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Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna
La vittoria al Mondiale non è solo sportiva è anche politica. Il paese spezzato di novant’anni fa e quella di oggi, tenuto insieme dalla monarchia. La Coppa e la Corona
25 LUG 26

Foto LaPresse
La Coppa e la Corona. Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna. Un paese che con il re Juan Carlos I di Borbone ha seppellito – con tutti gli onori dovuti a un capo di stato, va da sé – il Caudillo Francisco Franco poco più di cinquant’anni fa. Per poi voltare subito pagina. E “transitare” spediti da una dittatura lunga quarant’anni all’attuale democrazia costituzionale. Sembra un gioco del destino. Ma novanta minuti di partita, più i tempi supplementari, hanno marcato in mondovisione la distanza siderale tra la Spagna di oggi e quella di novant’anni fa. Quella, per intenderci, del golpe fallito che diede inizio alla Guerra civile e a una violenza fratricida senza precedenti nel paese.
Neppure Jung avrebbe potuto ipotizzare una sincronicità di date tanto eloquente. Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali insorti contro il governo della Seconda Repubblica spezzò il paese in due. Novant’anni dopo, il 19 luglio 2026, è la Roja a unire la nazione e a incoronare i suoi calciatori Reyes del mundo. Non solo. La Spagna è la prima nazione a detenere contemporaneamente il titolo mondiale maschile e femminile. Hanno vinto tutto il possibile negli ultimi cinque anni. Sedici titoli internazionali Uefa e Fifa. Con gli adulti e coi ragazzi, anche under 17. Dieci trofei femminili e sei maschili. Che sono di meno, ma – come sempre – valgono di più nella narrazione del deporte nacional e, soprattutto, nelle regole di ingaggio. Per il fútbol masculino, la Spagna nel 2024 si è affermata come campione d’Europa e come medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Parigi. Un dominio senza precedenti nel calcio contemporaneo. Arrivato tardi. Dopo decenni di occasioni mancate. Tra il 1950 e il 2008 la Spagna è stata considerata talentuosa e perdente. Con club di gran livello come il Real Madrid o il Barcellona. Ma sistematicamente incapace di superare lo scoglio dei quarti di finale nei tornei europei o mondiali. La maldición de cuartos, dicono ancora gli spagnoli, come se si trattasse di una sorta di leyenda negra applicata al calcio nazionale. Una metafora pop come il soprannome di Furia española affibbiato alla squadra quando fece il suo debutto alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Vinse la medaglia d’argento, la Roja, in quell’occasione. Ma giocò duro. Spingendo letteralmente palla e avversari dentro la porta. La partita fu così travolgente che i cronisti dell’epoca si ricordarono del Sacco di Anversa avvenuto secoli prima, nel 1576, durante la Guerra delle Fiandre. Si ricordarono dei soldati spagnoli che, affamati e ammutinati, avevano messo a ferro e fuoco Anversa. E rispolverarono la definizione coniata dagli storici fiamminghi per quell’episodio. De Spaanse Furie, scrissero. Cioè, la Furia spagnola. L’immagine dovette sembrare tanto appropriata, quanto meno allo stile del calcio, che persino gli spagnoli cominciarono a usarla.
Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali contro il governo della Repubblica. Il 19 luglio 2026, la nazione incorona i suoi calciatori
Che abbia ragione Ignacio Peyró, giornalista e scrittore di lungo corso, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma? Peyró dice che “la Spagna è un paese avvitato sul mito della propria decadenza, più cosciente delle sconfitte subite che delle vittorie ottenute. Un paese abituato a misurarsi coi propri fallimenti”. Poi, però, aggiunge che per fortuna il calcio è cambiato. “In una generazione siamo passati dai fallimenti al successo. Addirittura, alla normalizzazione del successo. Altro che Furia spagnola. Il nostro gioco colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”. Il merito sta nel metodo. Talento e vivai, che in Spagna si chiamano canteras. Un sistema quasi autarchico di formazione calcistica e un modello di convivenza, al di là dell’appartenenza etnica o generazionale, che si applica già ai calciatori bambini scelti dai club. Il canterano per eccellenza è, ovviamente, il commissario tecnico Luis de la Fuente. Il quale ha iniziato nell’Athletic Club di Bilbao, una delle canteras più rigide al mondo, dove giocano soltanto calciatori di origine o formazione basca. Gli spagnoli lo chiamano “Luis de la Gente”. E non è difficile capire perché. Luis de la Fuente è il prodotto perfetto del sistema che ha cambiato il calcio spagnolo. Un professionista cresciuto in casa che conosce a memoria il modello federale.
