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dopo gli europei •
I "troppi" ori di atletica e nuoto hanno messo in difficoltà gli italiani
Uno spettacolo che è riuscito a togliere agli italiani la facoltà del rosicare, di trovare giustificazioni per le non vittorie proprie e complotti in quelle altrui

Foto di Matthias Schrader per Ap, via LaPresse
E’ un’esperienza straniante guardarsi allo specchio e faticare a riconoscersi. Non che succeda spesso, quasi mai in questi ultimi anni di social, fotocamere e specchi ovunque. Un tempo sì, un tempo poteva accadere con maggiore frequenza. Capitò a H.P. Lovecraft e trovò la cosa “straziante, avvilente, angosciosa” (in “In difesa di Dagon”). Allo sportivo da divano italiano sta succedendo una cosa del genere. Nulla però è avvilente e angoscioso. Anzi, tutto è parecchio soddisfacente. Un po’ di straniamento però è rimasto. L’Italia fatta da gente pigra, che non si muoveva, mangiava e beveva troppo, con troppi vizi e poche virtù, sembra essere scomparsa. E’ stata sostituita dall’Italia che vince tutto, prima, per la seconda volta di fila, nel medagliere degli Europei di atletica e dietro solo al Regno Unito in quello degli Europei di nuoto.
Se uno sei anni fa avesse osato pronosticarlo sarebbe stato preso per matto. In sei anni non si fanno rivoluzioni, al massimo si iniziano a cogliere i frutti di un cambiamento che era già in atto. Anzi di cambiamenti già in atto, quelli che legano assieme i mutamenti della società, delle abitudini delle persone, dei gusti estetici e delle attività di intrattenimento.
In sei anni però non si riesce ancora a renderci bene conto dei mutamenti, soprattutto quelli più radicali. E trovarsi sopra Gran Bretagna, Francia, Germania nel medagliere continentale dell’atletica e di Germania e Ungheria in quello del nuoto e con quasi il doppio delle medaglie del Regno Unito (primo per ori), fa ancora un certo effetto.
Serve fare i complimenti ad allenatori, atleti e a chi ha coordinato tutto questo.
E’ necessario farlo. Con una postilla: ora però basta.
Perché guardarsi allo specchio e faticare a riconoscersi può essere un’esperienza straniante, ma mai quanto avere un’eccessiva abbondanza di eventi da festeggiare e ricordare.
L’Italia era il paese che sapeva festeggiare, quello che Antoine Blondin, magnifico scrittore prestato al ciclismo, ammirava perché capace di trasformare ogni vittoria in estasi aggiungendo “la meraviglia della durata: un successo continuava a vivere di vita propria ben più a lungo che in qualche altro paese”. Le vittorie alle Olimpiadi di Pietro Mennea, Sara Simeoni, Gelindo Bordin nell’atletica sono durate ben oltre il naturale quadriennio olimpico.
Quelle della scorsa settimana sono state travolte da un rumore di fondo che le ha investite e confuse. Sui siti internet, alla radio, alla tv, nei giornali si assisteva a un elenco. Tizia ha vinto questo, Caio quell’altro, Sempronia un’altra cosa. Nel frattempo Sara Curtis batteva record del mondo e sui podi si vedevano addirittura più di una bandiera italiana. E non erano gli Europei di scherma.
Uno spettacolo che è riuscito a togliere agli italiani la facoltà del rosicare, di trovare giustificazioni per le non vittorie proprie e complotti in quelle altrui. E ora chi può dire che gli atleti che vincono sono tutti dopati, che esiste un sovra-sistema sportivo che ha per (quasi) unico scopo quello di penalizzare l’Italia? Difficile continuare a portare avanti queste tesi ora che siamo noi a stare dalla parte dei vincenti.
E così il controracconto è sparito, si è eclissato del tutto: la luna si è pappata il sole e tanti saluti. Tornerà fuori, si può essere sicuri, ma sarà più rancoroso che fantasioso. Quando le vittorie scompaiono resta solo l’amaro del rancore.
Le vittorie stanno inaridendo la fantasia degli italiani.
Li sta facendo pure maturare? Difficile dirlo. Ma siamo sicuri che un pugno di ori in più ci farà più felici delle stramberie scritte o dette in anni magri di soddisfazioni sportive?
