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LeBron James al centro dell'ossessione di Philadelphia
I Sixers non vincono l'Anello dal 1983. Il campione scegliendo i 76ers ha unito due ossessioni: la sua sesta vittoria in Nba e il ritorno alla vittoria di una città che ha aspettato troppo a lungo

Foto Associated Press/LaPresse
Dopo settimane di attesa, LeBron James ha tolto il velo sul suo futuro e ha deciso di andare nella piazza che più di ogni altra, dopo il recente successo dei Knicks, anela un trionfo Nba, in uno scenario che già da diversi anni rasenta l’ossessione. L’ex fuoriclasse dei Lakers ha deciso di portare i suoi talenti, per citare la sua prima e storica “decision”, a Philadelphia: l’ultimo trionfo dei Sixers risale al 1983, e nemmeno il Prescelto era ancora venuto al mondo. Per giorni e giorni si è fantasticato sul futuro di James, che ha scelto di non dare spazio al romanticismo: non c’è stato né il ritorno a Miami, che avrebbe rappresentato un abbinamento tecnico ai limiti del tragico stante l’attuale roster degli Heat, né quello a Cleveland, che avrebbe avuto un tasso di sentimentalismo persino più alto e un senso tecnico vagamente più centrato rispetto all’ipotesi Miami. E non c’è stato, soprattutto, l’approdo a Golden State, che avrebbe rappresentato un assalto all’Anello con il vecchio compagno di tante battaglie con Team Usa, Steph Curry: per rendere il tutto possibile, persino uno come Draymond Green aveva deciso di aspettare a procedere con il rinnovo, pronto a tagliarsi lo stipendio pur di accogliere James nel roster.
Alla fine, per sua stessa ammissione, LeBron ha scelto di provare, ancora una volta, a vincere. Lo ha fatto senza pudore, alle soglie dei 42 anni, firmando un biennale e quindi alzando decisamente l’asticella anagrafica di chi, nello stesso messaggio social, ha abbinato la sua volontà di vincere alla concreta riflessione sul ritiro maturata non più tardi di due mesi fa: sarà in campo, a Dio piacendo, fino a un passo dai 44 anni. Non ha cercato soldi – visto il momento del mercato sarebbe stato praticamente impossibile ottenerne – avendone guadagnati in carriera una quantità esagerata; c’era chi riteneva che la soluzione migliore potessero essere i Timberwolves, alla fine l’ha spuntata Philadelphia, che ha appena accolto Jaylen Brown, ha una stella in ascesa come Tyrese Maxey e uno che sogna di esserlo in tempi brevi come Vj Edgecombe. E poi c’è chi, come Joel Embiid, da anni deve fare i conti con gli infortuni che lo tormentano e ne fiaccano lo scintillante talento.
E se da un lato sembra il quintetto perfetto per dare l’assalto quantomeno allo scettro della Eastern Conference detenuto dai campioni Nba di New York, dall’altro il rischio è proprio quello di uno starting five con qualche gallo di troppo nel pollaio: non tanto una questione meramente tecnica, quanto il rischio di avere persino troppe personalità dominanti per immaginare che qualcuno possa rinunciare al proprio posto al sole. Come finirà, però, lo dirà il campo, con James che si è dato altri due anni di tempo per mettersi al dito il quinto anello dopo i due conquistati a Miami, quello di Cleveland e quello in maglia Lakers. Di sicuro, dopo tante stagioni buie, l’illusione del “Process”, un ritorno nel semianonimato e l’ultima stagione che si era chiusa con l’eliminazione al secondo turno dei playoff dopo aver eliminato un po’ a sorpresa i Boston Celtics, Philadelphia ci riprova, per l’entusiasmo dei suoi tifosi.
Rimane però una riflessione, impossibile da trascurare e da lasciar correre: il fatto che, nonostante il tassametro che procede senza sosta, James rimanga ancora la stella polare della lega in termini di “star power”, aspetto tanto caro ai proprietari delle 30 franchigie e al commissioner Adam Silver. Lo è al punto di aver provocato lo slittamento della pubblicazione dei calendari della regular season: impossibile stabilire alcuni incroci ben precisi – per esempio quelli natalizi – senza sapere prima la destinazione del Prescelto. Perché nella fattoria dell’Nba, per rubare un concetto caro a Orwell, tutti sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.