Bisognava vedere la fiesta a Madrid, la notte della finale contro l’Argentina giocata al MetLife Stadium di New York. Il boato che esplode quando l’attaccante Ferran Torres sfonda il bunker argentino. Il gol decisivo consegna alla Spagna la seconda Coppa del mondo della storia, dopo quella del 2010. Più di un milione di spagnoli che si riversa per strada, nei luoghi deputati per festeggiare trionfi calcistici e/o nazional popolari: la Puerta del Sol, la Calle de Alcalá, il Paseo de Recoletos che collega Plaza de Cibeles con Plaza Colón. Due piazze simbolo della capitale. A Cibeles, la fontana dedicata alla Magna Mater sembra mischiarsi alla folla che cinge in un abbraccio il carro regale e la dea turrita con le chiavi della città. Nella piazza dedicata a Cristoforo Colombo – eroe “nazionale” a tutti gli effetti; vagli a dire che era nato a Genova, il navigatore – sventola la Rojigualda, un’enorme bandiera, trecento metri quadrati circa, scelta come simbolo dello stato dall’approvazione della Costituzione nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco.
La chiamarono la Costituzione de la Concordia. Fu approvata dagli spagnoli mediante referendum. Oggi ne è garante Felipe VI. E’ lui, nel suo ruolo, a rappresentare l’unità del paese. Come succede con la Roja, si parva licet. Il re non si offenderà per il paragone. E’ il primo tifoso della Roja. Forse perché è uno sportivo nato e cresciuto, velista olimpico ai Giochi di Barcellona del 1992. Forse perché è consapevole di quanto lo sport sia il collante ideale per un paese con forti spinte indipendentiste. Certo, non è un caso che Felipe VI abbia voluto essere protagonista del video con cui la Federazione annunciava a fine maggio la lista dei 26 calciatori convocati da Luis de la Fuente. Nel video, tre minuti assolutamente da non perdere, si offrono immagini e suggestioni che rappresentano il paese nella sua varietà e nella sua complessità, inclusa la memoria di chi non c’è più. Per ribadire che en cada rincón del país, nell’angolo più sperduto della nazione, quando gioca la Roja, gioca chiunque si senta spagnolo. Panettieri, pescatori, giudici e spazzini, insegnanti e scienziati, artisti e tassisti, librai e cuochi danno il loro contributo alla crescita del paese. Tutti, en todos los rincones del país, condividono una passione. “Sono la squadra, sono la Spagna”, conclude il re.
La “Furia spagnola” alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma oggi il gioco “colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”
In effetti, che colpo d’occhio la marea umana che la notte del 19 luglio ha invaso le strade e le piazze del paese vestita con i colori della Rojigualda. Lo stesso rosso, benché senza giallo, indossato dalla regina Letizia, dall’erede al trono Leonor, principessa delle Asturie, e da sua sorella l’infanta Sofia, che hanno assistito alla finale a New York assieme al re Felipe VI. Grande tifo da parte loro. Soprattutto il re. Che non riusciva a stare fermo. E gioiva. E soffriva. Proprio come Sandro Pertini, il presidente italiano più amato di sempre, nell’unica finale di Coppa del mondo che io abbia visto da vicino. La mitica partita Italia-Germania del 1982 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Giuro che da qualche parte ho ancora il biglietto, firmato da Cabrini.
Solo nei Paesi Baschi, manco a dirlo, ci sono stati tafferugli. Con oltre venti persone arrestate o indagate per intimidazioni o minacce ai tifosi che festeggiavano. A Bilbao, in Biscaglia, un gruppo di irriducibili indipendentisti incappucciati ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato dal Partido Popular nel parco privato di Doña Casilda per seguire in compagnia la finale della Coppa del mondo. Non ci sono riusciti per l’intervento di una donna, Esther Martínez, consigliera comunale in rotta con il Partido Nacionalista Vasco che governa la città. E’ stata lei a mettersi di traverso prima dell’intervento della polizia e a proteggere con il suo corpo “la libertà di potere essere uguali al resto della Spagna”. Bandiere bruciate e aggressioni a ragazzi con la maglia de la Roja anche nella provincia di Gipuzkoa, al confine tra Spagna e Francia, autentica roccaforte di Bildu, il partito marxista per l’indipendenza del País Vasco che è puntello dell’attuale governo di Pedro Sánchez e della sua risicata maggioranza parlamentare. Il segretario di Bildu, Arnaldo Otegi, condannato al carcere cinque volte nel passato per la sua appartenenza all’Eta, il gruppo terrorista basco che ha insanguinato il paese, si è espresso solo in occasione della semifinale Francia-Spagna dello scorso 14 luglio. “Né con la Francia, né con la Spagna”, ha sentenziato. “Noi baschi vogliamo la nostra nazionale. Possiamo tifare solo per la squadra che vincerà l’altra semifinale, Inghilterra o Argentina che sia”. Poi si è zittito. Certo, si sarà reso conto che nel frattempo l’83,6 per cento degli abitanti di Euskadi ha seguito in diretta la partita finale della Coppa, sintonizzandosi in prevalenza con il primo canale della TVE, l’equivalente spagnolo di RaiUno, quanto di più statale si possa immaginare.
