e per farlo deve vincere con la Turchia (dopo che l’ha già fatto con la Serbia) e farà di tutto perché questo avvenga ancora e ancora. Quindi, visto che la prossima estate in Canada c’è il Mondiale – per un’assurdità voluta dalla Fivb che ha stabilito che una competizione così importante venga disputata ogni due anni – non è lesa maestà criticare come è stata gestita Ekaterina Antropova in questo Europeo. Perché lei tra qualche giorno tornerà di nuovo a Istanbul per iniziare la stagione con la maglia dell’Eczacibasi, ma nel suo normale ruolo di opposta e bisognerà vedere se sarà ancora d’accordo, tra un anno, a giocare fuori ruolo. Darlo per scontato sarebbe un errore.
Se dopo due anni di strepitosa alternanza Velasco decide che vuole sfruttare lei ed Egonu contemporaneamente (pensiero condivisibile) poi bisogna crederci fino in fondo e non fare retromarcia, per poi cambiare nuovamente idea quando si infortuna la quarta schiacciatrice. Perché il Mondiale lo scorso anno l’abbiamo vinto con Nervini in posto 4 e sembrava lanciatissima. Domanda lecita: se avessimo vinto 3-0 con la Turchia faremmo gli stessi ragionamenti? No, che non li faremmo. Perché evidentemente per vincere 3-0 con la Turchia serviva tenere Nervini in panchina e Antropova in campo. Ma se perdi 3-2 devi andare davanti ai microfoni a spiegare perché non hai provato altre soluzioni. Non può, il Maestro, sconfessare se stesso. Semmai deve spiegarlo, se stesso. Perché, per esempio, questo continuo cambiare in posto quattro? Accanto a Sylla, in tre anni abbiamo giocato con tre schiacciatrici diverse. Abbiamo vinto i Giochi olimpici con Bosetti, il Mondiale con Nervini e ora c’è Antropova. Perdendo, anno dopo anno, equilibrio e qualità in ricezione. E se Miriam Sylla va a ritirare il premio come miglior schiacciatrice e non riesce a muovere neanche un muscolo del viso, non le rendi giustizia dicendole che deve essere orgogliosa di sé: perdonate la franchezza, ma questo lo sa benissimo da sola. Oggi queste giocatrici seguirebbero Julio Velasco in capo al mondo. Perché nessun allenatore le aveva mai portate così in alto: a vincere Giochi olimpici e Mondiali, a finire sulle copertine delle riviste patinate, a essere invitate ovunque. Quindi di Velasco si fidano ciecamente, tutte. Antropova per prima, che tra tutte le atlete mostra una disponibilità e uno spirito di sacrificio fuori dalla norma. Ma attenzione a tirare la corda.
Adesso tocca alla Nazionale maschile di Fefè De Giorgi, che dopo l’esordio spettacolare (ma complicato dalla pioggia) con la Svezia vinto 3-0 davanti agli occhi del presidente della Repubblica Mattarella, girerà l’Italia valutando di giorno in giorno la tenuta fisica di Alessandro Michieletto. L’Mvp del Mondiale – non un giocatore qualsiasi – ha avuto l’ok per tornare in campo, ma è stato fermo sette mesi. Allora la domanda è: quanto siamo competitivi con queste premesse? La buona notizia però è che Daniele Lavia, che un anno fa stava affrontando un delicatissimo recupero dopo l’infortunio alla mano che rischiava di compromettergli la carriera, è tornato titolare. Così come ci sono il capitano Simone Giannelli o l’opposto Juri Romanò. Polonia, Francia, Bulgaria e Slovenia non vedono l’ora di far scendere l’Italia dal trono. Il girone di Modena (dal 12 al 17 settembre), gli ottavi e i quarti a Torino (il 20, 21 e il 23) e le semifinali e finali di Milano (25 e 26 al Forum di Assago) risponderanno alla domanda. L’Italia è una repubblica fondata sulla pallavolo. A patto che tutti sappiano maneggiare il gioco con cura.