Sport
IL FOGLIO SPORTIVO •
“Noi del basket vogliamo lasciare un segno”
Dopo 32 anni le azzurre della pallacanestro tornano a giocare un mondiale. Intervista a Lorela Cubaj prima della gara con gli Stati Uniti
5 SET 26

(Foto Federbasket)
La prima immagine che le viene in mente pensando al basket è quella di una bambina che aspetta l’intervallo della partita dei suoi zii per correre sul parquet e prendere in mano un pallone. Lorela Cubaj ha cominciato come Kobe Bryant e già questo è un bell’inizio. Lei, figlia di immigrati albanesi, è nata è cresciuta a Terni dove ha incontrato la pallacanestro e non l’ha più lasciata. Non è mai stata attratta dalla pallavolo che ha sottratto al mondo dei canestri tante ragazze della sua generazione. Lorela è una ragazza del 1999 e a ha cominciato presto a girare l’Italia e il mondo per inseguire un pallone a spicchi. A quattordici anni era già in Nazionale, addirittura con l’Under 16, insieme a ragazze più grandi. Fu quello il momento in cui cominciò a capire che il basket poteva diventare qualcosa di più. “All’inizio giochi perché ti diverti e non ci pensi molto. Con la Nazionale ho iniziato a capire che poteva diventare una cosa seria, una carriera”.
A quindici anni arrivò l’offerta della Reyer e andare a Venezia fu il primo vero strappo. Cinque ore di distanza dalla famiglia, una ragazzina costretta a crescere in fretta e due genitori che dovevano accettare di veder partire una figlia ancora giovanissima. “Il primo anno è stato duro. Mi ricordo i primi mesi, piangevo”. Ma la passione era più forte della nostalgia. Voleva misurarsi con le più brave, capire fin dove avrebbe potuto arrivare. E Venezia, racconta, seppe proteggerla: compagne e staff la fecero sentire “molto coccolata”. Poi è arrivata l’America. Georgia Tech, Atlanta, cinque anni che hanno cambiato la giocatrice e la persona. Anche perché il basket americano le chiedeva qualcosa di diverso: maggiore fisicità, un nuovo ruolo, regole differenti, un’altra interpretazione del gioco. “Il primo anno è stato il più difficile perché mi sono dovuta adattare”. Ma è proprio negli Stati Uniti che è diventata adulta. “Sono andata lì a diciott’anni, quando inizi davvero a maturare. Sono stati cinque anni meravigliosi e li rifarei assolutamente. Adesso penso al Mondiale, poi vedremo…”. Giocare negli States le ha dato possibilità di confrontarsi ad alto livello senza rinunciare agli studi. Si è laureata in business perché ha sempre saputo che, prima o poi, il pallone avrebbe smesso di rimbalzare. “Per me era molto importante finire la scuola. Dopo che hai smesso di giocare non sai mai cosa farai, ma avere una laurea ti aiuta molto. Poi magari farò l’allenatrice, mi piacerebbe, mi ha ispirata la mia allenatrice all’università e da allora ci sto pensando”. Terni è rimasta casa. È lì che è nata e cresciuta. Dentro di lei convivono naturalmente due culture, quella italiana e quella albanese ereditata dalla famiglia. “Sono nata e cresciuta in Italia, ma parlo albanese e culturalmente faccio parte anche della cultura albanese. Ho un po’ tutte e due”. In Albania torna appena può, soprattutto per ritrovare la nonna e i parenti.
In America ha lasciato ancora un pezzo del sogno. Quando l’hanno chiamata In Wnba a New York è stata bloccata da un infortunio e la storia è rimasta a metà. Oggi quel campionato è esploso per polarità e chissà che un giorno… Intanto c’è l’Azzurro. “La maglia azzurra non si dà mai per scontata. È sempre un’emozione e un motivo di orgoglio. Ha un potere diverso su di noi, perché rappresenta qualcosa di più grande di te stessa o di un club”. All’Europeo è arrivata una medaglia di bronzo che ha acceso i riflettori su queste ragazze che attorno a Cecilia Zandalasini, la nostra star, hanno costruito un gruppo vero. Lorela ha pianto in campo per quella medaglia: “Quando l’ho segnato ho pensato: è finita. Ho potuto scaricare tutta la tensione che avevo addosso”. Un’emozione ancora più intensa perché all’inizio del raduno nessuno sapeva davvero dove quella squadra sarebbe potuta arrivare. “Venivamo da Europei in cui non avevamo fatto benissimo e spesso uscivamo subito dopo la fase a gironi. Quel momento me lo porterò sempre con me”. Poi, dopo 32 anni l’Italia femminile è tornata ai Mondiali e domani, domenica, c’è subito il confronto impossibile contro le americane. “Non vogliamo fermarci qui. Abbiamo le capacità, il talento e la squadra per fare ancora bene. Vogliamo fare bene per l’Italia, perché secondo me il movimento femminile se lo merita”. Caitlin Clark è quasi ingiocabile, ma chissà. Vent’anni fa un certo Marco Belinelli cambiò la sua storia proprio contro gli Stati Uniti di LeBron ai Mondiali. Lorela è la capitana della difesa. Così l’hanno definita. “Per me è un motivo di orgoglio. Mi piace essere vocale in campo, essere quella che dà energia, quella scintilla che può aiutare quando in attacco siamo un po’ ferme”. Ma lei adesso è diventata un punto di riferimento anche per certi giochi in attacco. Un centro che non avevamo mai avuto. “La nostra forza è sapere che, se qualcuno attraversa un momento di difficoltà, può esserci qualcun altro ad aiutare. Io spero di essere quell’ancora alla quale la squadra può appoggiarsi quando le cose non vanno bene”. L’esame Stati Uniti è lì ad aspettare le nostre ragazze. La speranza è di ispirare altre bambine. “Ne abbiamo bisogno”.