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quella volta che giocò con la maglia del Perugia •
Franco Baresi e l'orecchio del difensore
"Quando si giocava a uomo, l’udito era la prima arma. Si giocava attaccati al centravanti e, ascoltando il suo respiro, capivi se si poteva andare in anticipo oppure no", spiegò l'ex capitano del Milan

Foto LaPresse
Per la precisione: chi dice che Franco Baresi ha giocato sempre e solo con la maglia rossonera del Milan, semplicemente, sbaglia. Un giorno (per la precisione, il 14 ottobre 1979) scese in campo indossando quella del Perugia. A Perugia…
Quinta giornata, tecnicamente uno scontro al vertice (per quanto oggi possa sembrar strano): nel precedente campionato, infatti, il Milan aveva vinto lo scudetto, precedendo proprio il Grifo dei miracoli, di mister Castagner, prima squadra a chiudere un campionato da imbattuta.
Quel pomeriggio – udite udite – accadde in Serie A una cosa che di solito avviene nei tornei dei bar dove è tutto un hydration break: il magazziniere milanista aveva dimenticato a Milano la seconda maglia da trasferta, quella bianca. Panico, rischio di una sconfitta a tavolino, come nei tornei dilettantistici si finì col chiedere ai padroni di casa un prestito: le terze maglie del Perugia, completamente azzurre e con il Grifone stampato davanti. Foto e servizi televisivi sono lì a certificare quella stranezza: dal Gronchi rosa al Baresi in blu, la distanza è minima. Al “Curi” finì 1-1 (gol fulmineo di Pablito Rossi, pareggio di Gabriello Carotti, chiunque esso sia).
Salto nel tempo, anno 2017, Baresi e Trapattoni – grazie ad amicizie comuni – sono ospiti a San Venanzo (sempre in Umbria, 3.000 anime sull’Appennino sovrastante Orvieto), squadra appena sbarcata in Promozione. Serata gremita di tifosi (non solo milanisti) venuti da tutta la regione, atmosfera rilassata, leggera.
Molti aneddoti. Baresi che rivendica la scoperta del guardalinee (“li salutavo, ci scherzavo, capii che per il mio punto di vista – alzare sempre il braccio per segnalare il fuorigioco, a volte c’era e a volte no – erano più importanti degli arbitri”), il rigore sbagliato al Mondiale (“Taffarel si è tuffato dove sapeva, sono io che ho cambiato idea all’ultimo”, e cosa hai pensato – gli chiedono – un secondo dopo? E lui: “Ho pensato: ma come cazzo, si fa ad alzarla così…?”). Poi gli presentano Gianfranco Bastiani, ex bomber del San Venanzo (in prima, seconda, terza categoria, gol come grandinasse). Qualcuno gli dice: “Baresi, con Gianfranco non avresti toccato palla, avrebbe segnato pure a te”. Il “Franz” lo guarda, scambiano qualche frase da “ipotetici” rivali, parlano lo stesso linguaggio, si vede. Gianfranco si fa piccolo, dice: “Ma noo, Baresi non mi avrebbe fatto vedere un pallone, proprio un altro mondo, un altro sport”.
La serata prosegue, le domande sono millantamila, ma una è quella che resta nei ricordi. Gli chiedono: come è cambiato, negli anni, il ruolo del difensore? Ci pensa un po’ e poi risponde: “Oggi conta molto l’occhio, ieri contava molto l’orecchio”. Platea che resta con la forchetta a mezz’aria. Ossia? Ancora: “Oggi l’occhio serve a mantenere la linea, mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari è il primo obbiettivo. In tutti i modi, compreso quello di alzare il braccio e richiamare l’attenzione dell’assistente, come anche stasera mi hanno ricordato dal pubblico (Trapattoni fa sì con la testa, sorride e muove la mano a falciare l’aria, come a dire: pure troppo…. ndr)”. E l’orecchio, scusi? “Quando si giocava a uomo, l’udito era la prima arma. Si giocava attaccati al centravanti e, ascoltando il suo respiro, capivi se si poteva andare in anticipo oppure no. Se insomma sentivo che… Gianfranco… aveva il fiatone, che faticava a respirare, lo avrei anticipato”. Gianfranco ride, forse avrebbe voluto rispondere qualcosa. Anche Gianfranco non c’è più da qualche anno. Era tifoso milanista, per la precisione.