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Malagò ormai non può più sbagliare neppure la cravatta
Ha cominciato con le gaffes di Tavecchio e le idee di Gravina: a lui e al Mancio nulla sarà perdonato
1 AGO 26

Foto LaPresse
Se al posto di Giovanni Malagò ci fossero stati Carlo Tavecchio o Gabriele Gravina la reazione non si sarebbe fermata alla battuta del ministro Abodi. Su di loro si sarebbe abbattuta una tempesta da far impallidire quella scatenata ai tempi delle banane di Opti Pobà. Su Malagò è giusto arrivato qualche schizzo d’acqua sporca. Eppure, nei suoi primi 35 giorni da presidente federale, ha fatto più danni della grandine per la già terremotata immagine del nostro pallone. È partito con le gaffe di Tavecchio e le vecchie idee di Gravina. Eppure loro sono finiti impallinati, lui dopo aver fatto un giro immenso per ritornare all’idea che aveva in testa fin dall’inizio, ha fatto rimbalzare tutto contro la sua corazza. La sua proverbiale fortuna lo ha abbandonato per qualche giorno, ma alla fine è tornata in campo a proteggerlo perché aver interrotto prima del via il rapporto con Maldini e Leonardo potrebbe essere un colpo di fortuna senza precedenti. Prima o poi sarebbe arrivato allo scontro frontale contro la rigidità di Maldini, meglio disinnescare subito la bomba che sarebbe esplosa alle prime (inevitabili) sconfitte con Pirlo in panchina. È stato doloroso, ma meglio sia capitato subito. Perché sappiamo bene che la “condivisione” sbandierata una settimana fa nei locali della Lega Calcio, avrebbe avuto le gambe corte. Infatti non è andata oltre la bocciatura di Pirlo. Così Malagò ha potuto ripartire dalla sua idea originale, fregandosene di chi aveva parlato di questione morale anche per il Mancio.
In meno di quaranta giorni, però, il nuovo presidente federale si è giocato tutti i jolly a sua disposizione. Adesso sa che non potrà più sbagliare. La Serie A che lo ha appoggiato per l’elezione non ha preso bene la scelta di Mancini al posto di Conte. Lo ha appoggiato lo stesso, ma si è fatta un appunto sull’agenda. Non gli permetterà altri colpi di testa. L’opinione pubblica lo ha perdonato perché ha ancora in mente i suoi successi olimpici, ma non sarà così tenera la prossima volta, perché il calcio ha l’abitudine di bruciare il meglio senza avere pazienza. Il “Salva Italia” proposto da Maldini e Leonardo ha già fatto la fine del famoso “Dossier Baggio”. Ma la nuova triade al comando, la MaMaRa, sa bene che il calcio non può fermarsi alla Nazionale, che deve esserci un progetto per riscrivere la filiera, per valorizzare giovani e vivai, per ricominciare a insegnare calcio in un certo modo, meno tattico e più tecnico. Mancini nella sua prima vita da ct ha dimostrato di saper lavorare sui giovani e di non fermarsi davanti a strade sconosciute se intravede una possibilità (pensate a Retegui). Ranieri non avrà l’aria del rivoluzionario, ma non è antico come si può pensare guardando la sua carta d’identità.
Certo, una settimana fa, avevamo Guardiola Maldini e Leonardo. Oggi siamo tornati a due nomi che andavano già di moda con Gabriele Gravina. Che ancora prima di Donnarumma ha mandato il suo whatsApp di approvazione al suo successore. Bisogna dare in fretta un segnale di discontinuità, dimostrare ben prima di 8/10 anni che si vuole davvero cambiare la costruzione dalle fondamenta. Malagò sa di non poter più sbagliare neppure il colore della cravatta. Anche se quello non lo ha mai sbagliato dal giorno della prima comunione.