Montmarte era quello che mancava ai Tour de France di Pogacar

Lo sloveno ha vinto il suo quinto Tour de France. Come lui, prima di lui, solo Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. La Butte di Montmartre è un’aggiunta generazionale, il miglior regalo che gli organizzatori del Tour potessero fare a questa generazione di ciclisti
27 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:29
Immagine di Montmarte era quello che mancava ai Tour de France di Pogacar

Foto Ap, via LaPresse

Montmartre era quello che mancava al Tour de France. La collina che per decenni fu considerata del tutto superflua perché l’avenue des Champs-Élysées bastava e avanzava a dare allure al gran finale della Grande Boucle, ha dato conferma del fatto che è meglio averla in percorso che non averla. Molto meglio averla. Un anno fa avevamo visto i corridori arrampicarcisi con l’entusiasmo della prima volta e l’incapacità di un giudizio sereno. Era stato tutto bellissimo, Wout van Aert e Tadej Pogačar che danno spettacolo, il belga che stacca la maglia gialla e che attraversa il traguardo per primo. Un incanto che ci aveva lasciato un dubbio: avevamo assistito a un evento straordinario oppure tutto poteva ripetersi per davvero?
Serviva la controprova. E forse serviva l’accortezza di mettere qualche chilometro in più tra il colle e l’arrivo, giusto per aggiungere un po’ di intrigo. Gli organizzatori del Tour hanno la capacità di ragionare come il pubblico, un po’ strateghi, un po’ populisti. Ma va bene così.
La controprova è arrivata. E il compromesso è perfetto.
Montmartre era davvero quello che mancava al Tour de France, e quei quattro chilometri di asfalto in più tra la fine della discesa e lo striscione d’arrivo hanno aggiunto quel po’ di suspense che non guasta mai.
Soprattutto ci hanno permesso di osservare uno dei più grandi capolavori di Mathieu van der Poel, un’opera d’arte di disperata capacità di spingersi oltre la soglia del dolore e della resistenza umana.
Domenica a Parigi l’olandese si è ribellato alla volontà del gruppo, prima in salita, con Tadej Pogačar, poi in discesa e in pianura e ancora sul rettifilo d’arrivo difendendo oltre ogni limite ciò che si era guadagnato e sentiva suo. Non ha nemmeno esultato sotto lo striscione di arrivo. È crollato su di una transenna alla ricerca di ossigeno e una via di fuga dalla fatica.
La Butte di Montmartre è un’aggiunta generazionale, il miglior regalo che gli organizzatori del Tour potessero fare a Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel, Wout van Aert, Mads Pedersen e compagnia, a questa generazione ciclistica che ha riallungato il ciclismo, dilatandone i distacchi e dandogli di nuovo una dimensione solitaria ed eremitica. E generazione lo è davvero: sul podio di Parigi Tadej Pogačar è salito per la quinta volta con la maglia gialla addosso. Come lui prima di lui, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Miguel Indurain. Meglio di lui Lance Armstrong, ma secondo l’Uci l’americano non è mai esistito.
E serve ringraziare per tutto questo le Olimpiadi di Parigi 2024 e l’ostinazione parigina per introdurre in corsa ciò che il Tour de France aveva sempre ignorato. Se questa Parigi è un incanto, uno spettacolo di volti, colori, boati che avvolge lo spettacolo di un manipolo di corridori vogliosi di chiudere il Tour sfinendosi sui pedali, è merito di un Tour che ha saputo guardarsi attorno, capire che la tradizione non sempre è regola, anche nel ciclismo, e che spazio per innovare ce ne è. Basta volerlo. Il Tour de France a Parigi lo ha voluto.