A Bilbao un gruppo di irriducibili indipendentisti ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato per seguire in compagnia la finale
D’altra parte, questa nazionale spagnola è molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, dell’Athletic Bilbao. Nico “piè veloce” Williams, treccine rasta che guizzano sulla testa e piedi che dribblano anche l’aria, è nato a Pamplona nel 2002, figlio di migranti ghanesi approdati in Spagna dopo avere percorso a piedi mezza Africa. Passo dopo passo, dalle sabbie equatoriali del Golfo di Guinea fino al Marocco e a Melilla, enclave spagnola sul mare Mediterraneo. E’ il giocatore che ha commosso in mondovisione, con un gesto che per lui può valere più della vittoria. Ha aspettato la fine della premiazione, Nico. Poi ha attraversato rapido il campo per portare la medaglia d’oro, appena conquistata, alla mamma seduta sugli spalti. Un tributo alla donna che attraversò il Sahara incinta per dare ai figli un futuro. Con ottima riuscita. Sono entrambi calciatori di valore.
Una nazionale molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, figlio di migranti ghanesi che hanno percorso a piedi mezza Africa
Sono loro i volti della “nuova” Spagna. Insieme con Lamine Yamal, talento del Barcellona, nato in Catalogna nel 2007 da padre marocchino e madre originaria della Guinea Equatoriale. E’ lui la star più gettonata dei Mondiali. Il ragazzo veloce come il vento che, invitato alla Zarzuela, nella residenza privata della famiglia reale, si rifugia tra le braccia di Felipe VI, in barba al protocollo. Col re che lo ricambia con infinita tenerezza. L’adolescente col fratellino di quattro anni sempre appresso, paffuta mascotte della Roja. Insieme con il difensore del Real Madrid, Marc Cucurella, che dopo ogni partita corre ad abbracciare il figlio autistico e non si taglia i capelli perché lui possa riconoscerlo in campo. E, per finire, col capitano Rodri, madrileno di trent’anni. Quello che durante la premiazione a New York ha invitato il presidente Trump a farsi da parte e lasciare spazio per una foto tutta spagnola.
La Coppa e la Corona. Perché in questa foto di famiglia c’è anche Leonor. La principessa che studia da regina con la stessa disciplina e la stessa tenacia con cui si sono allenati i suoi coetanei della Roja per diventare Reyes del mundo. Leonor che è volata a New York da sola. In quanto erede al trono, legittimata dalla Jura de la Constitución nel 2023 davanti alle Cortes riunite in sessione plenaria, può sostituire il padre in qualsiasi momento e per qualsiasi esigenza, anche temporanea, ma non può viaggiare con lui per ragioni di sicurezza e di protocollo. Ne ha fatta di strada la bambina biondissima che nel 2010, a quattro anni, assieme alla sorellina minore Sofia, stringeva tra le mani la prima Coppa del mondo spagnola. Adesso Leonor è “la principessa del popolo” dei Borbone di Spagna. Il futuro della dinastia. Il quotidiano El País, il più autorevole della Spagna, la elogia. Perché “incarna il meglio della sua generazione, il valore dello studio e della preparazione, la vocazione al servizio”. Fortuna che lei abbia accettato il peso di una vita da condurre in modo esemplare e di un’educazione di ferro. Tre anni di servizio militare, nell’esercito, nella marina e nell’aviazione, come suo padre Felipe e suo nonno Juan Carlos. Ma soltanto lei, donna, ha preso un brevetto di cazador paracaidista. Diventando, quindi, la prima esponente della famiglia reale spagnola a completare un corso di paracadutismo militare e lanciarsi da un aereo in volo. Finita la mili, il servizio militare, Leonor a settembre tornerà tra i banchi. Si è iscritta all’Università Carlos III di Madrid, ateneo pubblico tra più prestigiosi della Spagna. Frequenterà il campus di Getafe, nell’hinterland della capitale. Come una ventenne spagnola qualunque.
E’ questo il terreno su cui si gioca il futuro della Corona di Spagna. In un paese attraversato da tensioni territoriali, da polarizzazioni sociali e da un sempre maggiore desencanto verso la politica, la monarchia può esistere solo se continua a svolgere la funzione che le assegna la Costituzione: essere punto di equilibrio super partes. Un’istituzione che non governa, ma garantisce la continuità dello Stato e la convivenza tra identità diverse. Quando Leonor completerà il corso di studi giuridici e sociali, verrà il tempo di un nuovo Mondiale. Che si giocherà in Spagna, Marocco e Portogallo. Due regni e una repubblica.