Parla Barrichello, l’altra metà della Ferrari di Schumacher

Il brasiliano torna a Monza sulla Rossa con cui vinse quattro gare nel 2002. I ricordi del compagno Michael, di Senna, della prima vittoria a Hockenheim e di una Formula 1 in cui si provava per giorni per guadagnare un millesimo, con l’idea che vincere fosse soprattutto un lavoro collettivo

5 SET 26
Ultimo aggiornamento: 11:52
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Monza è un posto del cuore anche per Rubens Barrichello che per sei anni è stato l’altra faccia della Ferrari di Schumacher. In questo fine settimana tornerà a guidare una rossa, quella del 2002 con cui vinse quattro gare in una delle stagioni più vincenti dell’epopea ferrarista di quegli anni. “Mi ricordo la prima volta che sono arrivato a Monza a guidare una Formula 3. Non conoscevo la pista, ma me la spiegò una persona speciale: Alex Zanardi. Mi fece vedere tutto e da quel momento volavo. Sandro qui volava. Ho imparato molto da lui. Ed è anche per lui che avevo scelto di correre con una squadra italiana, quella del Barone Rampante che aveva la sede a Padova, vicino a Treviso, da dove proveniva la mia famiglia”. Era il 1992. L’anno dopo ci tornò con la Formula 1 e nel 2000 cominciò a frequentarla vestito di rosso. Con la Ferrari ha vinto nel 2002 e nel 2004, con la Brawn nel 2009 in quella che resta l’ultima vittoria di un pilota brasiliano in Formula 1: “Sono stato il primo a festeggiare su quello che rimane uno dei podi più belli del Mondiale. Ricordo quel mare rosso sotto di me. E quel mare c’era quando indossavo una tuta rossa, ma anche quando ci sono salito con la tuta bianca. Sono ricordi belli che ti porti dentro per tutta la vita”.
Michael Schumacher in questo fine settimana è qui con noi. La Ferrari gli ha dedicato la livrea della vettura richiamando quella con cui vinse qui la prima volta trent’anni fa. Sul musetto della SF-26 di Leclerc e Hamilton ci sono le sette stelle che Michael aveva sul casco. “Mi fa veramente piacere vederle. Mi fanno immaginare Michael. È dura pensarci perché è stato troppo importante per tutti noi, e anche per me”. Poi aggiunge una frase che racconta bene il suo rapporto con Schumacher: “Quando parlai con Jean Todt gli dissi che volevo tutte le mie chance, ma soprattutto volevo sapere quanto fossi bravo al fianco di Michael”. In fondo Barrichello andò in Ferrari anche per quello: per scoprire il proprio limite guardando ogni giorno il più forte. “Avere un compagno come lui ti portava sempre a cercare qualcosa in più”. Non era facile. Ma il brasiliano rifiuta ancora oggi la lettura banale di quegli anni, quella della Ferrari di Schumacher con Barrichello semplice comparsa. “Ross Brawn faceva il suo lavoro, Jean Todt faceva il suo, Michael faceva il suo, il gommista faceva il gommista. Era tutto organizzato bene. E se l’aerodinamica non funzionava non si puntava il dito contro qualcuno. Era una cosa insieme. Si vinceva insieme”. Poi arriva quasi una rivendicazione: “A un certo punto hanno capito: questo Barrichello sa davvero quello che dice della macchina. Ho cominciato a svilupparla anch’io. Quando qualcuno dice “ha vinto Michael e Rubens non ha vinto”, non capisce niente”. Gli è rimasto un po’ di amaro in bocca, ma anche l’orgoglio di aver fatto parte di un team straordinario a cui ancora oggi in tanti si ispirano. È probabilmente questa l’eredità che gli è rimasta più addosso di quella Ferrari: l’idea che vincere sia soprattutto un lavoro collettivo. Persino Schumacher, ricorda Rubens, sapeva fare un passo indietro. “L’ho visto tante volte dire: “No, decide Rubens”. Sentirlo da un campione con tutte quelle stelle mi fa pensare di avere fatto parte della storia". E i ricordi più belli non sono necessariamente quelli del podio. “Sono stato alla Disney a Orlando con lui. La gente immagina soltanto i problemi, uno che vuole passare l’altro, il numero uno e il numero due. Però noi abbiamo avuto le nostre storie. Siamo stati anche amici. Ricordo la prima volta che ci trovammo insieme su un podio ad Aida nel 1994. Lui mi guardava come per dire “Bravo quel giovane”. Sono convinto che ci sia stata anche la sua parola quando poi la Ferrari venne a cercarmi”.
È ora di aprire l’album dei ricordi. Delle sue 11 vittorie, Rubens sceglie quella di Silverstone 2003: “La miglior macchina della mia vita. La migliore in assoluto”. Ma se si parla di emozione, Hockenheim 2000 non ha rivali. La sua prima vittoria in Formula 1, partendo diciottesimo, dopo anni passati a domandarsi quando sarebbe arrivato il suo momento. “Ero già alla settima stagione e non avevo ancora vinto. Parlavo un po’ con il cielo e gli chiedevo: “Ma come mai non succede?””. Successe tutto quel giorno. Pioggia, caos, strategie. Dai box gli chiedevano quando si sarebbe fermato. “Io mi fermo per che cosa?”. Gli dissero che gli altri stavano rientrando. “Pensai: sono matti”. Fuori restò lui. “Ross mi disse se sai quel che fai resta fuori” E vinse. Con Ross è rimasto in contatto. D’altra parte lo aveva voluto alla Brawn Gp. “La settimana scorsa l’ho chiamato per farmi dare l’indirizzo di un ristorante di Firenze dove mi aveva pagato una cena. Ci sono tornato e la fiorentina era ancora straordinaria. In quel periodo stavamo in pista per giorni e giorni. Seicento chilometri per colta, alla fine la testa ti scoppiava e cominciavi a chiederti se la sospensione avrebbe tenuto all’Arrabbiata, la curva da fare in pieno al Mugello. Ma era così dopo che avevo provato tre giorni a Fiorano mi dicevamo, lunedì ci vediamo al Mugello per altri due giorni di test. Poi il martedì sera Ross viene da me e mi dice: ho una bella e una brutta notizia. La brutta è che domani proviamo ancora, la bella è che ti offro la cena a Firenze”. Era quella la sua Formula 1, quella dei test infiniti per migliorare di un millesimo. Era anche una Formula 1 in cui ancora si moriva in pista. Il nome di Rubens è legato al weekend maledetto di Imola 1994. Fu il primo ad avere un incidente pazzesco finendo in ospedale. Il giorno dopo morì Ratzenberger. La domenica se ne andò Senna, il suo amico Ayrton. “In Brasile diciamo che un gatto ha sette vite. Io tre o quattro le ho già perse. Ringrazio Dio e la vita per avermi salvato in quel weekend”. Poi guarda i figli, guarda Monza, guarda una Ferrari e torna sempre nello stesso punto. “Tutto si fa per amore”.