Il commissario, la Lega e il ciclismo che rischia di perdere se stesso

Intervista con Marco Toni, il vicepresidente della Lega del Ciclismo Professionistico nominato dalla Federazione, che rompe il fronte del commissariamento: “Mi aspettavo una Babele, ho trovato conti solidi”. E ora teme che il prezzo lo paghi tutto il movimento.

31 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 15:39
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Foto di Fabio Cimaglia per Ansa

La cronaca è semplice. Il 20 luglio il Consiglio Federale della Federciclismo ha deciso il commissariamento della Lega del Ciclismo Professionistico. Dietro quella delibera, però, c'è una figura che rompe lo schema. Marco Toni era il vicepresidente della Lega indicato proprio dalla Federazione, l'uomo chiamato a rappresentarne la presenza all'interno dell'organismo che poi sarebbe stato commissariato. Ci si sarebbe aspettati un sostegno alla linea federale. È accaduto il contrario. “Mi avevano dipinto la Lega come una sorta di Babele”, racconta. “In realtà, con numeri importanti, robusti, per certi versi anche inattesi”.
Toni entra dopo le dimissioni di Giuseppe Saronni, e viene ratificato dall'assemblea il 26 giugno. Una permanenza brevissima. “Io lì dentro ci sono stato per ben 24 giorni”, sottolinea. Ma quei giorni, sostiene, sono bastati per farsi un'idea diversa da quella che gli era stata descritta. “Ho avuto modo anche di confrontarmi con il collegio sindacale della Lega del Ciclismo Professionisti e sono rimasto francamente molto sorpreso dall'andamento e di come stanno andando le cose”.
Tanto da arrivare a una previsione che contrasta apertamente con il clima che ha accompagnato il commissariamento: “Credo che nel 2026 la Lega chiuderà un bilancio che andrà oltre le più ottimistiche previsioni.” Per Toni, insomma, il problema non sono i conti.
Quando gli si chiede delle contestazioni mosse dalla Federazione, parla di una vicenda costruita su presupposti fragili. “Mi sembra tutto un po' capzioso”, osserva. E sul nodo del ciclismo femminile, dei diritti televisivi e dell'allargamento delle competenze della Lega ricorda un precedente che, a suo giudizio, cambia la prospettiva: “Già nei tre anni precedenti la Lega si era occupata delle gare delle donne associate a quelle dei professionisti”. Non una deviazione improvvisa, dunque, ma una prassi consolidata. “C'è stata una sorta di effetto trascinamento che la Federazione ha sempre tollerato, mai regolamentato, ma comunque tollerato e consentito”. Solo adesso, sostiene, quella tolleranza sarebbe diventata uno dei fondamenti del commissariamento.
Il ragionamento, a quel punto, esce dall'ambito tecnico. “Questa storia, a mio modo di vedere, è una questione personalistica da cui ha tratto origine tutto”. Toni non rinuncia neppure a riconoscere i risultati ottenuti dalla presidenza Pella. “Questo credo che gli debba essere riconosciuto”, dice riferendosi al lavoro sul ciclismo femminile, all'equiparazione del montepremi e alla maggiore visibilità conquistata dalle gare. Nella sua ricostruzione la Lega avrebbe semplicemente proseguito un percorso già avviato, mentre il cambio di atteggiamento della Federazione sarebbe arrivato soltanto in un secondo momento. La critica più dura, però, riguarda gli effetti pratici del commissariamento.
“È stato tolto alla Lega tutto quello che era il suo core business”. Qui il ragionamento diventa quasi amministrativo. Senza convenzione la Lega non può operare. Senza attività il commissario dispone di margini limitati. “C'è un loop”, sintetizza. Il commissario praticamente, di fatto, non ha poteri senza la convenzione. È un passaggio decisivo, perché sposta l'attenzione dalla battaglia politica alle conseguenze concrete. Toni elenca servizi radio, archi Led, strutture per le premiazioni, tesseramenti, supporto agli organizzatori, approvazione degli eventi. Tutto quel lavoro che il pubblico raramente vede ma senza il quale il calendario professionistico semplicemente non esiste.
“Chi li garantisce gli obblighi e gli impegni?”, domanda. La preoccupazione, insiste, non riguarda soltanto gli equilibri tra Federazione e Lega. “Questa cosa non fa del male alla Lega o alla Federazione, fa del male all'intero movimento, all'intero movimento di base o di vertice che sia”.
C'è poi un altro tema, ancora più politico. Toni lascia intendere che l'obiettivo finale possa essere la scomparsa dell'autonomia della Lega. “Secondo me la volontà è quella di sciogliere la Lega e derubricarla a una sorta di commissione della Federazione”. Un organismo autonomo trasformato in un'articolazione interna. In questa lettura, anche la vicenda di Roberto Pella assumerebbe un significato diverso, legato agli equilibri futuri della governance federale.
L'ultima riflessione è forse la più interessante, perché evita ogni nostalgia. La crisi del ciclismo italiano è in corso da anni, tanto da non avere nessun team nell’elite mondiale: “Ad oggi non ha alcun senso”, ammette Toni, parlando di una Lega che rappresenta un movimento privo di una squadra con licenza WorldTeam. Ma aggiunge subito che negli ultimi due anni qualcosa aveva ricominciato a muoversi: nuove risorse, un progetto industriale, la prospettiva di riportare una formazione italiana ai vertici del ciclismo mondiale. “Non è un percorso che richiede qualche settimana o un paio di mesi. Ha una sua struttura per poter decollare”.
È un ragionamento che supera il caso specifico. Perché se la scelta è davvero quella di riportare tutto sotto il controllo federale, la domanda diventa inevitabile: quale spazio resta per una Lega autonoma? La risposta di Toni è meno politica di quanto sembri. “Manca il senso di responsabilità nell'esercizio del ruolo di dirigente sportivo”. Più che una polemica, è una diagnosi. E suggerisce che il vero problema del ciclismo italiano non sia soltanto il destino della Lega, ma la qualità della sua classe dirigente. Perché le guerre di palazzo passano. Le occasioni perdute, invece, restano a lungo sulle spalle di corridori, organizzatori e società. Sono loro, alla fine, a pagare il conto di decisioni prese lontano dalle strade.