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Il ritardo ingiustificato di Pedro Delgado
Nel cronoprologo di Lussemburgo al Tour de France del 1989, lo spagnolo si presentò al via dopo 2’42” dal via del cronometro. "Avevo la testa fra le nuvole", spiegherà

Pedro Delgado al Tour de France 1988 (foto Nutan via Getty Images)
Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La quinta riguarda Pedro Delgado, spagnolo, e il suo misterioso ritardo al via del Tour de France del 1989.
Tour de France 1989, dal 1 al 23 luglio, da Lussemburgo a Parigi, 3.285 km compresi i 7,8 del prologo (una salitella di 900 metri poco dopo la metà del percorso) a cronometro, caldi, urbani, tesi. Come in tutte le prove individuali contro il tempo, i corridori partono a uno a uno, separatamente. L’ordine di partenza viene stilato in base alle squadre e sono le squadre a decidere la scaletta. Gli ultimi a partire sono, solitamente, i capitani. E l’ultimissimo a partire è, sempre, il vincitore dell’edizione precedente (o, in sua mancanza, il corridore che si era meglio piazzato nella classifica generale). Il migliore tempo viene stabilito dall’olandese Erik Breukink, 9’54”47, poi separati da pochi centesimi, ecco Laurent Fignon, francese, Sean Kelly, irlandese, e Greg LeMond, statunitense. Poi tocca a Pedro Delgado, spagnolo, primo nel Tour de France 1988 e ultimo a partire. Ma Delgado non c’è.
Trentasette anni fa, eppure le immagini televisive restituiscono un’atmosfera antidiluviana. La partenza del cronoprologo è fissata dal rimorchio di un autotreno, provvisto di due ribaltine, la prima dove salire, la seconda dove scendere. Dentro il rimorchio i commissari di corsa, i giudici di gara e, per quei pochi secondi fra il pronti-via, i corridori. Enorme è lo sconcerto degli addetti ai lavori, loro pronti, sì, a dare il via, se solo ci fosse il corridore. Ma Delgado non c’è.
Il tempo scorre. Il tempo scorre comunque, dall’istante in cui il conto alla rovescia avrebbe toccato lo zero. Uno, due tre, quattro, cinque… inesorabilmente. Mai successo prima che un corridore non si presentasse. Sei, sette, otto, nove, dieci… inspiegabilmente. A volte qualche incertezza, confusione, forse qualche secondo di ritardo, ma mai così. Undici, dodici, tredici, quattordici, quindici… incredibilmente. Sembra uno scherzo. Sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti… misteriosamente. Ma Delgado perché?, ma Delgado dov’è?, ma Delgado non c’è.
Pedro Delgado. “Perico”, pappagallo. Spagnolo di Segovia. Ventinove anni, professionista da sette, scalatore e – stranamente per uno scalatore – anche discesista. Vincitore di tappa alla Vuelta (Covadonga!) e della Vuelta (nel 1985), vincitore di tappe (Luz Ardiden!, per dirne una) e del Tour de France (nel 1988). Una vittoria, questa, sospetta: a cinque giorni dalla conclusione di Parigi, Delgado viene trovato positivo a un controllo antidoping, il farmaco proibito è il Probenecid, che nasconde l’uso degli steroidi. Ma c’è un problema: quel farmaco è proibito dal Comitato internazionale olimpico, ma non dall’Unione ciclistica internazionale. Il primo posto rimane sospeso 14 mesi: è l’ottobre 1989 quando il professore tedesco Manfred Doenike, considerato uno dei massimi esperti in antidoping, analizzati i risultati dei test di Delgado per tutto il Tour del 1988, stabilisce che il profilo degli steroidi presenti nel fisico dello spagnolo è stato regolare. La vittoria viene assegnata ufficialmente, i sospetti rimangono eternamente.
Dopo oltre due minuti e mezzo di sconcerto e trambusto, finalmente Delgado appare. Frastornato. È in bici, e la sua bici è equipaggiata con una ruota tradizionale anteriore e lenticolare posteriore, indossa la maglia gialla di campione uscente, il dorsale è il numero 1. Perico scende dalla bici, sale sul camion, risale in bici e parte. Sono passati 2’42”. Poi si lancia, testa bassa e menare, testa bassa e recuperare, testa bassa e non franare. Al traguardo piomba dopo 10’06”, ma con un tempo di 12’48”30, a 2’54” da Breukink, centonovantottesimo e ultimo. Che cos’è successo, Perico?
Delgado cercherà di spieghere, per tutta la vita, quell’inspiegabile, certo ingiustificabile ritardo. “Avevo la testa fra le nuvole. Tutto procedeva come al solito. Ho lasciato l’albergo in orario, mi sono riscaldato bene lungo il circuito, tutto stava andando normalmente. Poi ho messo la ruota lenticolare e ho ricominciato a riscaldarmi e a cercare la concentrazione. Non ho più sentito nulla e non mi sono accorto che il tempo stava passando. E quando sono salito sulla piattaforma per partire, i cronometristi mi hanno detto che ero in ritardo. E a quel punto ho dato tutto quello che avevo”.
Delgado non si è mai dato pace. Sul suo sito pedrodelgado.com scrive: “Ancora oggi non so spiegare che cosa accadde. Volevo brillare dal primo colpo di pedale. Andai a riscaldarmi, cosa che di solito non facevo mai. Volevo togliermi dai giornalisti che mi seccavano tutto il tempo e volevo mantenere la mia concentrazione. Volevo arrivare appena prima della partenza. Fu questo, e nient’altro, che mi fece arrivare in ritardo. Nessuna delle ipotesi della stampa su quel ritardo alla partenza era vera, fui io stupido. La peggiore ripercussione non fu tanto il tempo perduto, ma non mi sono perdonato e per la rabbia quella notte non chiusi occhio”.
Quali erano le ipotesi della stampa? Un regolamento di conti legato alle vicende del doping di un anno prima: il gruppo – si diceva – taceva ma sapeva. Un braccio di ferro fra Cio e Uci. Un ricatto del Tour.
In quel Tour del 1989, compromesso, Delgado precipita il secondo giorno a oltre sette minuti dal primato, recupera strada facendo, ma non abbastanza, a Parigi sale sul podio, terzo a 3’34” dietro a LeMond e Fignon, divisi da otto lunghissimi secondi. Senza quei 2’42” sarebbe stato comunque terzo, ma chissà, probabilmente sarebbe stata un’altra corsa.